Auto incendiate, vetrine spaccate, biciclette date alle fiamme, quartieri trasformati in campi di battaglia. Dopo la vittoria del PSG, Parigi non ha mostrato soltanto il volto del tifo violento, ma quello di un’integrazione fallita e di uno Stato che arretra davanti a una parte delle seconde generazioni cresciute senza appartenenza
di Monica Vendrame
Parigi ha bruciato. Non simbolicamente, non per modo di dire.
Ha bruciato nelle auto date alle fiamme, nelle vetrine sfondate, nelle biciclette del bike sharing accatastate come legna e incendiate in mezzo alla strada, nei cassonetti rovesciati, nei quartieri lasciati per ore alla furia di gruppi violenti. Dopo la vittoria del Paris Saint-Germain in Champions League, la capitale francese avrebbe dovuto vivere una notte di festa. Invece ha vissuto una notte di devastazione.
Non si è trattato di qualche eccesso isolato. Non si è trattato della solita confusione da dopo partita. Le immagini raccontano altro: strade trasformate in scenari di guerriglia urbana, persone che saltano sulle auto, vetri infranti, mezzi pubblici danneggiati, polizia bersagliata, fumo nero sopra i quartieri. Una città colpita non da un nemico esterno, ma da ragazzi cresciuti dentro le sue periferie, spesso nati in Francia, con documenti francesi, scuole francesi, servizi francesi. Eppure lontani, ostili, estranei a qualunque idea di appartenenza reale.
È qui che il discorso diventa scomodo. Ed è proprio qui che va affrontato.
Perché una parte delle seconde e terze generazioni europee non si sente parte della nazione in cui è nata. Ne usa i diritti, ne frequenta le scuole, ne occupa gli spazi, ma non ne riconosce l’autorità, non ne rispetta le regole, non ne sente la storia come propria. La polizia non è vista come presidio di sicurezza, ma come nemico. La città non è vissuta come casa comune, ma come territorio da sfidare, danneggiare, umiliare.
E quando basta una partita di calcio per trasformare interi quartieri in un campo di battaglia, significa che il problema non è il calcio. Il calcio è solo il detonatore. La polvere da sparo era già lì.
La verità è che l’Europa ha coltivato per anni una menzogna comoda: quella secondo cui l’integrazione sarebbe arrivata da sola. Bastava accogliere, finanziare, comprendere, giustificare, evitare parole dure, non urtare nessuno. Bastava parlare di inclusione e il resto si sarebbe sistemato. Ma non si è sistemato. È esploso. E a pagare non sono i teorici del multiculturalismo da convegno: sono i cittadini che si ritrovano l’auto bruciata, il negozio devastato, il quartiere irriconoscibile, la paura sotto casa.
Questo è il punto che il buonismo non vuole vedere: l’integrazione senza adesione ai valori fondamentali dello Stato è una finzione. Non basta nascere in Francia, in Italia, in Germania o in Belgio per sentirsi davvero parte di una comunità nazionale. Serve un patto. Serve rispetto. Serve riconoscere che esistono regole superiori alla rabbia, alla frustrazione, alla cultura del branco, al vittimismo trasformato in licenza di distruggere.
No, non è povertà che spinge a bruciare l’auto di un lavoratore. Non è disagio sociale che giustifica una vetrina sfondata. Non è emarginazione che autorizza a lanciare oggetti contro la polizia o a devastare un quartiere. La povertà esiste, il disagio esiste, le periferie difficili esistono. Ma trasformare tutto questo in assoluzione automatica significa insultare milioni di persone povere, disagiate, periferiche, che non incendiano nulla e rispettano la legge.
Il problema è culturale, educativo, identitario. Ed è enorme.
La Francia lo vive da anni: quartieri dove lo Stato entra con cautela, zone in cui l’autorità pubblica è percepita come presenza ostile, esplosioni periodiche di violenza raccontate ogni volta come episodi e mai come sintomi. Eppure il sintomo è sempre lo stesso: una parte delle seconde generazioni è rimasta in una terra di mezzo, con il passaporto europeo e un’appartenenza mai davvero costruita.
