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di  Monica Vendrame

Nel cuore del porto di Genova, tra gru, container e turni che non conoscono sosta, è accaduto qualcosa che raramente trova spazio nei titoli d’apertura ma che merita attenzione.

I camalli, storici lavoratori portuali riuniti nel Calp – Collettivo autonomo lavoratori portuali – hanno annunciato di aver impedito lo sbarco di tre container contenenti armamenti destinati a Israele. E lo hanno fatto senza clamori, ma con fermezza: semplicemente, minacciando uno sciopero.

È bastato l’annuncio della mobilitazione, unito al coordinamento attivo con altri porti del Mediterraneo, per convincere la compagnia marittima Cosco – colosso cinese della logistica – a rinunciare al carico. La notizia, confermata dalla rivista Shipping Italy, ha un peso concreto e simbolico. È la prima volta che un operatore di questa portata fa un passo indietro di fronte alla pressione dei lavoratori portuali, e lo fa apertamente.

Non si tratta di una battaglia improvvisata. Da anni il Calp si oppone al transito di armi nei porti civili. Lo fa in nome di una responsabilità collettiva che va oltre la semplice mansione lavorativa: la consapevolezza che ogni container non è solo un codice da smistare, ma può contenere conseguenze. E quando quelle conseguenze alimentano un conflitto armato – come quello in corso a Gaza – allora anche un porto può diventare terreno di scelta.

La dinamica è stata chiara: i primi a rifiutare lo sbarco sono stati i portuali del Pireo, in Grecia. Poi è partita la segnalazione ai colleghi italiani: i container sarebbero arrivati a La Spezia e a Genova, per poi proseguire verso Marsiglia e Valencia. A quel punto il Calp si è attivato, ha studiato rotte e terminal, ha scelto il momento e il modo giusto per far sapere che non sarebbe rimasto a guardare. Il risultato è sotto gli occhi di tutti.

È una piccola grande storia di opposizione pacifica e determinata. In un’epoca in cui tutto sembra già deciso nelle stanze del commercio globale, i lavoratori del porto dimostrano che c’è ancora margine per intervenire, per porre un limite, per scegliere da che parte stare. Non con slogan, ma con azioni concrete.

Non è un’azione contro qualcuno, ma a favore di qualcosa: la richiesta di un cessate il fuoco, la difesa della popolazione civile palestinese, e la volontà di tenere fuori i porti civili dal commercio di guerra. È una presa di posizione chiara, portata avanti a volto scoperto, da chi ogni giorno sposta merci e conosce bene il confine – spesso sottile – tra lavoro e complicità.

Solo tre giorni prima, a pochi passi dallo stesso porto, era arrivato un altro gesto: il Consiglio comunale di Genova aveva approvato una mozione per il riconoscimento dello Stato di Palestina e la sospensione dei rapporti istituzionali con Israele. Un atto politico e simbolico, votato a maggioranza dopo un acceso dibattito, che impegna il Comune a non intrattenere progetti o collaborazioni con il governo israeliano in carica fino alla cessazione delle violazioni del diritto internazionale. Il testo condanna esplicitamente l’uso della fame e del blocco umanitario come strumenti di guerra, e ribadisce il sostegno alla soluzione dei “due popoli, due Stati”.

A Genova, oggi, si è scritta una pagina diversa. Non una rivoluzione, ma una serie di gesti. E nei tempi che viviamo, anche i gesti contano.

 

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Info Autore
Monica Vendrame
Author: Monica Vendrame
Biografia:
Vive a Pegli, affacciata sul mare di Genova. Direttrice editoriale del quotidiano online La Voce agli Italiani, redattrice de "La Voce del Savuto", unisce rigore giornalistico e sensibilità umana, occupandosi di attualità, cultura e temi sociali. Vicepresidente dell’Associazione culturale Atlantide, promuove eventi e progetti dedicati all’arte e alla parola. Scrittrice e poetessa, sta lavorando al suo primo volume di liriche. Ama la fotografia, la lettura, l’arte in ogni forma e ha uno sguardo attento alle sfumature della vita.
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