di Vito Sorrenti
«L'uomo non è che una canna, la più fragile di tutta la natura», scriveva Blaise Pascal, «ma è una canna pensante». Ed è proprio qui, a mio parere, la sua grandezza: non nella forza, ma nella capacità di pensare, interrogarsi e riconoscere la propria piccolezza, il suo essere un niente, fragile e precario, disperso nell’infinito.
Oggi, però, viviamo in un'epoca in cui disponiamo di strumenti che pensano al posto nostro, ai quali chiediamo, sempre più spesso, di svolgere le funzioni di ciò che ci rende veramente umani, ossia l'esercizio critico della mente, il pensare con la propria testa («Sii il giardiniere dei tuoi pensieri», diceva Arthur Schopenhauer, «non il terreno in cui essi crescono senza controllo»).
Se fosse vivo, Socrate probabilmente avrebbe molto da dire sul nostro modo di usare, o di non usare, il cervello che la natura ci ha dato in dote. Forse ci inviterebbe a fermarci e a porci alcune domande: che cosa significa essere liberi? Che cosa significa conoscere? Siamo davvero padroni delle nostre scelte, oppure ci lasciamo guidare dalle opinioni della maggioranza, dalla pubblicità, dagli algoritmi, dalla paura o dal desiderio di essere accettati?
Nietzsche osservava che chi rimane imprigionato per tutta la vita nella prima fede che gli è stata inculcata rischia di diventare incapace di comprendere l'esistenza di altre prospettive. Da qui la necessità di mettere in dubbio, di passare al setaccio tutto ciò che ci viene detto e raccontato come pura verità.
Umberto Eco ricordava che essere colti non significa sapere tutto, ma sapere dove cercare ciò che non si sa. Già John Locke aveva osservato che la lettura fornisce materiali alla mente, mentre è il pensiero a renderli veramente nostri. Infatti, le cose noi le possediamo solo col pensiero. Studiare, dunque, non dovrebbe servire soltanto a conseguire un titolo, ma a sviluppare autonomia di giudizio e libertà interiore.
Il sapere, però, non basta se non diventa responsabilità. Una società democratica ha bisogno di cittadini capaci di informarsi, discutere, dissentire e partecipare, consapevoli che ai diritti corrispondono anche dei doveri. Platone vedeva nella politica (l’arte regia) una responsabilità verso la comunità, mentre Seneca ricordava che la saggezza rende gli uomini migliori e più liberi. Da prospettive diverse, entrambi ci invitano a riflettere e a porci una domanda essenziale, ossia: che cosa rende una vita veramente buona e degna di essere vissuta?
Certamente non il semplice possesso delle cose, né la tanto agognata ricchezza. La ricchezza, e soprattutto la sua brama, il più delle volte costituisce un ostacolo che può portare a troncare un'amicizia e a trasformare l'amore in un bene da consumare. Bauman ha descritto una società nella quale i rapporti rischiano di diventare fragili, sostituibili e rapidamente consumabili, ove impera il consumismo.
La vera ricchezza, quindi, non coincide con ciò che possediamo, ma con ciò che nessun denaro può comprare: l'amicizia, la conoscenza, la libertà, la dignità, l'affetto, la capacità di meravigliarsi e di ascoltare davvero gli altri. Ed è proprio nella qualità delle relazioni e nella capacità di andare oltre il proprio interesse individuale che possiamo trovare un'altra possibile misura del valore della nostra vita.
Bertrand Russell indicava nella ricerca dell'amore, della conoscenza e nella compassione per le sofferenze dell'umanità tre grandi passioni capaci di dare senso all'esistenza. Passioni diverse, ma unite da uno stesso principio: uscire dall'egoismo e riconoscere che la nostra vita acquista significato nel rapporto con gli altri.
È proprio nell'idea di una libertà che non coincide con l'egoismo, ma con la responsabilità verso gli altri, che si può leggere anche la figura di Gesù. Al di là della fede religiosa, Gesù può essere letto anche come simbolo della difesa della dignità umana contro ogni forma di ipocrisia e abuso del potere. Il messaggio evangelico pone al centro la persona, la compassione, il perdono e la giustizia. Tutte cose non amate da chi gestisce il potere e vuole esercitarlo sugli altri (ogni riferimento ad alcuni leader contemporanei non è casuale). E poi c’è anche chi rinuncia volontariamente alla propria libertà.
Nel Grande Inquisitore, Dostoevskij immagina uomini disposti a rinunciare alla libertà pur di ottenere sicurezza e una felicità già confezionata.
Alla luce di quanto fin qui detto, ognuno di noi dovrebbe porsi la seguente domanda: preferisco essere libero, con la fatica e la responsabilità che la libertà comporta, oppure che qualcun altro pensi e scelga al posto mio?
La risposta non può essere delegata né al PC, né allo smartphone e nemmeno all'intelligenza artificiale.
L'IA può essere uno strumento straordinario per la medicina, l'istruzione, la ricerca e il lavoro. Ma quanto più potenti diventano gli strumenti, tanto maggiore deve essere la responsabilità di chi li utilizza. Una tecnologia priva di criteri etici può accrescere non soltanto il benessere, ma anche il controllo, le disuguaglianze e la capacità di arrecare danno.
Ecco perché, a parer mio, pensare rimane il primo atto di libertà. E forse anche il più necessario. Soltanto chi conserva il coraggio di interrogarsi, dubitare e comprendere può dirsi veramente libero.

