di Monica Vendrame
C’è qualcosa che stona, profondamente, nella vicenda del liceo Monti di Cesena.
Non tanto — o non solo — nello striscione esposto da due studenti all’ultimo anno, con quella frase destinata inevitabilmente a dividere: “L’Italia agli italiani”. A stonare è soprattutto ciò che è venuto dopo: la reazione immediata, la condanna pubblica, il provvedimento disciplinare, il voto in condotta abbassato, la tesina riparatoria consegnata a pochi giorni dalla maturità.
Perché una scuola può e deve intervenire quando uno studente viola una regola. Uno striscione appeso senza autorizzazione dentro un istituto non è un gesto neutro, e nessuno pretende che venga ignorato. Ma il punto è un altro: la sanzione è stata proporzionata? È stata davvero educativa? O è diventata il modo per colpire non tanto la modalità del gesto, quanto il contenuto del messaggio?
È qui che la vicenda diventa più seria. Perché la scuola non dovrebbe essere il luogo in cui si punisce un’opinione sgradita, ma quello in cui la si smonta, la si discute, la si interroga. Se una frase è ambigua, la si analizza. Se richiama un immaginario identitario, la si contestualizza. Se rischia di ferire qualcuno, lo si spiega. Ma trasformare due maturandi in un caso politico nazionale, additarli quasi come portatori di un male assoluto, significa fallire proprio sul terreno educativo.
Lo studente Enrico Fiumana ha spiegato di essersi ispirato a Giosuè Carducci, all’ode Piemonte, in cui il poeta scriveva: “Rendi l’Italia a gl’italiani”. Una frase patriottica, figlia di un’altra stagione storica, di un’Italia ancora giovane, attraversata dal bisogno di riconoscersi come nazione. Naturalmente, una citazione letteraria non basta da sola a rendere innocente ogni uso contemporaneo di quelle parole. Le parole cambiano peso nel tempo, e “Italia agli italiani”, oggi, può suonare diversa da come suonava nell’Ottocento. Può essere letta come rivendicazione identitaria, ma anche come slogan escludente. Proprio per questo andava discussa, non liquidata.
Invece si è scelta la via più semplice: la punizione esemplare.
E qui nasce una domanda scomoda: la scuola italiana è ancora capace di tollerare il dissenso quando il dissenso non arriva dalla parte considerata giusta? Perché nelle aule, nei corridoi, nelle assemblee, nelle occupazioni e nelle manifestazioni studentesche passano da anni slogan politici di ogni tipo. Si parla di Palestina, di antifascismo, di diritti, di clima, di guerra, di migrazioni. Spesso lo si fa con toni netti, a volte durissimi. E va bene così, entro i limiti del rispetto e della legge: i giovani devono poter parlare del mondo, anche sbagliando, anche esagerando, anche provocando.
Ma allora il principio deve valere sempre. Non può esserci una libertà di espressione concessa a corrente alternata. Non può esistere una scuola in cui alcuni slogan vengono considerati “coscienza critica” e altri, prima ancora di essere discussi, diventano colpa da espiare.
Colpisce, in particolare, la notizia della tesina “riparatoria” con materiali legati — secondo quanto riferito dallo studente — a temi come “Gli africani siamo noi”, le leggi razziali e il Giorno del Ricordo. Se il provvedimento nasce per l’esposizione non autorizzata dello striscione, perché indirizzare il lavoro su argomenti che sembrano invece voler correggere il contenuto politico e morale del messaggio? È una contraddizione evidente. E rischia di trasmettere un’idea pericolosa: che davanti a certe parole non si chieda allo studente di ragionare, ma di rieducarsi.
La parola “rieducazione” dovrebbe far sobbalzare chiunque abbia davvero a cuore la libertà. Non perché la scuola non debba educare — al contrario, è la sua missione più alta — ma perché educare non significa imporre una visione del mondo già confezionata. Educare significa dare strumenti, aprire domande, insegnare la complessità. Significa anche dire a uno studente: “Questa frase può essere letta così, può ferire per questi motivi, può avere queste implicazioni storiche. Ora discutiamone”. Non significa marchiarlo.
