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di Giovanni Macrì

La mattina del 6 agosto scorso, nel carcere di Gazzi a Messina, le guardie trovavano il corpo senza vita del ventisettenne reo confesso Stefano Argentino, impiccato con un lenzuolo alle grate della finestra. Al momento della tragedia, in cella c'era con lui solamente un detenuto anziano, mentre gli altri compagni si trovavano all’esterno per le quotidiane attività di convivenza sociale.

Era il 31 marzo scorso, infatti, quando Stefano Argentino dopo mesi di stalking, alle 17:15, infliggeva cinque coltellate tra addome e collo, quella mortale, per strada davanti a decine di passanti, nei pressi del Policlinico universitario di Messina, a Sara Campanella, la studentessa di 22 anni originaria di Misilmeri.

Nel diario scritto dall’Argentino si legge in un passo del 5 ottobre 2024: “Provo a parlarle, ma continua a non fare niente. Proverò per un’ultima volta ad avvicinarmi, ma alla fine l'esito sempre quello sarà... la uccido e mi suicido".

Mentre, il 27 maggio dello stesso anno, aveva scritto: "Saremmo stati una coppia bellissima, ma non mi hai dato modo di iniziare a frequentarci".

Sara Campanella era diventata, insomma, la sua ossessione illudendosi di poter avere una storia con lei: "Io piaccio a lei e sono sicuro che anche lei prova alcune mie sensazioni" - “Essendo fidanzata, hai già capito che stravedo per te! Mi dai corda e hai cambiato strada per salire con me in ascensore!".

Nella sua follia arrivava a prendersela anche con le amiche della ragazza: "Quelle tue guardie del corpo che rompono le balle sono le uniche che nominano il tuo fidanzato davanti a me!".

Tant’è che la giovane aveva paura di rimanere da sola e chiedeva proprio alle sue amiche di accompagnarla. Quel pomeriggio fatidico del suo omicidio, però, queste non c’erano. Poco prima la Campanella, accortasi di essere seguita, aveva inviato loro un audio in cui affermava: “Il malato mi segue!”. “Malato” che, poi, l’avrebbe uccisa.

E per documentare le molestie aveva registrato la loro conversazione. Non sapeva che sarebbe stata l’ultima: “Non voglio nulla con te spero ora, dopo un anno, di essere stata chiara. L’ultima volta ti ho detto di lasciarmi in pace, cosa hai capito di questa cosa? Tu te ne torni a casa tua, io continuo per la mia strada, o mi devi seguire fino... Mi stai seguendo!”. Queste le parole prima di essere sgozzata da una lama mai ritrovata.

In una lettera di addio indirizzata alla madre, Daniela Santoro, Stefano Argentino scriveva: "Mi dispiace, è giusto che si sappia sta storia, non sono un mostro" - seguitando - "Ha deciso lei che dovevo ucciderla. In un attimo sono passato dall'amarla follemente all'odiarla a morte".

Il giovane aveva già manifestato intenti suicidari dopo l’arresto, ma sembrava aver superato la crisi grazie al supporto medico. Ma secondo quanto si apprende da fonti dei sindacati di polizia penitenziaria, gli era stata tolta la sorveglianza 15 giorni fa.

L’avvocato Giuseppe Cutrera, legale del giovane omicida commenta così il fatto: “È il triste, drammatico epilogo di una storia di cui si supponeva già il finale: Sara è stata uccisa, Stefano si è tolto la vita e l’unica responsabilità è da attribuire allo Stato!” - e prosegue - “Avevo chiesto una perizia psichiatrica perché avevo compreso lui e i suoi problemi... mi ero fatto portavoce degli stessi fuori dal carcere e il gip me l’ha negata. Lo Stato avrebbe potuto salvare almeno una delle due vite, invece non lo ha fatto! Ora spero solo che le due famiglie, accomunate da un immane dolore, possano trovare la pace terrena in un abbraccio silenzioso!”.

Ora, a poche settimane dal processo per omicidio volontario, Stefano Argentino si è tolto la vita... ecco sopraggiungere al danno anche la beffa.

Si arriva al paradosso!

Ovvero lo Stato italiano, per omessa vigilanza, potrebbe ora risarcire la famiglia dell’assassino, mentre i genitori della vittima restano esclusi da ogni forma concreta di compensazione. Un cortocircuito normativo che ha riportato al centro il dibattito sulla legge 199 del 2003, che regola gli indennizzi per le vittime di reati violenti.

In base a ciò il suo stesso legale potrebbe, quindi, avanzare una formale richiesta di risarcimento nei confronti contro lo Stato per omessa vigilanza, secondo le normative vigenti in tema di tutela della salute dei detenuti.

Infatti l’articolo 27 della Costituzione Italiana stabilisce che... “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità” e devono tendere alla rieducazione del condannato. Inoltre, il regolamento penitenziario (D.P.R. 30 giugno 2000, n. 230) e la legge sull’ordinamento penitenziario (legge 26 luglio 1975, n. 354) delineano gli obblighi precisi dello Stato nel garantire condizioni di vita dignitose e sicure all’interno degli istituti di pena. La mancata attuazione di queste misure può configurare una responsabilità oggettiva dello Stato in caso di eventi tragici come i suicidi in carcere.

Mentre per quanto riguarda la famiglia di Sara Campanella non esiste alcuna via giudiziaria civile: con la morte del presunto colpevole, il procedimento penale si estingue ("mors rei") e i familiari non possono rivalersi né sul patrimonio dell'imputato né su quello dei suoi parenti. L’unica opzione resta il fondo statale previsto dalla legge 122/2016 per le vittime di reati intenzionali violenti, che prevede un contributo massimo di 50.000 euro. Una cifra irrisoria, simbolica, che non compensa il dolore né le conseguenze economiche della perdita.

La Procura di Messina, guidata dal dottor Antonio D'Amato, ha disposto il sequestro della salma del giovane. Oltre all’esame autoptico, saranno effettuati anche accertamenti  sulla documentazione clinica e, in particolare, sulla perizia medica che ha determinato il recente declassamento del livello di sorveglianza a cui era sottoposto il giovane all’interno della struttura penitenziaria.

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Info Autore
Giovanni Macrì
Author: Giovanni Macrì
Biografia:
Medico chirurgo-odontoiatra in Barcellona Pozzo di Gotto (ME) dal 1982 dove vivo. Ho 65 anni e la passione per la scrittura è nata dal momento che ho voluto mettere nero su bianco parlando della “risurrezione” di mia figlia dall’incidente che l’ha resa paraplegica a soli 22 anni. Da quel primo mio sentito progetto ho continuato senza mai fermarmi trovando nello scrivere la mia “catarsi”. Affrontando temi sociali. Elaborando favole, romanzi horror, d’amore e polizieschi. Non disdegnando la poesia in lingua italiana e siciliana, e completando il tutto con l’hobby della fotografia. Al momento ho 12 pubblicazioni con varie case editrici.
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