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di Tony Casalnuovo

Forte di un mirabolante 3% del suo partito Azione di cui è leader (si fa per dire), Carlo Calenda, per gli amici Carlo Calendula o Carlo Calende Greche, continua pervicacemente la sua battaglia quasi personale contro Vladimir Putin, accusato dal senatore di essere il primo responsabile anche delle buche stradali di Roma, del rischio di estinzione dei panda, del cambiamento climatico e della fame nel mondo.

Ogni giorno, indefesso, forse più fesso che indefesso, non perde occasione di sparare bordate sul Presidente della Russia, tacciandolo di essere un «feroce dittatore fascista» come dichiarato a Otto e Mezzo, programma in onda su La7 condotto da Lilli Gruber, nella puntata di venerdì 1° maggio. Già, perché come tutti sanno, sassi di fiume compresi, il capo del Cremlino ha militato nel Partito Comunista dell’Unione Sovietica e poi arruolato nel KGB per puro caso, per errore, per hobby, o forse per fare un dispetto al suo panettiere di fiducia che, notoriamente, era un nazista della prima ora.

Già questo basterebbe per far ridere a crepapelle tutti coloro che sono dotati di un quoziente intellettivo nella norma. Ma invece lo show quotidiano dell’anti-putiniano per antonomasia non si ferma a questo: si ostina a genuflettersi dinnanzi a Volodymyr Zelens'kyj, Presidente dell’Ucraina nominato «vice Dio» da parte dell’ex ministro dello sviluppo economico nei governi Renzi e Gentiloni, quell’ex attore e comico intimamente neonazista, leader di Servitore del Popolo, partito politico che invece opprime i cittadini ucraini costringendoli a opporre resistenza anche contro la loro volontà, obbligando con spietatezza pure «cani e gatti» ad andare a combattere al fronte contro il “diabolico” Putin.

Ma non finisce qui, perché non contento, se ne infischia bellamente di quei cittadini italiani più “deboli” che, anche a causa della scelta scriteriata, scellerata e folle di continuare a rifornire di armi il post-nazista Zelens'kyj, decisione che accomuna maggioranza e Partito Democratico in primis, fanno una fatica bestiale per arrivare alla fine del mese, a volte senza riuscire a mettere insieme pranzo e cena.

Poi, dulcis in fundo, l’ennesimo e recente “tocco di classe” del «maggiordomo» di Volodymyr Zelens'kyj, ovvero chiedere a gran voce il commissariamento e l’allontanamento di Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale di Venezia al quale Calenda ascrive la colpa di aver riaperto il padiglione russo. Secondo Buttafuoco, più che giustamente, la decisione è orientata verso uno «spazio di tregua» aperto a tutti. Mentre a giudizio del guerrafondaio e zerbino del Presidente dell’Ucraina, questa scelta sarebbe un’offesa proprio nei confronti degli ucraini.

Peccato, però, che Pietrangelo Buttafuoco, piaccia o meno, è un intellettuale (di destra). Mentre Carlo Calenda, invece, resta solo non un servitore del popolo, ma un servo fedelissimo del suo grande amore: Volodymyr Zelens'kyj. 

 

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