di Fiore Sansalone
ROMA – Giorgia Meloni mette un confine netto sul sostegno all’Ucraina e lo fa guardando anche agli equilibri politici presenti e futuri del centrodestra. Per la presidente del Consiglio non può esserci spazio, nella stessa coalizione, per chi mette in discussione l’appoggio a Kyiv e sceglie di votare contro gli aiuti.
In una lunga intervista al Foglio, la premier rivendica la linea seguita dal governo e respinge l’idea di modificarla per convenienza elettorale. Usa parole particolarmente dure nei confronti di quelli che definisce «finti patrioti», sostenendo di non essere disponibile a rinnegare quanto fatto finora pur di conservare o allargare il consenso.
«Sono una persona seria e non sono buona per tutte le stagioni», afferma Meloni. E aggiunge che chi cerca un presidente del Consiglio disposto a cambiare posizione in funzione dell’appoggio di questo o quel partito deve «rivolgersi altrove».
«Ho sostenuto l’Ucraina per Roma»
Il passaggio centrale riguarda la guerra e il ruolo assunto dall’Italia dal febbraio 2022. Meloni riconosce che schierarsi con Kyiv non è stata necessariamente la scelta più conveniente dal punto di vista del consenso. Anzi, secondo la presidente del Consiglio, sarebbe probabilmente stato più facile percorrere la strada opposta.
La ragione della posizione italiana, spiega, va però cercata negli interessi nazionali. «Non ho sostenuto l’Ucraina per Kyiv, ho sostenuto l’Ucraina per Roma», dice la premier.
Il ragionamento è quello portato avanti dal governo negli ultimi anni: un Paese come l’Italia avrebbe molto da perdere se nelle relazioni internazionali passasse il principio secondo cui i confini possono essere modificati con la forza e le regole tra gli Stati possono essere ignorate.
Per Meloni, dunque, la questione ucraina non rappresenta soltanto una scelta di politica estera, ma riguarda direttamente la sicurezza e gli interessi italiani.
Governare e gli ostacoli che «da fuori non vedi»
Nell'intervista c'è spazio anche per una riflessione personale sull'esperienza a Palazzo Chigi. La presidente del Consiglio ammette che il passaggio dall'opposizione alla responsabilità di governo le ha mostrato difficoltà che dall'esterno sono molto meno evidenti.
Una critica, racconta, l'ha fatta riflettere più delle altre: quella di chi le ha fatto notare come, una volta arrivata alla guida del Paese, abbia potuto constatare quanto sia complicato trasformare le intenzioni politiche in decisioni concrete.
Meloni non lo nega. Racconta che in alcuni momenti le è sembrato di «nuotare nella colla», alle prese con procedure, vincoli e ostacoli capaci di rallentare anche scelte apparentemente semplici.
Più dolorosi, sul piano personale, sono stati invece gli attacchi rivolti alle persone a lei vicine. Alle critiche politiche, sostiene, era preparata da tempo; diverso è stato vedere familiari e persone care coinvolti nelle polemiche con l'obiettivo di colpire indirettamente lei.
La rivendicazione della stabilità italiana
Meloni traccia infine un bilancio politico dell'azione del suo esecutivo. A suo giudizio, l'Italia viene oggi percepita all'estero come un Paese più stabile, affidabile e credibile, risultato che attribuisce anche alla compattezza mantenuta dalla maggioranza nel corso della legislatura.
Una stabilità che la premier considera un patrimonio da non disperdere, indipendentemente da chi governerà in futuro.
Il messaggio politico più pesante dell'intervista, però, resta quello iniziale. Sul sostegno all'Ucraina Meloni non intende arretrare e avverte anche i possibili alleati: l'appartenenza al centrodestra, da sola, non basta.
Per Palazzo Chigi esiste una linea oltre la quale il calcolo elettorale deve fermarsi. E, almeno nelle parole della presidente del Consiglio, l'Ucraina è una di quelle linee rosse.

