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Il diritto a manifestare contro le politiche israeliane rischia di essere equiparato a un reato d’opinione

 

di  Monica Vendrame

C’è una proposta di legge che sta facendo discutere, e molto.

È firmata da tre senatori della Lega – Massimiliano Romeo, Daisy Pirovano e Giorgio Maria Bergesio – ed è approdata quasi in sordina in commissione Affari Costituzionali del Senato, proprio nei giorni che precedono la pausa estiva dei lavori parlamentari. Il titolo sembra rassicurante: Disposizioni per l’adozione della definizione operativa di antisemitismo, nonché per il contrasto agli atti di antisemitismo. Ma leggendo il testo, si comprende perché l’opposizione abbia parlato di “bavaglio senza precedenti”.

Il cuore della proposta ruota attorno alla definizione di antisemitismo elaborata nel 2016 dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), già adottata formalmente dall’Italia nel 2020. Si tratta di una definizione molto discussa, perché allarga il significato del termine fino a includere non solo l’odio verso gli ebrei, ma anche la critica – se ritenuta “eccessiva” – allo Stato di Israele. Tra gli esempi elencati, viene considerato atto antisemita anche il richiedere a Israele “un comportamento non atteso da altri stati democratici” o l’uso di “doppi standard” nel giudizio.

Ma il punto più critico è un altro, ed è contenuto nell’articolo 3 del disegno di legge: si prevede la possibilità di vietare manifestazioni e raduni pubblici “per ragioni di moralità”, anche solo in presenza di un “grave rischio potenziale” che vi siano slogan, simboli o messaggi considerati antisemiti secondo la definizione IHRA. In altre parole, qualsiasi corteo o sit-in che critichi duramente il governo Netanyahu – in un momento in cui Gaza è sotto le bombe e la popolazione civile muore di fame e di sete – potrebbe essere vietato d’autorità.

Non è difficile immaginare le conseguenze. Le manifestazioni per la pace, le denunce dei bombardamenti, le richieste di cessate il fuoco e di intervento umanitario, rischiano di essere equiparate all’odio antiebraico. Per molti, si tratta di una deriva pericolosa.

La senatrice del Movimento 5 Stelle Alessandra Maiorino non usa mezzi termini: “Questo disegno di legge serve solo a imbavagliare chi dissente, a garantire impunità a Israele, mentre a Gaza si consuma un genocidio sotto gli occhi del mondo”. Anche Laura Boldrini, dal PD, accusa la Lega di voler criminalizzare ogni voce critica: “Non solo si tace sui crimini di guerra, ma ora si vuole impedire anche di parlarne. Una cosa inconcepibile in un Paese democratico”.

E mentre le opposizioni chiedono audizioni con esperti e giuristi, cresce anche il timore che si stia cercando di importare in Italia un modello repressivo che in altri paesi ha già fatto danni. Negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Germania, la definizione dell’IHRA è stata usata – come denunciato da oltre cento ONG, tra cui anche organizzazioni ebraiche – per mettere a tacere studenti, attivisti, professori universitari, ONG e giornalisti. Tutti colpevoli di aver denunciato l’occupazione, l’apartheid e le politiche di colonizzazione condotte da Israele nei confronti dei palestinesi.

Nel testo della proposta, si parla anche di creare una banca dati sugli atti di antisemitismo, di formare insegnanti e forze dell’ordine, di promuovere campagne mediatiche. Tutto condivisibile, se non fosse che si rischia di far passare per “odio” qualunque critica politica. Il confine tra prevenzione del razzismo e repressione del dissenso si fa sottile. E pericolosamente mobile.

C’è poi una domanda che attraversa il dibattito: si può davvero equiparare l’antisemitismo – una delle più antiche e tragiche forme di odio – alla denuncia delle azioni di un governo? Non è una banalizzazione, questa, che rischia di svilire anche la lotta all’odio antiebraico?

Intanto, mentre le bombe cadono ancora su Gaza, e le immagini di bambini dilaniati o morenti di fame scuotono la coscienza pubblica, l’Italia discute se mettere il silenziatore a chi vuole ancora manifestare. È una pagina delicata della nostra democrazia. E le parole contano. Per questo è più che mai necessario distinguere con chiarezza tra antisemitismo e legittima critica politica. Altrimenti, il prezzo rischia di pagarlo la libertà di tutti.

 

*Le opinioni espresse in questo editoriale rappresentano il punto di vista dell’autore e si basano su fonti pubbliche e dichiarazioni parlamentari. L’intento non è offendere, ma riflettere sul rapporto tra libertà di espressione e atti legislativi.

 

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Info Autore
Monica Vendrame
Author: Monica Vendrame
Biografia:
Vive a Pegli, affacciata sul mare di Genova. Direttrice editoriale del quotidiano online La Voce agli Italiani, redattrice de "La Voce del Savuto", unisce rigore giornalistico e sensibilità umana, occupandosi di attualità, cultura e temi sociali. Vicepresidente dell’Associazione culturale Atlantide, promuove eventi e progetti dedicati all’arte e alla parola. Scrittrice e poetessa, sta lavorando al suo primo volume di liriche. Ama la fotografia, la lettura, l’arte in ogni forma e ha uno sguardo attento alle sfumature della vita.
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