SENZA FILTRO - Anatomia di un casus belli: i falsi attacchi russi
di Massimo Reina
Altro che droni russi.
di Massimo Reina
Altro che droni russi.
di Massimo Reina
C’era una volta Gaza. Un giorno, forse non lontano, i libri di storia cominceranno così, come una favola nera. Una favola senza lieto fine, dove i bambini non si addormentano, ma muoiono. Dove i nonni non raccontano storie, ma vengono sepolti sotto le macerie. Dove le madri non cullano, ma stringono corpi senza vita.
Ogni giorno centinaia di morti. Donne, anziani, bambini. Non è una guerra: è una mattanza. Uno sterminio di massa. Un genocidio. Parola che certi benpensanti vorrebbero con copyright esclusivo, come se l’Olocausto fosse un marchio registrato e valesse solo per il “popolo eletto”. Eletto, sì. Ma da chi? Forse da Dio, o forse da sé stessi. Sicuramente non dai tribunali internazionali, che dovrebbero processare Israele come Stato canaglia.
Perché Israele oggi è questo: uno Stato canaglia. Peggio di quelli che finanziano il terrorismo. Perché il terrorismo lo pratica direttamente: autobombe, droni, missili. Non solo a Gaza, ma in mezzo mondo. Colpendo all’estero, in piazze affollate, nei campi profughi, nelle case. In barba al diritto internazionale, ai diritti umani, a qualsiasi parvenza di civiltà.
A Gaza e in Cisgiordania non ci sono solo bombe: ci sono deportazioni, torture, abusi sessuali, plotoni della morte. Gente giustiziata per strada come bestie. Famiglie intere spazzate via. E tutto questo accade nel silenzio complice dell’Occidente, che versa lacrime di coccodrillo a comando, e dei Paesi arabi, che preferiscono contare i dollari degli alleati sionisti piuttosto che i cadaveri dei loro fratelli.
E la Turchia? Potenza militare, orgogliosa di eserciti addestrati e moderni. Ma anche lì, vigliaccheria e calcoli. Meglio parlare che intervenire, meglio minacciare che rischiare. Il risultato è che Gaza brucia, e bruciando si spegne. Un popolo intero cancellato, metro dopo metro, bambino dopo bambino.
Un giorno, quando tutto sarà finito, qualcuno comincerà a raccontare: “C’era una volta Gaza”. E sembrerà la formula d’inizio di una fiaba. Solo che non sarà una fiaba, ma la cronaca di un massacro. Una favola reale, cupa, violenta, scritta con il sangue e incisa a proiettili sulle carni di una terra senza più speranza.
di Massimo Reina
“Purghe contro chi non condanna l’omicidio di Kirk”. Letto così, uno pensa subito alle epurazioni staliniane, ai gulag, ai plotoni di esecuzione per chi non alza il pugno al momento giusto. Poi leggi l’articolo e scopri che, sorpresa: non ci sono affatto purghe. Non c’è la NKVD che bussa alle porte. Ci sono semplicemente funzionari, medici e insegnanti sospesi o licenziati perché sui social hanno celebrato un omicidio politico.
Già, perché l’influencer di destra Kirk è stato assassinato, e qualche buontempone ha pensato bene di brindare alla sua morte. Ora, ditemi voi: vi fidereste di un medico che festeggia la pallottola in testa di chi non la pensa come lui? O di un insegnante che posta cuoricini sulla tomba di un avversario politico? Ma per la Repubblica è più chic titolare “purghe”. Fa più brivido, più like, più indignazione prêt-à-porter. Che importa se la realtà è banale: gente che esalta un omicidio viene cacciata dal proprio posto. Non repressione, ma semplice buon senso.
E se proprio vogliamo parlare di “purghe”, magari rivolgiamoci a casa nostra, dove la finta sinistra attuale si è fatta maestra nel censurare, boicottare e silenziare chi non la pensa come lei. Con la differenza che in Italia non serve neanche applaudire un omicidio: basta avere un’opinione sgradita.
