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di  Massimo Reina (inviato di guerra per Giornalisti Senza Frontiere)

Ci sono parole che un giornalista non dovrebbe mai scrivere. Non per paura della censura, ma perché appartengono a un altro registro: quello dei commiati, dei saluti senza ritorno. Eppure, quando vivi sotto le bombe, non ti resta che scegliere bene le ultime frasi e sperare che arrivino a destinazione. “Questo è il mio testamento. Se queste mie parole vi giungono, sappiate che Israele è riuscito a uccidermi e a mettere a tacere la mia voce“.

Anas Al-Sharif aveva 28 anni, e gli occhi di chi ha visto troppo presto tutto il male possibile. A Gaza non ci sono zone franche, non esiste il “fuori servizio”: lavori anche quando corri, respiri, o cerchi un po’ di sonno su un materasso polveroso. Ieri, una tenda davanti all’ospedale di al-Shifa è diventata la sua ultima postazione. Con lui, sono caduti il collega Mohammed Qreiqeh e tre cameramen: Ibrahim Zaher, Mohammed Noufal e Moamen Aliwa.

Conosco quel silenzio che segue l’esplosione: non è pace, è solo il mondo che si ferma un istante prima di capire chi è vivo e chi no.

“Ho profuso tutte le mie energie e le mie forze per essere un sostegno e una voce per il mio popolo… Speravo di poter tornare con la mia famiglia e i miei cari nella nostra città natale, Ashkelon (al-Majdal) occupata….” scrive il povero Anas.Nonostante ciò, non ho mai esitato a trasmettere la verità così com’è, senza falsificazioni o distorsioni”.

Quando leggo queste righe, sento addosso il peso del taccuino che portavo anch’io tra le macerie, con la stessa convinzione ostinata: che raccontare è l’unico modo di resistere.

“Vi affido la Palestina… Vi affido il suo popolo e i suoi giovani bambini oppressi, che non hanno vissuto abbastanza a lungo per sognare e vivere in sicurezza e pace… Siate ponti verso la liberazione del Paese e del suo popolo”.

Questa è la voce di un reporter che sa di non poter vincere la guerra, ma può vincere l’oblio. E ci chiede di non tradirlo. E poi la parte più intima, quella che fa più male a chi questo mestiere lo fa: “Vi affido la mia famiglia… la mia amata figlia Sham… il mio caro figlio Salah… la mia amata madre… la mia compagna di una vita, Umm Salah Bayan… Se dovessi morire, morirò saldo nei miei principi. Non dimenticate Gaza”.

Non è solo il testamento di Anas. È il nostro. Di chi ha scelto di mettere un microfono, una penna, una telecamera tra sé e la morte, sperando che basti a far parlare la verità.

 

 

 

di  Massimo Reina 

Dopo un anno e mezzo di massacri a ciclo continuo, fame indotta e bombardamenti a tappeto contro una popolazione intrappolata, ecco il miracolo: Australia, Germania, Italia, Nuova Zelanda e Regno Unito si “accorgono” che Gaza esiste, che ci vivono (o meglio, ci sopravvivono) esseri umani e che la loro vita vale qualcosa.

 

di Gabriella Paci

Ogni anno, specie nella stagione estiva, si rinnova l’allarme incendi, roghi spesso di origine non naturale, bensì dolosa. Si appicca il fuoco per interessi economici, per poter utilizzare il territorio per l’edilizia o per coltivazioni e allevamenti intensivi, per noia, per fare “qualcosa di eccezionale” di cui poi magari vantarsi.

 

Quando 52.209 euro diventano bisturi, garze e culle

 

di  Monica Vendrame

Matteo Gracis, giornalista indipendente e fondatore de L’Indipendente, lo dice senza giri di parole:

«Desidero flexare questi 52.209 euro… mentre i vostri influencer preferiti flexano auto sportive, orologi di marca, attici a Dubai e altre cavolate simili, io preferisco flexare questa somma… Cosa c’è di più importante?»

 

di Giovanni Macrì

La mattina del 6 agosto scorso, nel carcere di Gazzi a Messina, le guardie trovavano il corpo senza vita del ventisettenne reo confesso Stefano Argentino, impiccato con un lenzuolo alle grate della finestra. Al momento della tragedia, in cella c'era con lui solamente un detenuto anziano, mentre gli altri compagni si trovavano all’esterno per le quotidiane attività di convivenza sociale.

 

“È iniziata con l’Intelligenza Artificiale una nuova sfida educativa tra gioco, apprendimento e relazioni”

 

di Merelinda Staita

“L’annuncio delle prime bambole dotate di Intelligenza Artificiale, attese per il Natale 2025, apre una nuova fase nel rapporto tra infanzia e tecnologia. Secondo le stime, il mercato dei giocattoli intelligenti passerà da 42 a 224 miliardi di dollari entro il 2034. Un dato impressionante, che tuttavia ci impone una riflessione educativa profonda. Oggi, per la prima volta, anche il gioco simbolico – che da sempre stimola la creatività, l’immaginazione e la capacità narrativa dei bambini – rischia di essere delegato alla macchina.”

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