di Vito Sorrenti
Non è necessario rileggere la leggenda del Grande Inquisitore, contenuta nel romanzo I fratelli Karamazov, per capire che, secondo Dostoevskij, vi sono uomini incapaci di sostenere il peso della libertà e perciò disposti a rinunciarvi in cambio di sicurezza, benessere e certezze. Non è necessario neppure ricordare il celebre detto latino panem et circenses.
Basta guardarsi intorno per vedere che una gran parte di noi preferisce essere guidata piuttosto che scegliere autonomamente. E chi cerca, in qualche modo, di evitare di diventare uno schiavo volontario deve trovare la forza di resistere a quel potere politico, economico e tecnologico che, proprio per impedire che ciò avvenga, dispiega tutti i mezzi necessari a distoglierci dal pensare e a esercitare, senza apparente coercizione, un controllo sottile e invisibile, orientando scelte, desideri e consumi attraverso strumenti di intrattenimento e tecnologie digitali che occupano uno spazio sempre più rilevante nella nostra vita.
In due mie poesie, I teocrati antichi e I teocrati moderni, ho cercato di evidenziare il modo in cui la cosiddetta “razza padrona” persegue i propri fini. I teocrati antichi promettevano la salvezza dell'anima in cambio dell'obbedienza; quelli moderni ci "regalano" ogni forma di attrazione per non farci pensare.
Infatti, le classi dominanti dispongono di un'infinità di distrazioni e gratificazioni immediate (videogiochi, social network, piattaforme di streaming e contenuti digitali sempre nuovi, ecc.) che tengono occupata la nostra attenzione, lasciando sempre meno spazio alla riflessione e al pensiero autonomo. Non hanno bisogno di soffocare apertamente il dissenso se riescono a sommergerlo sotto un flusso incessante di immagini, notizie e stimoli.
In altre due mie poesie, Deriva digitale e AI, divinità onnipresente, ho sviluppato questa critica al sistema, mettendo in rilievo «questo andare alla rovescia che porta sempre più verso l'abisso» e descrivendo l'uomo contemporaneo come «assetato di successo», che si lascia manipolare dalle «brame di invisibili nocchieri». Con questa espressione intendo quei grandi poteri economici e tecnologici che orientano i comportamenti collettivi senza apparire direttamente. Essi non governano attraverso la costrizione, ma mediante la persuasione, l'abitudine e la seduzione. Così l'individuo «vaga come nave alla deriva», incapace di seguire una direzione autentica.
A preoccuparmi è soprattutto il «genio digitale», che «dispiega il suo volere» e prepara agli uomini «un sentiero di valori e di miserie», plasmando poco alla volta il nostro modo di pensare e di guardare il mondo. Sempre più persone, immerse in questa dimensione, si occupano meno della realtà che li circonda e sembrano aver smarrito la «lucerna dei loro avi», quella luce fatta di memoria, esperienza e valori che per secoli ha guidato il cammino degli uomini.
In AI, divinità onnipresente ho rappresentato questa deriva in modo ancora più esplicito. L'intelligenza artificiale vi appare come un nuovo dio al quale gli uomini affidano volontariamente il proprio pensiero: «Avrete un nuovo Dio che penserà per voi». A ben vedere, è la stessa intuizione di Dostoevskij. Non servono più catene né imposizioni manifeste, perché molti sono disposti a rinunciare spontaneamente a una parte della propria libertà in cambio del panem et circenses di romana memoria.
Il rischio più grande è quindi una progressiva perdita della visione reale e della coscienza critica, in quanto sempre più individui seguono un «duce senza volto e senza cuore», dimentichi delle proprie radici e della propria storia. I «dettami del silicio» finiscono per sostituire il pensiero personale, mentre algoritmi invisibili orientano opinioni, consumi e comportamenti.
Il pericolo, dunque, è quello di cedere volontariamente la propria libertà e capacità di giudizio in cambio di una felicità facile e preconfezionata. Proprio come aveva intuito Dostoevskij, il problema non è soltanto l'esistenza del potere, ma la disponibilità degli uomini a farsi abbagliare e a farsi trasformare in «fedeli seguaci sempre più devoti ai dettami del silicio», con gli occhi rivolti all'infinito e i piedi sempre più vicini all'orlo del precipizio.