E c’è un altro nodo che non può essere eluso. Quei ragazzi, al di là della frase scelta e del modo in cui è stata esposta, sembrano porre una questione che molti adulti fingono di non vedere: fino a che punto una società può rinunciare ai propri simboli, alle proprie radici, alla propria identità per paura di apparire escludente? In questi anni abbiamo assistito più volte a discussioni surreali sul crocifisso nelle scuole, sulle tradizioni cristiane da attenuare, sulle festività da rendere più neutre, sull’introduzione di momenti o sensibilità legati ad altre culture e religioni, come il Ramadan, mentre ciò che appartiene alla storia italiana viene spesso trattato come un imbarazzo da nascondere.
È davvero così scandaloso che due studenti dicano di voler difendere l’identità italiana? È davvero intollerabile che dei ragazzi avvertano il bisogno di prendere posizione davanti a una trasformazione culturale che, troppo spesso, viene presentata come inevitabile e mai sottoposta a un vero confronto pubblico? Si può non condividere lo slogan. Si può ritenerlo duro, ambiguo, persino infelice. Ma liquidare quella presa di posizione come razzismo significa non voler ascoltare la domanda che contiene: perché l’Italia deve sempre arretrare di un passo davanti alle identità altrui, mentre chi difende la propria viene subito guardato con sospetto?
Il rispetto per chi arriva da altri Paesi non può tradursi nella cancellazione di ciò che siamo. L’integrazione non dovrebbe chiedere agli italiani di vergognarsi delle proprie radici, né imporre alla scuola di diventare un luogo culturalmente neutro, senza memoria, senza simboli, senza appartenenza. Una comunità accogliente non è una comunità che si svuota. È una comunità che sa aprirsi senza dissolversi.
Il patriottismo, poi, non è di per sé una colpa. Amare la propria nazione non equivale a odiare le altre. Difendere l’identità italiana non significa necessariamente disprezzare chi italiano non è. Significa, molto più semplicemente, rivendicare il diritto di non diventare stranieri in casa propria, di non vedere i propri simboli trattati come ostacoli, le proprie tradizioni come residui da archiviare, la propria storia come qualcosa di cui scusarsi. Certo, il confine tra identità e chiusura può diventare sottile; proprio per questo serve cultura, non censura. Serve scuola, non tribunale. Serve un confronto serio, non la gogna.
E sarebbe bene ricordare che due ragazzi di quinta superiore, a pochi giorni dall’esame di Stato, non sono nemici pubblici. Sono studenti. Possono aver sbagliato tono, gesto, momento, contesto. Possono aver usato parole discutibili. Possono essere criticati, anche duramente. Ma non possono essere consegnati al circuito feroce della condanna mediatica come se da uno striscione dipendesse la tenuta morale della Repubblica.
La Repubblica si difende meglio insegnando il valore della parola, non punendola quando disturba.
Se davvero quello striscione era sbagliato, la scuola aveva un’occasione preziosa: trasformarlo in una lezione di storia, letteratura, cittadinanza, Costituzione. Carducci, il Risorgimento, il nazionalismo, il fascismo, le migrazioni, l’identità, l’integrazione, il diritto di parola: tutto poteva diventare materia viva. Invece si è preferita la scorciatoia disciplinare, quella che chiude il caso ma non apre nessuna mente.
Una scuola forte non ha paura delle frasi scomode. Le affronta. Le seziona. Le mette alla prova. Una scuola debole, invece, punisce.
E oggi il problema non è stabilire se quello striscione fosse bello o brutto, opportuno o inopportuno. Il problema è capire se siamo ancora capaci di distinguere tra educazione e conformismo. Perché una comunità scolastica che reagisce al pensiero irregolare con la sanzione rischia di insegnare ai ragazzi la lezione peggiore: non pensare liberamente, non esporsi, non discutere. Adeguarsi.
Ma una scuola che chiede obbedienza al posto del pensiero critico non forma cittadini. Forma persone prudenti, silenziose, impaurite.
E questo, per un Paese che dice di credere nella libertà, dovrebbe preoccuparci molto più di uno striscione.

