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Il Paese investe sui giovani, li forma, li lascia partire e poi prova a tenere in piedi la baracca con salari bassi, lavoro povero e bonus di sopravvivenza. Ma senza giovani qualificati, senza nascite e senza contributi solidi, il futuro non si governa: si svende

 

di  Fiore Sansalone 

 L’Italia non sta semplicemente invecchiando. Sta sbagliando i conti con se stessa.

Da una parte forma giovani, paga scuole, università, servizi, famiglie che si sacrificano per anni. Dall’altra li lascia partire. Li accompagna all’aeroporto con una pacca sulla spalla, li chiama “cervelli in fuga” e poi continua come se nulla fosse. Come se perdere un laureato, un tecnico, un medico, un ingegnere, un ricercatore fosse solo una storia personale. Non lo è. È una perdita nazionale.

È capitale umano che se ne va. È denaro pubblico e privato che ha prodotto competenze per altri Paesi. È futuro italiano che pagherà tasse, contributi, mutui e figli altrove.

Secondo le stime della Fondazione Nord Est, tra il 2011 e il 2023 il valore del capitale umano uscito dall’Italia con i giovani emigrati è stato calcolato in 133,9 miliardi di euro. Non una suggestione, non una percezione: una voragine. Ogni partenza non è solo una valigia. È un pezzo di Paese che cambia indirizzo.

E mentre i giovani partono, le culle restano vuote. Nel 2025, secondo Istat, le nascite provvisorie sono scese a 355mila e il numero medio di figli per donna a 1,14. Le previsioni demografiche indicano, nello scenario mediano, una popolazione residente a 45,8 milioni nel 2080, oltre 13 milioni in meno rispetto al 2024. Sono numeri che non chiedono commenti pietosi. Chiedono una classe dirigente all’altezza.

Invece l’Italia continua a ragionare per toppe.

Un bonus per la natalità, un incentivo per il rientro, una conferenza sui giovani, una frase solenne sulla famiglia. Poi tutto torna come prima. Salari bassi, affitti impossibili, carriere bloccate, precarietà, concorsi eterni, servizi insufficienti, meritocrazia spesso umiliata. Si parla di futuro, ma si finanzia il presente. Si invocano i figli, ma si costruisce un Paese in cui mettere al mondo un figlio sembra quasi un azzardo.

E allora i giovani fanno l’unica cosa razionale: se ne vanno.

Non partono perché non amano l’Italia. Partono perché l’Italia li ama male. Li celebra nei discorsi e li scoraggia nei fatti. Li chiama risorsa, ma li tratta come un costo. Chiede loro pazienza, adattamento, sacrificio, flessibilità. Sempre flessibilità. Peccato che, a forza di piegarsi, una generazione intera abbia imparato a spezzare il legame con la propria terra.

Qui sta il nodo vero: l’Italia non perde solo popolazione. Perde contribuenti forti.

Perché un giovane qualificato che lavora bene, guadagna bene e versa contributi solidi è ciò che tiene in piedi pensioni, sanità, scuola, welfare. Quando quel giovane parte, il danno non è solo affettivo o culturale. È economico. Previdenziale. Sociale. È un buco che si apre nel sistema.

E con cosa pensiamo di riempirlo?

Con un’economia fondata sempre più su lavoro povero, salari bassi, mansioni a basso valore aggiunto? Con una classe media che scivola verso il basso? Con giovani italiani costretti ad accettare stipendi che non permettono né indipendenza né figli? Con una manodopera spesso povera chiamata a reggere, da sola, una demografia che non funziona più?

Nessuno disprezza i lavori umili. Anzi, vanno rispettati più di quanto accada oggi. Ma una nazione non vive solo di lavoro povero. Non regge un sistema pensionistico con salari da sopravvivenza. Non finanzia una sanità pubblica con contributi deboli. Non costruisce futuro se espelle competenze e trattiene solo fragilità.

Questa è la verità che la politica evita: non basta avere più residenti. Bisogna avere più persone in grado di produrre valore, versare contributi, creare famiglie, innovare, restare, investire. La demografia non è solo una questione di numeri. È una questione di qualità del lavoro, di redditi, di stabilità, di fiducia.

L’Italia, invece, sembra aver scelto una scorciatoia pericolosa: lascia partire chi può crescere e si rassegna a trattenere chi sopravvive. Così il Paese non si rinnova. Si impoverisce.

E intanto la politica fa finta di sorprendersi.

