Alla ‘Caio Giulio Cesare’ gli alunni italiani sono ormai pochissimi. Il personale ATA se ne va, molte famiglie non parlano italiano e l’integrazione mostra tutte le sue crepe
di Monica Vendrame
A Mestre c’è una scuola nella quale la realtà ha superato qualunque dibattito ideologico.
È l’Istituto comprensivo “Caio Giulio Cesare”, frequentato da circa 1.300 alunni tra infanzia, primaria e secondaria. La presenza di studenti di origine straniera raggiunge percentuali vicine al 98%, con una fortissima componente proveniente dal Bangladesh. Gli italiani? In alcune sedi si contano praticamente sulle dita.
E poi ci raccontano che il problema sarebbe soltanto usare le parole sbagliate.
Qui, invece, il problema è estremamente concreto: come si integra qualcuno quando quasi non esiste più una comunità nella quale integrarsi?
Il caso è diventato nazionale perché alla vigilia dell'apertura dell'anno scolastico si è verificata un'altra situazione clamorosa. Il personale ATA con contratto scaduto non ha chiesto di rimanere. Collaboratori scolastici e amministrativi hanno scelto altre destinazioni e, inizialmente, neppure i nuovi assegnatari sembravano voler scegliere l'istituto.
Non stiamo parlando di qualche difficoltà marginale.
Tra i problemi segnalati c'è innanzitutto la comunicazione con le famiglie, molte delle quali hanno una conoscenza insufficiente dell'italiano. A complicare tutto, secondo quanto riportato, c'è stata anche la mancanza di un mediatore culturale.
E allora fermiamoci ai fatti.
Se in una scuola italiana la quasi totalità degli studenti è straniera, se gli studenti italiani progressivamente se ne vanno, se comunicare con parte delle famiglie diventa difficile e se persino il personale preferisce cercare un'altra sede, qualcosa nel meccanismo dell'integrazione evidentemente non ha funzionato.
Non è colpa dei bambini bengalesi. È il risultato di una gestione che per anni ha confuso l’accoglienza con l’integrazione, senza chiedersi fino a che punto una scuola possa reggere squilibri di queste proporzioni.
Perché integrare significa mescolare, condividere lingua, regole, abitudini, spazi. Se una comunità scolastica diventa quasi completamente omogenea e separata dal resto della popolazione, il risultato rischia di essere l’opposto: una comunità parallela.
E qui arriva la domanda che molti preferiscono evitare.
Si può discutere se la parola “invasione” sia eccessiva o sbagliata. Ma davanti a una scuola italiana con una presenza straniera vicina al 98%, il problema non può più essere ridotto alla terminologia.
Il problema è capire come si sia arrivati fin qui.
E soprattutto chiedersi dove siano finiti gli italiani che quella scuola, evidentemente, non la scelgono più.
La nuova dirigente ha parlato di una “grande sfida”. Ed è certamente così.
Ma quando una scuola italiana arriva al 98% di alunni stranieri, più che celebrare l’integrazione sarebbe forse il caso di domandarsi, molto seriamente, se non sia già fallita.