Ovviamente, quando a Washington c’era Biden, andava bene tutto: perfino reparti speciali di polizia composti da reduci di Iraq e Siria che sfondavano le porte dei cittadini comuni come fossero case a Falluja, senza rispetto di leggi o garanzie. Silenzio di tomba. Ma se oggi uno osa ruttare in faccia al beniamino di turno dei radical chic finto-sinistra, amanti del woke, allora sì che scatta l’urlo al “fasSsismo”, con tre esse e possibilmente le lacrime di contorno.
Un popolo assediato, affamato, costretto alla fuga: il silenzio davanti a questo genocidio è complicità
di Monica Vendrame
Nelle ultime ore i carri armati israeliani hanno raggiunto il cuore di Gaza City.
di Massimo Reina
Se non siamo a Scherzi a Parte, poco ci manca.
di Massimo Reina
Se non fossimo in guerra, sembrerebbe la sceneggiatura di Scherzi a Parte. In Polonia cadono o vengono abbattuti una ventina di droni. Varsavia urla alla “provocazione russa”, evoca l’articolo 4 della NATO e sventola la bandiera del martirio. Poi arriva un certo Stephen Bryen, ex alto papavero del Pentagono, e butta acqua sul fuoco: non è detto che siano stati i russi, potrebbero essere stati gli stessi ucraini a dirottare i droni. Tradotto: quelli che secondo la propaganda combattono per la democrazia europea potrebbero aver telecomandato dei rottami da ricognizione dentro un Paese NATO.
Già qui la storia traballa. Perché i droni in questione non sono missili nucleari, ma i cosiddetti Gerbera: strumenti da ricognizione low-cost, buoni per disturbare un radar o farsi abbattere come bersagli da poligono. Possibile che Putin, con l’arsenale che ha, abbia deciso di rischiare l’escalation nucleare mandando in Polonia dei droni da discount? O forse a qualcuno a Kiev conviene creare incidenti per smuovere l’Alleanza Atlantica e raccattare altre forniture miliardarie? Il tristemente famoso casus belli adottato da secoli, e da decenni dagli USA e dai suoi alleati per scatenare guerre inutili e sanguinose.
E qui arriva la parte migliore: i polacchi. Governo che da anni coltiva smanie di vendetta storica e razzista verso Mosca, dimenticando di aver avuto a casa propria, durante la Seconda guerra mondiale, non solo l’occupazione tedesca ma anche l’appoggio entusiasta di tanti “eroi” ucraini ai nazisti. Reparti delle SS composti da ucraini, massacri di civili polacchi, collaborazioni militari. Memoria corta, selettiva, amnesie di comodo. Oggi Varsavia si erge a paladino della libertà contro il “barbaro russo” e sogna la rivincita, senza rendersi conto che la bilancia è ridicola: da un lato la Russia con arsenali nucleari e milioni di uomini, dall’altro la Polonia con tre carrarmati rattoppati e l’illusione che la NATO combatta la sua guerra.
E intanto nessuno nota l’ovvio: quando Israele bombarda Siria, Libano, Gaza o convogli umanitari, non si parla mai di provocazioni, non scatta l’articolo 4, nessun allarme globale. Se lo fa Mosca, droni o non droni, è l’apocalisse. Se lo fa Kiev, è “errore tecnico”. Se lo fa Tel Aviv, è “autodifesa”. E se lo fa Varsavia, è memoria selettiva.
Morale: non sappiamo se i droni abbattuti fossero russi, ucraini o telecomandati da Paperino. Ma sappiamo che la Polonia, e una certa parte della NATO, continua a giocare con il fuoco, nella speranza di un regolamento di conti che non vincerebbe mai. Perché contro Mosca, Varsavia non avrebbe nemmeno il tempo di leggere l’articolo 4 della NATO: al massimo riuscirebbe a leggere il titolo.
di Benedetto Maria Ladisa
Si è concluso finalmente a Bologna l’iter processuale per l’assassinio della giovane Saman Abbas, che vedeva alla sbarra la sua famiglia.
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