di Vito Sorrenti
In questi ultimi tempi, davanti al tragico dispiegarsi degli eventi, davanti alla distruzione di asili, scuole, ospedali, davanti agli eccidi e agli orrori che si susseguono regolarmente, mi è ritornata spesso alla memoria la frase presente nel romanzo di Cesare Pavese, La luna e i falò: «Un conto è morire, un conto è veder morire».
E ho pensato alle creature che vengono annientate senza che alcuno le veda morire, neanche da chi infligge loro la morte. E mi è tornato alla mente il celebre proverbio popolare che dice: “Occhio non vede, cuore non duole”. Perché, se chi muore non viene visto neppure da chi lo uccide, viene a mancare la possibilità di riconoscere nella morte dell'altro un evento che ci riguarda, che ci pone davanti alla nostra comune condizione umana. Il morto non è soltanto «un altro», ma qualcuno con cui dobbiamo fare i conti.
Questa riflessione è più che mai attuale nell'epoca delle guerre tecnologiche e dell'intelligenza artificiale, che non costringono più gli uomini a confrontarsi, a guardarsi negli occhi, a osservare il volto del nemico. Mentre nel passato, anche quando prevalevano odio, ferocia, barbarie e disumanizzazione, restava la possibilità di riconoscere nell'avversario un essere umano. Lo stesso Achille, nell’Iliade di Omero, dopo aver infierito sul corpo di Ettore, cede alla supplica di Priamo e restituisce il corpo del figlio perché possa ricevere gli onori funebri.
Dalla guerra omerica fino a qualche secolo fa, il combattente si confrontava con il suo nemico, osservava la sua paura, la sua vulnerabilità, ne percepiva la presenza concreta. E uccidere significava spesso assumersi direttamente il peso di quella morte.
La modernità, invece, ha progressivamente attenuato questo confronto: l'artiglieria, i bombardamenti aerei e oggi i droni hanno aumentato la distanza tra chi colpisce e chi viene colpito. L'intelligenza artificiale rischia di eliminare ulteriormente questo processo, introducendo sistemi capaci di identificare bersagli e automatizzare decisioni operative, rendendo l'intervento umano sempre più remoto.
Appare chiaro, da quanto fin qui detto, che il problema non è soltanto tecnico o militare, ma antropologico. Quando la morte dell'altro è mediata da strumenti e procedure automatizzate, si indebolisce la percezione della sua realtà umana. Il nemico tende a diventare un oggetto, un bersaglio, un risultato operativo. E ciò conduce all'attenuazione — o addirittura alla perdita — della responsabilità morale.
In questo contesto si inseriscono anche le recenti riflessioni di Papa Leone XIV, che nella sua enciclica Magnifica Humanitas richiama la necessità di orientare lo sviluppo dell'intelligenza artificiale al servizio della persona umana e di governarne gli usi in ambiti sensibili come quello bellico.
L'intelligenza artificiale non è dunque solo una nuova tecnologia della guerra, ma una sfida alla nostra capacità di riconoscere l'altro come essere umano.
Alla luce di ciò, appare chiaro che la posta in gioco non è l'efficienza delle macchine, ma la qualità dello sguardo umano. Pavese ci ricorda che i morti continuano a interrogarci. Ci chiedono di rimanere umani. Ci obbligano a riconoscere che ogni vita spezzata modifica il mondo dei vivi.
Forse il pericolo più grande delle guerre del futuro non è che le macchine imparino a uccidere meglio degli uomini, ma che gli uomini finiscano per comportarsi come macchine al servizio dell'intelligenza artificiale, dimenticando il significato umano della vita e della morte.