Questo non significa accusare indistintamente tutti i figli dell’immigrazione. Sarebbe ingiusto e anche falso. Ci sono milioni di persone di origine straniera che lavorano, studiano, rispettano le regole, amano il Paese in cui vivono e ne sono parte viva. Proprio per rispetto verso di loro bisogna dire la verità su chi invece distrugge. Perché il silenzio non protegge gli onesti: protegge i violenti.
E poi c’è il grande silenzio del racconto mainstream. Si parla di “giovani”, di “teppisti”, di “facinorosi”, di “disordini”, ma ci si guarda bene dallo specificare chi siano, da dove vengano, quale sia il contesto sociale e culturale in cui queste nefandezze maturano. È il solito vocabolario anestetizzato: parole neutre per non disturbare nessuno, formule prudenti per non incrinare il dogma dell’integrazione riuscita. Ma quando interi quartieri vengono devastati, quando le auto dei cittadini finiscono in fiamme e la polizia viene presa a bersaglio, tacere sull’identità degli autori non è equilibrio: è omissione.
Il politicamente corretto ha prodotto questo: una società che vede le fiamme ma ha paura di nominare chi tiene in mano l’accendino.
Questo è lo Stato arretrante. Uno Stato che teme di esercitare la propria autorità. Uno Stato che preferisce contenere il danno invece di ristabilire l’ordine. Uno Stato che tollera la devastazione perché ha paura di apparire duro. Ma la durezza verso chi distrugge non è ingiustizia. È difesa della civiltà.
L’Italia dovrebbe guardare Parigi senza superbia e senza illusioni. Perché certi segnali si vedono già anche qui: baby gang, aggressioni, zone urbane degradate, sfide aperte alle forze dell’ordine, vandalismi trattati come bravate, minorenni lasciati in strada a fare branco. Anche da noi si tende spesso a spiegare tutto, giustificare tutto, minimizzare tutto. Ma ogni minimizzazione è un mattone tolto al muro della legalità.
Una società non si salva con gli slogan. Si salva con regole chiare, pene certe, famiglie responsabilizzate, scuole capaci di educare, istituzioni presenti, confini culturali netti. Chi vive in Europa deve sapere che l’Europa non è un bancomat di diritti senza doveri. Non è un albergo da occupare. Non è una città da incendiare quando qualcosa non va.
Accoglienza non significa rinuncia. Integrazione non significa chiudere gli occhi. Convivenza non significa permettere a gruppi violenti di imporre la loro legge nei quartieri.
Parigi, questa volta, non è soltanto Parigi. È un avvertimento. È la fotografia brutale di ciò che accade quando per decenni si confonde la tolleranza con la debolezza, l’inclusione con l’impunità, la prudenza con la paura. Le seconde generazioni che rifiutano il Paese in cui sono cresciute non sono un dettaglio sociologico: sono una questione politica, culturale e di sicurezza nazionale.
Bandire il buonismo non significa bandire l’umanità. Significa smettere di sacrificare i cittadini onesti sull’altare di un’ideologia che non vuole vedere i colpevoli, nominare i problemi, difendere davvero le vittime.
Perché le vittime, questa volta, non sono concetti astratti. Sono i parigini che hanno visto il proprio quartiere devastato. Sono i commercianti con le vetrine in frantumi. Sono i proprietari delle auto bruciate. Sono gli agenti feriti. Sono i cittadini perbene, di qualunque origine, che chiedono solo una cosa semplice: vivere in una città dove la festa non diventi incendio, dove la legge valga per tutti, dove chi distrugge paghi.
Il resto è propaganda. E Parigi, sotto il fumo nero, ha già pagato abbastanza.
Di seguito il video-commento di Massimo Salvati sui disordini di Parigi, con alcune immagini significative della gravità degli atti vandalici avvenuti dopo la finale di Champions League.