Si sorprende se i giovani non fanno figli. Ma con quali stipendi? In quali case? Con quali servizi? Con quale certezza del domani?

Si sorprende se i laureati emigrano. Ma con quali carriere dovrebbero restare? Con quali prospettive? Con quale rispetto per il merito?

Si sorprende se la natalità crolla. Ma una culla vuota non è un capriccio: è spesso una scelta obbligata dalla paura.

La politica lo sa. Non può non saperlo. Ma una cura vera costerebbe consenso. Significherebbe toccare rendite, corporazioni, privilegi, sprechi, burocrazie, clientele. Significherebbe dire ad alcune categorie che il Paese non può più vivere di protezioni incrociate mentre i giovani pagano il conto. Significherebbe smettere di comprare tranquillità elettorale con bonus e promesse.

Meglio amministrare il declino. Costa meno fatica. Almeno fino al giorno in cui il declino presenta il conto.

E il conto arriverà sulle pensioni, sulla sanità, sui servizi, sui territori interni, sulle scuole che chiudono, sui paesi che si spengono, sulle famiglie che rinunciano, sui giovani rimasti che dovranno lavorare sempre più a lungo per sostenere un sistema sempre più pesante.

Chi pagherà le pensioni di domani se i giovani sono pochi, malpagati o emigrati?

Questa è la domanda che dovrebbe aprire ogni Consiglio dei ministri. Non l’ennesima polemica del giorno. Non il sondaggio della settimana. Non la promessa buona per la campagna elettorale. Perché senza una risposta a questa domanda, tutto il resto è arredamento su una casa che crolla.

Servirebbe un patto nazionale vero: salari dignitosi, casa accessibile, asili, servizi, detassazione seria del lavoro giovane e qualificato, industria, ricerca, rientro dei talenti, natalità trattata come infrastruttura del Paese e non come tema da festa della mamma. Servirebbe una politica capace di pensare a vent’anni, non a venti giorni.

Ma soprattutto servirebbe una verità detta senza trucco: l’Italia non è povera perché mancano i giovani. I giovani mancano anche perché l’Italia li ha impoveriti, sfiduciati, scoraggiati, accompagnati alla porta.

E un Paese che accompagna i figli alla porta non sta semplicemente perdendo abitanti.

Sta rinunciando a sé stesso.

Perché quando perdi chi dovrebbe lavorare, pagare contributi, fare figli, innovare, curare, insegnare, costruire, non stai vivendo una crisi demografica. Stai vivendo una crisi di destino.

Il resto sono bonus, slogan e conferenze stampa.

Cenere amministrata con il sorriso.

 

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Info Autore
Fiore Sansalone
Author: Fiore Sansalone
Biografia:
Fiore Sansalone vive e lavora a Rogliano, in provincia di Cosenza. Editore e giornalista pubblicista, è iscritto all'albo della Calabria dal 2003. Ha studiato Scienze economiche presso l'Unical di Cosenza e Scienze politiche all'università degli studi di Bari "Aldo Moro". Ha collaborato con il quotidiano "La Provincia cosentina". Dal 1998 dirige il periodico del territorio a sud di Cosenza, "La Voce del Savuto"; per alcuni anni ha diretto il mensile "Grimaldi 2000", edito dall'amministrazione comunale. Ed ancora, è stato editore e direttore responsabile de "La Voce del Savuto in Canada". È ideatore del "Premio Sabatum", un'importante rassegna che rende testimonianza ai protagonisti attivi delle arti, della cultura, delle scienze, dello spettacolo e del giornalismo che, negli anni, con passione e professione, hanno dato lustro alla terra del Savuto. Organizzatore di eventi, da un trentennio promuove concorsi letterari, mostre e rassegne culturali e musicali. Per 18 anni è stato direttore artistico del concorso regionale della canzone "Città di Rogliano". Studioso di tradizioni, da 22 anni pubblica "Il calendario del Savuto", ed è coautore in numerosi volumi sulla ricerca popolare. Nel 1980 ha pubblicato, insieme all'insegnante Brunella Aiello, "Trilogia della vita - Quannu sona la campana - Nascita, matrimonio e morte nella cultura contadina". È presidente dell'associazione culturale "Atlantide - Centro studi nazionale per le arti e la letteratura", con sede a Rogliano (Cosenza) e Pegli (Genova). Suona la chitarra e ama la pittura, la fotografia e la poesia.
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