Vetrine sfondate, negozi saccheggiati, agenti aggrediti. Tra giustificazioni sociali, provvedimenti giudiziari e nuove misure di sicurezza, resta una domanda: chi tutela i cittadini?
di Monica Vendrame
In Italia abbiamo sviluppato una straordinaria capacità: trovare una giustificazione persino a chi devasta una città.
Si sfondano le vetrine? Disagio sociale. Si saccheggiano i negozi? Emarginazione. Si aggrediscono le forze dell'ordine? Rabbia giovanile.
Manca soltanto che qualcuno chieda scusa ai vandali per aver lasciato i negozi aperti.
Il problema non è cercare di capire perché certi ragazzi delinquono. Il problema è trasformare ogni spiegazione in un'assoluzione morale.
Le recenti devastazioni di Milano hanno riportato sotto i riflettori il fenomeno dei cosiddetti maranza: gruppi di giovanissimi che fanno dell'arroganza, dell'intimidazione e della sfida alle regole un motivo di esibizione.
Non tutti i ragazzi etichettati con questo termine sono delinquenti, naturalmente. Ma quando si distruggono negozi e si aggrediscono agenti, il problema non è trovare una definizione socialmente accettabile. È fermare chi commette quelle violenze.
E invece, puntualmente, comincia la sfilata delle attenuanti.
Sono fragili, emarginati, incompresi. Hanno avuto un'infanzia difficile, vivono situazioni familiari complicate, non si sentono accettati.
E allora? Quanti ragazzi crescono tra mille difficoltà senza rubare, aggredire o devastare?
La povertà non obbliga a delinquere. Il disagio non autorizza a saccheggiare. E la giovane età non trasforma un'aggressione in una ragazzata.
Ma c'è un altro aspetto che merita attenzione: la risposta della giustizia.
Per gli scontri del 18 ottobre, a Milano, un giudice ha convalidato gli arresti di due giovani, di 18 e 21 anni, disponendo però misure meno severe di quelle richieste dalla Procura: domiciliari con braccialetto elettronico per il primo, obbligo di firma per il secondo.
Decisioni adottate secondo le regole del procedimento penale, che non equivalgono ad assoluzioni. Altri arrestati sono rimasti in carcere. Resta tuttavia aperta una questione: quale messaggio ricevono i giovani che considerano le strade un territorio dove sfidare impunemente le istituzioni?
Intanto, dopo le violenze, il Governo ha approvato rapidamente un nuovo decreto sicurezza, entrato in vigore il 23 ottobre, con ulteriori strumenti di contrasto alla criminalità minorile e ai disordini.
E un dato positivo va riconosciuto.
Sabato 24 ottobre, nonostante alcune tensioni e scontri, non si sono ripetuti i saccheggi e le devastazioni che avevano colpito Milano il fine settimana precedente. Un risultato da riconoscere, anche alla luce dei controlli rafforzati e dell'attività investigativa condotta dalle forze dell'ordine.
La sicurezza, però, non si misura soltanto dalla severità delle nuove leggi. Si misura dalla capacità di impedire che i cittadini debbano assistere, ancora una volta, alla devastazione delle proprie città.
E qui emerge anche il fallimento educativo.
Dove sono le famiglie? Chi controlla questi adolescenti? Chi insegna loro che la libertà non consiste nel fare ciò che si vuole a spese degli altri?
La scuola non può sostituirsi completamente ai genitori. E lo Stato non può limitarsi a garantire assistenza senza pretendere il rispetto delle leggi.
Lo stesso vale per l'integrazione. Accogliere significa garantire diritti e opportunità, ma anche esigere doveri. Non è razzismo pretendere il rispetto delle regole da chiunque viva nel nostro Paese.
E mentre politici e opinionisti discutono delle fragilità di chi devasta, qualcuno dovrebbe preoccuparsi anche delle vittime.
Del commerciante che deve pagare i danni. Del dipendente terrorizzato. Dell'anziano che ha paura di attraversare certe strade. Del poliziotto aggredito mentre svolge il proprio lavoro.
Chi si preoccupa del loro disagio?
La politica, tutta, dovrebbe smetterla di trasformare la sicurezza in una gara di dichiarazioni. Servono prevenzione, controlli, interventi educativi e conseguenze concrete per chi infrange la legge.
Perché una società civile ha il dovere di recuperare chi sbaglia, ma anche di proteggere chi rispetta le regole.
Non è umanità giustificare la violenza. Non è inclusione tollerare l'arroganza. Non è comprensione trasformare un saccheggio in una manifestazione di disagio.
E a chi continua a vedere soltanto ragazzi fragili e incompresi, suggeriamo di andare a parlare con chi, dopo le devastazioni, ha dovuto raccogliere i vetri del proprio negozio.
Forse scoprirà che esistono anche vittime che non finiscono nei dibattiti televisivi.
Perché il disagio può spiegare molte cose. Ma non può diventare l'alibi buono per tutto.

