Colors: Pink Color

 

di  Monica Vendrame

Quando Bruxelles critica Israele, di solito lo fa con estrema cautela. Questa volta invece il tono è diverso, e proprio per questo le parole dell’Unione Europea fanno più rumore del solito. Le dichiarazioni dell’alto rappresentante per la politica estera dell’Unione Europea, Kaja Kallas, sulla guerra in Libano hanno segnato un passaggio che molti osservatori aspettavano da tempo. Israele ha diritto a difendersi, ha detto Bruxelles, ma la sua risposta militare rischia di superare i limiti della proporzionalità e di destabilizzare ulteriormente la regione.

Sono parole che suonano familiari nel linguaggio del diritto internazionale. Il principio è chiaro: la difesa è legittima, ma non può trasformarsi in una punizione collettiva per un intero paese o per la sua popolazione civile. Il problema, però, è che questo equilibrio teorico si scontra con la brutalità della realtà. Hezbollah non è uno Stato, è un attore armato radicato nel tessuto civile libanese, e i conflitti contemporanei raramente rispettano i confini ordinati delle norme giuridiche.

Ed è proprio qui che emerge la contraddizione più grande: la crisi del diritto internazionale. Negli ultimi anni è stato violato da attori di ogni tipo, dalle grandi potenze agli attori regionali. L’Europa continua a invocarlo come fondamento dell’ordine mondiale, ma sempre più spesso sembra parlare un linguaggio che il resto del sistema internazionale non riconosce più.

Questa distanza tra principi e realtà alimenta anche una critica sempre più diffusa: quella del doppio standard europeo. Con la Russia il linguaggio è stato giustamente durissimo e costante. Con Israele, per molto tempo, Bruxelles ha preferito toni più cauti. Non perché la distruzione fosse minore o le vittime civili pesassero meno, ma perché i rapporti di forza consigliavano prudenza.

Per questo motivo le dichiarazioni di oggi vengono percepite come un cambio di tono. Non necessariamente una svolta, ma almeno un tentativo di recuperare credibilità.

C’è poi un elemento che raramente viene detto apertamente: il Libano non è solo una questione umanitaria per l’Europa. Un suo collasso avrebbe conseguenze dirette sul continente. Nuove pressioni migratorie nel Mediterraneo, instabilità energetica, tensioni economiche e un ulteriore deterioramento della sicurezza regionale.

In altre parole, il caos del Medio Oriente non resterebbe confinato nella regione. Arriverebbe fino alle porte dell’Europa.

Quando questo rischio diventa concreto, Bruxelles alza la voce.

Dietro questo cambio di tono si intravede però una trasformazione più profonda. Nelle parole della Commissione Europea emerge una consapevolezza tardiva: il mondo che ha garantito stabilità e prosperità all’Europa per decenni sta finendo.

Per anni il continente ha costruito il proprio equilibrio su tre pilastri impliciti: la sicurezza garantita dagli Stati Uniti, l’energia proveniente dall’esterno e una globalizzazione relativamente stabile. Oggi questi pilastri vacillano. La guerra in Ucraina, le tensioni geopolitiche e la competizione tra grandi potenze stanno ridisegnando l’ordine internazionale.

Quando Ursula von der Leyen afferma che l’Europa non può più limitarsi a essere custode del “vecchio ordine mondiale”, in realtà riconosce una verità più scomoda: quell’ordine non era controllato dall’Europa. L’Europa ne era soprattutto dipendente.

Da qui nasce il nuovo mantra europeo: più autonomia strategica, più industria della difesa, meno dipendenza da fornitori esterni, più attenzione alla sicurezza nelle scelte economiche e tecnologiche.

È una presa di coscienza importante, ma arriva con grande ritardo. Costruire autonomia strategica richiede tempo, investimenti e soprattutto volontà politica. Decenni di dipendenza non si cancellano con una dichiarazione o con un documento programmatico.

Per questo il presunto “risveglio europeo” va osservato con prudenza. Le parole di Bruxelles indicano una nuova consapevolezza, ma non ancora una vera svolta.

Per ora l’Europa assomiglia a una macchina che prova a cambiare marcia mentre il motore gira ancora con la logica di prima. Ha capito che non può più limitarsi a osservare gli eventi. Non ha ancora dimostrato di sapere davvero come guidarli.

Il segnale c’è. Ma la strada è ancora tutta da percorrere.

 

 

Intanto la vicenda ha registrato nuovi sviluppi nelle ultime ore. La madre dei tre bambini della cosiddetta “famiglia nel bosco”, Catherine Birmingham, ha lasciato la casa famiglia di Vasto dopo l’ordinanza del Tribunale per i minorenni dell’Aquila che ne ha disposto l’allontanamento. I figli resteranno temporaneamente nella struttura e potrebbero essere trasferiti in un’altra comunità protetta, mentre i legali della famiglia stanno preparando ricorso e davanti alla casa famiglia si sono svolti sit-in di solidarietà.

 

di  Guendalina Middei

Per favore non leggete questo post, se vi interessa soltanto fare POLEMICA.

Notizie

Visitatori

Today 486

Yesterday 587

Week 4117

Month 8556

All 9258

Currently are 164 guests and no members online

Kubik-Rubik Joomla! Extensions