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Alla vigilia del voto di sfiducia in Parlamento, Ursula appare politicamente al sicuro. Ma dietro la corazza della Commissione cresce il distacco tra le istituzioni e l’Europa reale

 

di  Monica Vendrame

BRUXELLES – Ursula von der Leyen si prepara a superare un’altra prova di forza. Domani, 10 luglio, il Parlamento europeo sarà chiamato a esprimersi su una mozione di sfiducia nei suoi confronti. Nessuno si fa illusioni: la presidente resterà saldamente al suo posto. Non perché goda di grande fiducia. Non perché sia amata o rispettata. Ma perché a Bruxelles funziona così: le poltrone si proteggono, le crepe si nascondono, e la democrazia resta fuori dalla porta.

La mozione è partita da un gruppo di eurodeputati “sovranisti”, termine che a Bruxelles basta e avanza per screditare chiunque metta in discussione l’ordine costituito. Ma dietro il dito dei populismi agitati come spauracchio, ci sono accuse pesanti. Prima fra tutte, quella che riguarda il mistero degli SMS con Pfizer: durante il caos della pandemia, von der Leyen ha gestito in prima persona – e via telefono – la trattativa miliardaria per i vaccini. Nessun verbale, nessuna trasparenza, solo messaggi privati di cui oggi si rifiuta persino di mostrare il contenuto. In qualunque altro Paese questa sarebbe chiamata opacità, se non altro.

Ma il problema è molto più ampio. Il vero nodo è la gestione autoritaria, verticistica e impermeabile della Commissione, sempre più simile a un fortino che a un’istituzione pubblica. Von der Leyen non ascolta il Parlamento, detta la linea da sola, e tratta gli eurodeputati come comparse. E il Parlamento, invece di far valere la sua funzione di controllo, abbassa la testa. Oppure, come accadrà domani, si astiene. Perché tanto, per far passare la mozione, serve una doppia maggioranza pensata proprio per non disturbare i manovratori: 361 voti e i due terzi di quelli espressi. Un capolavoro di autoconservazione istituzionale.

Eppure, le tensioni dentro la maggioranza ci sono. I socialisti e i liberali, che un anno fa avevano sottoscritto un accordo con i popolari, ora si sentono traditi. Accusano von der Leyen di essersi spostata a destra, di aver rinnegato gli impegni sul clima, di flirtare con i meloniani e i conservatori più intransigenti ogni volta che c’è da fare la voce dura contro i migranti o smantellare pezzi del Green Deal.

La verità è che questa Europa è in mano a una casta tecnocratica che parla solo con sé stessa. E Ursula von der Leyen ne è il volto perfetto: educata, impenetrabile, sempre in giacca beige, mai una parola fuori posto, ma pronta a difendere fino all’ultimo i suoi silenzi, i suoi messaggini segreti, le sue giravolte politiche.

Nel frattempo, fuori da Strasburgo e Bruxelles, l’Europa reale si sgretola. Le famiglie fanno i conti con l’inflazione, le imprese arrancano, l’agricoltura muore strangolata da regole che nessuno ha mai spiegato davvero. Ma a chi importa? La priorità, lassù, è sempre un’altra: proteggere la Commissione, non servire i cittadini.

Un voto che non serve, ma che racconta tutto

Domani Ursula uscirà indenne, con il solito mezzo sorriso di chi sa già il risultato in anticipo. Ma quello che resterà, più della sconfitta della mozione, sarà l’amaro in bocca. Perché questo voto – finto, svuotato, blindato – racconta meglio di mille discorsi che razza di costruzione è diventata l’Unione Europea: una fortezza burocratica, impermeabile alle critiche, ostile al dissenso, incapace di parlare la lingua della realtà.

E intanto l’Europa vera – quella delle periferie, dei lavoratori, dei piccoli agricoltori, dei giovani precari – resta senza voce. O meglio, continua a parlare. Solo che nessuno, a Bruxelles, l’ascolta più.

