La poesia nell’era dell’intelligenza artificiale: il timore non è che spariscano i versi, ma che si spenga l’umano sentire
di Vito Sorrenti
Osservando i cambiamenti in atto, sempre più profondi e radicali, indotti dall'intelligenza artificiale, che attrae e manipola le nuove generazioni con le sue suggestioni, distrazioni, suggerimenti e quant'altro, sono portato a chiedermi quale destino avrà la poesia, se i giovani del futuro ne avvertiranno ancora il bisogno e se saranno in grado di distinguere una poesia generata dall’umano sentire da una prodotta da un algoritmo.
Ma poi, riflettendoci, mi accorgo che forse non sono queste le domande che mi devo porre, bensì un’altra: riuscirà l’uomo, sempre più immerso nella realtà virtuale, a conservare la sensibilità necessaria per comprendere e amare la poesia?
Ogni giorno assisto, come tutti, agli eventi terrificanti che si susseguono nel mondo: guerre, massacri, tragedie umanitarie, bambini affamati, uomini e donne in fuga dalla disperazione, vittime innocenti sepolte sotto le macerie della barbarie.
Ogni giorno il dolore entra nei palazzi del potere e nei salotti della gente comune, ma non riesce più a scuotere le coscienze, a mobilitare l’indignazione, a suscitare sgomento, esecrazione e sdegno. E mi domando come sia potuto accadere. Come abbiamo potuto smarrire per strada quella lucerna umanista che ci permetteva di riconoscere negli altri dei fratelli? Come siamo arrivati a tollerare l’egoismo, il cinismo, i muri, la cultura della paura e dell’indifferenza?
È vero anche che le parole dei poeti, degli scrittori, degli intellettuali e perfino quelle degli ultimi papi continuano a levarsi contro l’ingiustizia e la barbarie. Ma il più delle volte rimbalzano contro muri e barriere o, ancor peggio, si disperdono nel rumore assordante dell’informazione manipolata e dell’intrattenimento estraniante.
Alla luce di ciò, sono portato a pensare che non sia importante sapere se la poesia sopravviverà all’intelligenza artificiale, perché ritengo che sopravviverà, come è sopravvissuta ai tragici eventi del passato, alle guerre, alle crisi e alle rivoluzioni, e continuerà a esistere.
Ciò che è importante è capire se l’uomo riuscirà a conservare la sua sensibilità, la sua capacità di commuoversi, la sua capacità di riconoscere il dolore degli altri come proprio.
In altre parole, è importante capire se l’uomo riuscirà a conservare il desiderio di fermarsi davanti a un verso e lasciarsi interrogare dalla propria coscienza.
Perché, se questa capacità dovesse spegnersi, allora il destino della poesia sarebbe segnato, e non per colpa dell’intelligenza artificiale, ma per colpa dell’uomo stesso, dell’uomo che avrebbe smarrito qualcosa di essenziale.
E allora non dovremmo chiederci dove sia finita la poesia, ma dove siamo finiti noi, che abbiamo lasciato che il progresso ci trasformasse in anime di pietra e cuori di granito.
Dove siamo finiti noi, se non riusciamo più ad accendere una luce contro le tenebre dell’odio e dell’indifferenza?
Perché il destino della poesia, in fondo, dipende dal destino della nostra umanità.

