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di  Monica Vendrame

A una settimana dai fatti di Belfast, resta addosso una sensazione difficile da scacciare: non siamo davanti soltanto a un episodio di cronaca, ma a una crepa nel muro europeo.

Un uomo aggredito in strada con una ferocia estrema. Coltellate al volto, alla testa, alla schiena. Un occhio perduto, l’altro gravemente danneggiato. Immagini circolate online che hanno sconvolto chi le ha viste e che molti hanno descritto come il tentativo di sgozzare, quasi decapitare, un uomo in piena strada. Formalmente, l’accusa è tentato omicidio. Ma la sostanza resta: una violenza selvaggia, attribuita a un cittadino sudanese, che ha scosso Belfast e acceso, subito dopo, una rabbia esplosa in proteste, incendi, assalti ad abitazioni e scontri con la polizia.

Prima il crimine. Poi la paura. Poi la piazza. Poi il fuoco. Poi lo Stato costretto a intervenire quando ormai la situazione è già sfuggita di mano.

È questo il copione che rischia di ripetersi in Europa.

Perché Belfast non è un caso isolato nel sentimento che ha generato. È il simbolo di qualcosa che molti cittadini europei avvertono da tempo: città sempre più insicure, stazioni degradate, periferie abbandonate, piazze trasformate in zone franche, spazi pubblici sporchi, aggressivi, irriconoscibili. Luoghi dove una donna non si sente più libera di camminare da sola. Dove un anziano cambia strada. Dove un padre accompagna la figlia guardandosi alle spalle. Dove vivere normalmente diventa, in certi contesti, una piccola prova quotidiana di coraggio.

Dire questo non è razzismo. È realtà.

Il nodo, inutile fingere il contrario, è anche l’immigrazione. Non l’immigrazione in sé, non chi arriva, lavora, rispetta le leggi, cresce figli e contribuisce alla vita del Paese che lo accoglie. Quelle persone esistono, sono tante e meritano rispetto. Ma esiste anche un’altra realtà, che la politica europea ha preferito negare o minimizzare: una parte di chi è entrato in Europa non ha mai accettato davvero il patto minimo della convivenza.

Rispetto delle leggi.
Rispetto delle donne.
Rispetto degli spazi pubblici.
Rispetto delle usanze, dei costumi, della cultura e della libertà dei Paesi ospitanti.

Quando questo rispetto manca, l’accoglienza diventa resa. Quando chi arriva disprezza la casa che lo ospita, non siamo più davanti all’integrazione, ma a una frattura. E quando questa frattura viene taciuta, giustificata o coperta da slogan ideologici, la rabbia cresce. Lentamente, poi all’improvviso.

Belfast lo dimostra nel modo più brutale: una comunità sconvolta da un’aggressione feroce, poi la reazione cieca, le auto date alle fiamme, le abitazioni colpite, famiglie immigrate costrette a fuggire, innocenti travolti da una rabbia che non distingue più. È il punto esatto in cui una società smette di chiedere soltanto giustizia e comincia a chiedere vendetta, controllo, presenza armata, ordine immediato.

Ed è qui che nasce il vero pericolo.

Per anni chi denunciava il degrado è stato accusato di odio. Chi chiedeva sicurezza è stato trattato da estremista. Chi parlava di controlli è stato messo all’angolo. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: cittadini più soli, immigrati onesti più esposti al sospetto, criminali più liberi di muoversi negli spazi lasciati vuoti dallo Stato.

Quando la paura supera una certa soglia, le persone non chiedono più soltanto giustizia. Chiedono ordine. Qualunque ordine. Chiedono esercito nelle strade, pattuglie ovunque, telecamere, controlli continui, zone rosse, divieti, misure speciali. Chiedono allo Stato di tornare dove era sparito. Anche a costo di consegnargli troppa libertà.

È qui che l’Europa rischia di cadere nella sua trappola.

Prima ha confuso l’accoglienza con l’assenza di regole. Poi ha trasformato la sicurezza in una parola sospetta. Ora, davanti alla rabbia che sale, potrebbe presentare la militarizzazione come unica soluzione possibile.

Dal buonismo cieco al pugno di ferro.
Dalle città degradate alle città blindate.
Dall’immigrazione senza controllo allo Stato di controllo.

Questo è il rischio vero: non solo un’Europa più insicura, ma un’Europa più sorvegliata. Non solo cittadini impauriti dalla criminalità, ma cittadini costretti ad accettare una presenza sempre più invasiva dello Stato pur di tornare a sentirsi protetti. Soldati nelle strade, telecamere a ogni angolo, controlli permanenti, libertà ridotta in nome di una sicurezza che si poteva difendere prima, con fermezza, equilibrio e intelligenza.

La calma non si predica quando il fuoco è già acceso. La calma si costruisce prima, governando i problemi, non negandoli.

L’Europa deve scegliere adesso.

O torna a governare seriamente immigrazione, sicurezza, integrazione e decoro urbano, oppure domani lo farà in condizioni peggiori, con strumenti più duri e con una società già avvelenata dalla paura. O ristabilisce subito il principio elementare secondo cui chi delinque paga e chi non rispetta le regole non può restare, oppure saranno i cittadini esasperati a chiedere misure sempre più drastiche.

E allora sarà troppo tardi per stupirsi.

Io ho paura. E non credo di essere la sola.

Ho paura delle città che non riconosco più. Ho paura del degrado trattato come normalità. Ho paura di chi arriva in Europa e ne disprezza le regole. Ho paura di una politica che chiude gli occhi davanti alla realtà. Ma ho paura anche del dopo: di un’Europa che, per rimediare troppo tardi al caos, finisca per trasformarsi in una caserma.

Perché una casa non è tale se chi entra può sporcarla, violarla, disprezzarla e renderla invivibile. Ma non è più casa nemmeno quando, per difendersi, deve riempirsi di soldati, telecamere e cancelli.

Il tempo delle ipocrisie è finito. Parlare di immigrazione, sicurezza e rispetto delle regole non è razzismo. È responsabilità.

Il rischio non è solo che l’Europa perda la propria identità. Il rischio è che, tentando di recuperarla troppo tardi, perda anche la propria libertà.

 

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Info Autore
Monica Vendrame
Author: Monica Vendrame
Biografia:
Vive a Pegli, affacciata sul mare di Genova. Direttrice editoriale del quotidiano online La Voce agli Italiani, redattrice de "La Voce del Savuto", unisce rigore giornalistico e sensibilità umana, occupandosi di attualità, cultura e temi sociali. Vicepresidente dell’Associazione culturale Atlantide, promuove eventi e progetti dedicati all’arte e alla parola. Scrittrice e poetessa, sta lavorando al suo primo volume di liriche. Ama la fotografia, la lettura, l’arte in ogni forma e ha uno sguardo attento alle sfumature della vita.
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