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In seguito agli accordi di Istanbul firmati il 9 giugno 2025 tra Russia e Ucraina, è stato avviato uno scambio di prigionieri. Tra i liberati, questo giovane soldato...

 

di  Benedetto Maria Ladisa

Questa è l’immagine struggente di un soldato che piange tra le braccia della donna amata, finalmente libero dopo mesi di prigionia. Il suo ritorno è frutto di uno scambio di prigionieri sancito dai recenti accordi di Istanbul tra Ucraina e Russia.

 

di  Monica Vendrame 

C’è un silenzio che pesa più di mille parole. È quello che aleggia tra le dichiarazioni formali dei governi europei mentre, a Gaza, si consuma una delle più tragiche catastrofi umanitarie del nostro tempo. Per mesi, abbiamo ascoltato frasi di circostanza: “Israele ha diritto di difendersi”, “la situazione è complessa”, “la comunità internazionale è preoccupata”. Nel frattempo, i civili morivano. I bambini, letteralmente, morivano di fame.

 

di  Massimo Reina

Mentre il carovita uccide le famiglie, le liste d’attesa uccidono i pazienti e i mutui uccidono i sogni, i governi europei si armano. Letteralmente. Ma non contro la povertà, la disoccupazione o le diseguaglianze. No. Si armano per la guerra. Non una guerra difensiva. Non una guerra necessaria. Una guerra voluta, costruita, finanziata e infine esportata.

 

L’oro, il petrolio e la NATO: le email segrete di Clinton smascherano il crimine coloniale del XXI secolo contro la Libia

 

di Massimo Reina

La chiamavano “intervento umanitario”. L’ennesima bugia con l’odore del napalm. Nel 2011, mentre Sarkozy bombardava la Libia e Hillary Clinton rideva in diretta alla notizia della morte di Gheddafi (“We came, we saw, he died” – ridete, prego), l’Occidente si spacciava per liberatore. In realtà, era l’ennesimo ladro con la maschera del soccorritore.

 

di Massimo Reina

Gli israeliani hanno giustiziato a sangue freddo 14 soccorritori palestinesi e un operatore ONU. Sparati alla testa, uno dopo l’altro, come si faceva nei campi di sterminio nazisti. Non nel 1943. Ma il 23 marzo 2025. A Rafah, una lingua di disperazione piantata come una ferita nella Striscia di Gaza. Nell’indifferenza generale.

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