 

 

Dopo cinque giorni di agonia, si è spento il 67enne rimasto gravemente ustionato nell'incidente al distributore di via dei Gordiani. Amava gli animali e aveva servito l’Aeronautica: per gli amici era “un uomo buono, da sempre”

 

di  Fiore Sansalone

ROMA – Aveva ancora il viso pieno di ustioni, Claudio Ercoli, quando lo hanno portato al Sant’Eugenio.

 

Il 35enne ha raggiunto la pista eludendo i controlli di sicurezza: ancora da chiarire le motivazioni del gesto

 

di  Monica Vendrame

Una corsa disperata, in contromano, oltre i confini del buonsenso e della sicurezza, finita con un impatto tremendo contro un motore acceso, nel cuore dell’aeroporto di Bergamo-Orio al Serio.

 

di  Fiore Sansalone

Ci sono simboli che, pur essendo piccoli, sanno farsi notare. Tra questi, negli ultimi mesi, spicca un fiocchetto giallo. Apparentemente innocuo, si è trasformato in un segno forte, riconoscibile, identitario. Il suo significato più recente affonda nel dramma del conflitto israelo-palestinese: è il simbolo della campagna Bring Them Home Now, nata per chiedere il rilascio degli ostaggi israeliani detenuti a Gaza. In Italia, la campagna è stata rilanciata dal quotidiano Il Foglio, che ha distribuito migliaia di spille ai propri lettori.

Un gesto di solidarietà, certo. Ma anche qualcosa di più sottile, che col tempo ha iniziato a sollevare domande. Perché quando un simbolo comincia a comparire ovunque, anche nei contesti meno politicizzati, si trasforma. Da segno personale a presenza pubblica. Da empatia a messaggio.

Un episodio aiuta a capire. Su un Frecciarossa, in un pomeriggio qualsiasi, una viaggiatrice nota qualcosa di strano. Un uomo si alza, prende il suo zaino dal vano bagagli, lo tiene in mano per un attimo, poi lo appoggia con cura sul sedile di fronte al suo. Non accanto. Non per comodità. Di fronte. E sulla maniglia dello zaino, in posizione perfetta per essere vista, c’è la spilla gialla. L’uomo non si siede. Resta in piedi. Non dice nulla, ma sembra che qualcosa voglia dirlo lo stesso.

È solo un caso? Forse sì. Ma quando certi dettagli si ripetono, iniziano ad assomigliare meno a coincidenze e più a messaggi. Soprattutto se lo stesso fiocco si ritrova anche sulla giacca del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, appuntato con la stessa precisione, sempre visibile, quasi un’estensione della sua presenza.

 

In Italia, ogni anno, centinaia di persone si tolgono la vita nel silenzio più totale. Dietro molti di quei gesti estremi ci sono solitudini sommerse, fragilità ignorate, lavori persi e dignità calpestate

 

di  Massimo Reina

C’è un rumore che nessuno sente. Non è uno sparo, non è un tonfo. È il suono sordo di una sedia rovesciata, di una corda che tira, di un respiro che si spegne nel silenzio di una stanza chiusa. È il rumore che fa il suicidio. Ma non quello spettacolare da serie TV, con la musica drammatica e la telecamera che indugia sul volto sofferente. No. Quello vero. Quello di chi decide di uscire di scena senza chiedere permesso, senza fare rumore, senza nemmeno un applauso.

I dati dell’ISTAT

Ogni anno in Italia se ne vanno così, in punta di piedi, circa quattromila persone. Una ogni due ore. Più di dieci al giorno. E non perché sono pazze, come ancora ama pensare chi non ha mai avuto il coraggio di guardare dentro un abisso. No, si uccidono perché non ce la fanno più. Perché il dolore, la vergogna, la solitudine – non quella fisica, ma quella sociale, psicologica, che ti mangia da dentro come un tarlo silenzioso – diventano troppo forti.

