Colors: Orange Color

 

di Vito Sorrenti

Osservando i tragici eventi che si dipanano sotto i nostri occhi quotidianamente, viene spontaneo porsi una domanda: dove ci sta portando l’evoluzione? Ho sempre pensato che il cammino dell’uomo fosse un percorso ascendente: più conoscenza, più diritti, più civiltà. Ho creduto che il progresso tecnico coincidesse con un progresso morale, che l’affinamento degli strumenti portasse con sé l’affinamento della coscienza. Ma, purtroppo, devo ricredermi.

L’uomo ha certamente affinato le proprie capacità: ha reso più precise le tecnologie, più rapide le comunicazioni, più sofisticati i sistemi economici. Parallelamente, però, ha perfezionato anche la capacità di escludere, di sfruttare, di ferire. La tecnoscienza non ha cancellato la ferocia: l’ha resa più efficiente.

Oggi convivono due tavole apparecchiate: quella dell’abbondanza, dove pochi consumano risorse pregiate, e quella dello scarto, dove molti ricevono solo ciò che resta. La distanza tra privilegiati ed esclusi non è più un incidente della storia: è diventata un meccanismo strutturale. E mentre una parte del mondo si muove con passo sicuro, un’altra avanza a fatica, aggiogata a lavori che consumano il corpo e svuotano l’anima.

La violenza non si manifesta soltanto nei conflitti armati o nelle tragedie che riempiono i notiziari. È presente nei fossati che scaviamo tra noi e gli altri, nelle barriere che innalziamo per difendere ciò che crediamo nostro, nei recinti invisibili che costruiamo attorno alle nostre paure. È una violenza che lacera lentamente: non sempre lascia sangue, ma lascia ferite profonde.

Eppure, quando la brutalità esplode in tutta la sua evidenza — case distrutte, vite spezzate, innocenti travolti — ci scopriamo ancora capaci di stupore, come se non fosse la conseguenza logica di un sistema che abbiamo contribuito a edificare. La storia recente ci mostra che l’uomo non ha smesso di colpire i più fragili: bambini, anziani, creature indifese, comunità senza voce. La tecnologia ha solo reso più rapida la trasformazione della vita in cenere.

Di fronte a questo scenario, la domanda non è più se l’uomo si sia evoluto, ma in quale direzione. Se l’evoluzione è solo un aumento di potenza, allora sì: siamo più evoluti. Ma se l’evoluzione dovrebbe coincidere con un aumento di umanità, allora siamo in regressione.

Resta un’unica possibilità: riaccendere una luce che non sia retorica né spiritualismo di comodo, ma responsabilità concreta. Una luce che scenda nelle pieghe più oscure del nostro tempo e ricostruisca ciò che la ferocia ha demolito: la capacità di riconoscere l’altro come parte di noi.

Non è un compito semplice. Non è un compito rapido. Ma è l’unico che può restituire senso alla parola evoluzione

 

 

Il cammino delle donne per la sicurezza urbana: ogni strada per uno spazio protetto

 

di Monica Isabella Bonaventura*

Non è solo una passeggiata, è un atto di riappropriazione urbana. Con il messaggio "Donne che camminano", stampato con orgoglio sulle loro magliette, un gruppo di cittadine ha deciso di trasformare la preoccupazione in partecipazione, attraversando il cuore di Mestre. L'iniziativa nasce come un gesto spontaneo di aggregazione, un segnale di gruppo chiaro e distinto, una sorta di faro che punta l'attenzione sulla necessità di vivere la città in sicurezza. Sono donne impegnate per una cittadinanza consapevole, che scelgono l'azione concreta per migliorare l'ambiente in cui vivono. Le date di incontro vengono decise di volta in volta dalle capogruppo, rendendo ogni appuntamento un evento atteso e organizzato.

