di Vito Sorrenti
Grazie ai miei temporanei ritorni, come quello appena fatto per partecipare a un evento organizzato dall’associazione Kalistratia, presieduta dall’ing. Antonio Bova, avente come tema “Semi di rigenerazione. Coltivare la terra, coltivare il linguaggio”, inserito in un ciclo di incontri dedicati al rapporto tra natura, parola e comunità, e grazie anche alle informazioni reperibili sui mass media, ho avuto modo di rilevare che nella regione che mi ha dato i natali emergono voci, idee e progetti che puntano a una svolta: un’inversione di marcia capace di incidere sugli aspetti negativi che da decenni la frenano.
Ma, al tempo stesso, ho avuto modo di rilevare che, accanto a questa volontà di cambiamento, resta un dato evidente: la Calabria è ancora una terra poco nota e poco frequentata, spesso sconosciuta ai suoi stessi figli, soprattutto a quelli che sono stati costretti da vari fattori a emigrare altrove senza aver conosciuto davvero la loro regione.
Una realtà, questa, che non nasce oggi, ma affonda le sue radici nel passato. Già negli anni Sessanta, nei versi di Franco Costabile, si avvertiva con forza questo distacco: una terra che si abbandona, paesi che si svuotano, giovani costretti ad andare via. Quel “ce ne andiamo” non era soltanto un’espressione poetica, ma la sintesi di una condizione storica fatta di povertà, isolamento e mancanza di prospettive. E, in parte, anche se in forme diverse, quella condizione continua a riflettersi nel presente.
Molti calabresi, infatti, sono stati e sono ancora costretti a lasciare la propria terra senza averla mai conosciuta fino in fondo; senza aver mai visitato i parchi archeologici di Sibari, Crotone, Locri; senza aver mai conosciuto i musei che custodiscono reperti unici della Magna Grecia; senza aver mai incontrato davvero la storia dei figli più illustri della loro terra — da Pitagora a Cassiodoro, da Bernardino Telesio a Tommaso Campanella — fino ai tanti pensatori, artisti e uomini di ingegno che hanno dato lustro alla Calabria nei secoli. Insomma, senza avere contezza delle proprie radici e del proprio passato.
E purtroppo l’emigrazione non si ferma. Il motivo di questo flusso continuo di giovani — ieri con la valigia di cartone, oggi con il trolley — e del conseguente sperpero di risorse umane ed economiche va ricercato nel fatto che la Calabria, più che madre, si è spesso comportata come una matrigna: una matrigna che non valorizza il suo patrimonio naturale, storico e culturale; che non sostiene i suoi figli; che fatica a fare squadra e a collaborare per il bene comune; che lascia allignare invidia, accidia, miseria e rancore; che non riesce a estirpare la gramigna del menefreghismo né a sciogliere il groviglio degli interessi illeciti.
A ciò si aggiungono le colpe storiche, ormai conclamate, e le scelte politiche nazionali che hanno mantenuto — e continuano a mantenere — immutata la situazione. La Calabria è stata a lungo — e in parte continua a essere — un serbatoio di manodopera a basso costo, con il risultato che interi paesi dell’entroterra si sono completamente svuotati.
Eppure, proprio oggi, qualcosa si muove. La volontà di cambiare c’è, cresce, si rafforza. Accanto alle difficoltà emergono segnali nuovi: tentativi di valorizzazione del territorio, iniziative culturali, forme di imprenditorialità che provano a creare opportunità. Segnali ancora fragili, certo, ma reali.
Ma non basta denunciare i mali: occorre agire. E l’azione deve partire dalla riscoperta delle pietre e delle memorie remote, dall’ascolto dell’eco degli illustri antenati, dal riportare alla luce le loro voci, le loro città, i loro tesori.
Occorre ritrovare la lezione dei grandi spiriti che hanno illuminato questa terra — da Pitagora, che lì fondò la sua scuola, a Cassiodoro, che ne fece un centro di cultura; da Telesio, padre del naturalismo moderno, a Campanella, che sognò la Città del Sole — non per farne sfoggio, ma per comprenderne l’eredità e trasformarla in forza viva.
Occorre valorizzare la dote lasciataci dagli avi, i patrimoni naturali e culturali; occorre che tutti i calabresi siano consapevoli del loro illustre passato, per costruire il presente e il futuro e per rendersi, finalmente, degni della loro remota grandezza.