Secondo i dati dell’ISTAT, sono uomini e donne di ogni età. Non solo giovani fragili e adolescenti iperconnessi. No. Sempre più spesso sono adulti, padri e madri di famiglia, cinquantenni che hanno perso il lavoro, che vivono di lavoretti in nero dopo trent’anni di contributi andati in fumo, che non vedono una via d’uscita. Gente con una vita normale, che fino a ieri rideva, lavorava, portava i figli a scuola. Gente che aveva amici, parenti, colleghi.

Eppure si sentiva sola. Terribilmente sola. Perché quel mostro che cresce nella testa – la depressione, l’umiliazione, la paura di non farcela – è un animale infido. Ti sussurra che sei un fallito, che non vali niente, che stai solo sprecando l’aria degli altri. E lo fa quando sei circondato da gente che ti vuole bene, ma che non vede. Che non sa. Che magari pensa tu sia solo un po’ giù di corda.

E in effetti, come biasimarli? In un Paese dove l’unica depressione che fa notizia è quella del PIL, dove chi perde tutto non riceve compassione ma sospetto, dove se sei povero sei colpevole, come puoi aspettarti che qualcuno ti chieda: “Come stai?” E lo faccia davvero.

Vittime di uno stato di abbandono

E quando alla ferita invisibile della depressione si aggiunge la lama sottile della precarietà, il sussurro diventa urlo. Basta un contratto a termine che scade, un capo che dice “vedremo”, un mercato che ti giudica obsoleto a trentacinque-cinquant’anni: l’ansia di non arrivare a domani si sedimenta, giorno dopo giorno, finché la mente traccia un’equazione crudele – niente lavoro uguale niente valore.

Non è un’impressione poetica: i numeri lo confermano. Uno studio congiunto di Unimore e Università di Padova mostra che è il lavoro una delle maggiori cause di suicidio e che ogni impennata di disoccupazione si traduce in un picco di morti, soprattutto tra gli uomini tra i 25 e i 64 anni e nelle donne fra i 55 e i 64. In altre parole, la paura di non poter più garantire un futuro – a sé, ai figli, a chi ti sta intorno – è un detonatore silenzioso. Così quel “mostro” di cui parlavamo smette di essere metafora e diventa statistica, cronaca, lutto.

Il paradosso è che il suicidio spesso non è figlio della povertà assoluta. È figlio dell’umiliazione. Della constatazione che la società ti ha voltato le spalle. Che la politica ti ha preso in giro. Che lo Stato, che avrebbe dovuto esserci, è stato troppo occupato a sistemare figli, nipoti, cognati, amici degli amici. A distribuire bonus a pioggia su chi ha già tre case e due stipendi, mentre il povero cristo che lavora dodici ore al giorno in nero prende 800 euro e spera in un miracolo. Ma i miracoli, si sa, in Italia li fanno solo per chi ha i santi in Parlamento.

E allora ti trovi davanti a quell’assurdità tutta italiana: se hai già tanto, ti danno di più; se non hai nulla, ti spiegano che purtroppo ci sono “vincoli di bilancio”. Come se a un ricco che guadagna 10.000 euro al mese, altri 2.000 facessero la differenza. Mentre per uno che ne guadagna 1.000, quei 1.200 sarebbero la salvezza. E invece niente. In Italia, chi ha bisogno non ha santi. E chi ha santi non ha bisogno.

 

 

Tragedia sulla panoramica Transfagarasan, nei Carpazi

Omar Farang Zin, 48 anni, si era fermato per fotografare un’orsa con i cuccioli. È stato aggredito e trascinato in un burrone. L’animale è stato poi abbattuto. Una doppia tragedia che riaccende il dibattito sul turismo irresponsabile e la tutela della fauna selvatica

 

di  Fiore Sansalone

Una vacanza in moto tra i paesaggi mozzafiato dei Carpazi si è trasformata in tragedia per Omar Farang Zin, 48 anni, originario di Samarate (Varese). L’uomo, dipendente dell’aeroporto di Malpensa, è stato sbranato da un’orsa nei pressi della diga di Vidraru, lungo la celebre strada Transfagarasan, in Romania. Un percorso turistico tanto amato per i suoi panorami quanto tristemente noto per la presenza eccessiva di orsi.

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