Dietro questa visione ci sono le menti e il cuore delle ideatrici e promotrici: Barbara Di Sebastiano, Cristina Vianello, Francesca Da Villa e Silvia Colussi. È fondamentale sottolineare che le "Donne in Cammino" sono libere cittadine che non costituiscono un gruppo politico; la loro azione non è mossa da interessi partitici, né si pone in contrasto con le istituzioni o gli organi competenti della città. Al contrario, il gruppo opera come uno stimolo positivo per la comunità, agendo in sinergia con le autorità per il bene comune.

Il ruolo di queste donne va ben oltre il semplice presidio fisico; esse rappresentano un pilastro fondamentale della società civile moderna. In un'epoca segnata da ritmi frenetici che spesso allontanano le persone dalla vita di quartiere, la loro forza risiede nella capacità di ricucire il tessuto della comunità, trasformando la paura individuale in coraggio collettivo. Sono figure centrali che agiscono come sentinelle di civiltà, dimostrando che la cura del bene comune non è un compito delegabile, ma una responsabilità condivisa che parte proprio dallo sguardo attento delle donne.

Il punto di ritrovo è la stazione ferroviaria, da dove il gruppo si muove compatto verso via Piave, un’area spesso al centro di discussioni per il degrado e la percezione di insicurezza. Mentre il dibattito pubblico si divide tra residenti e realtà difficili, queste donne scelgono di "metterci il passo".

Scortate dalla polizia municipale, percorrono la via con fierezza, dimostrando che la presenza collettiva è il primo argine contro l'abbandono, ma verso una sicurezza e orgoglio per il proprio territorio che merita di essere vissuto appieno. Il loro passaggio è determinato e sempre più donne si aggregano lungo il percorso, unite dallo stesso obiettivo. Il cammino prosegue fino a raggiungere Piazza Ferretto, per poi toccare la sede del Municipio in via Palazzo.  Questa tappa rappresenta un ponte con le istituzioni, qui il gruppo effettua una breve sosta per documentare la meta raggiunta, prima di ripartire con la stessa determinazione verso il punto d'origine alla stazione. 

 

 

 

 Il logo sulle magliette non è solo un’immagine, ma una potente espressione di autodeterminazione e solidarietà femminile che rappresenta la volontà di trasformare la città in uno spazio accogliente, dove la paura lascia il posto alla consapevolezza e all'unione. Attraverso la frase "La città è nostra", viene lanciato un vero grido di libertà per la riappropriazione dello spazio pubblico, esprimendo l'idea che le donne non debbano più limitare i propri movimenti o i propri orari per timore, ma che abbiano il diritto pieno di abitare ogni angolo della città.

La forza di questo messaggio risiede nella coesione: le tre sagome nere, diverse ma unite, ricordano che la sicurezza è un fatto collettivo e che camminare insieme trasforma la percezione di fragilità in una forza inarrestabile.

Questo richiamo al diritto alla serenità ci ricorda come la vera sicurezza non sia solo l'assenza di pericoli, ma la possibilità di camminare a testa alta e con leggerezza, rivendicando uno spazio dove poter vivere con solarità e senza difese.

In questa visione di sorellanza universale, le silhouette funzionano come uno specchio in cui ogni donna può proiettarsi, sentendosi parte di una comunità che cammina nella stessa direzione.

Quella delle "Donne che camminano" è una dimostrazione di forza e un messaggio di speranza. In questa città le donne si fanno sentire, in un silenzio forte che fa però rumore, testimoniando la volontà di vivere gli spazi comuni senza timore.

Attraverso la loro presenza costante all'interno di una realtà sociale complessa, ricordano a tutti che la sicurezza nasce dalla partecipazione e che nessuna strada è perduta finché ci sarà qualcuno disposto ad attraversarla a testa alta.

Il logo, simbolo pulsante di questo cammino, è stato interamente pensato e realizzato dalle fondatrici del gruppo, a testimonianza di un impegno che parte dal pensiero e si trasforma in azione visibile.

Il gruppo si trova su Instagram: donne_che_camminano 

* Redattrice 

 

Notizie

Visitatori

Today 600

Yesterday 557

Week 1157

Month 5332

All 83668

Currently are 15 guests and no members online

Kubik-Rubik Joomla! Extensions