di Monica Vendrame
C’è un silenzio che pesa più di mille parole. È quello che aleggia tra le dichiarazioni formali dei governi europei mentre, a Gaza, si consuma una delle più tragiche catastrofi umanitarie del nostro tempo. Per mesi, abbiamo ascoltato frasi di circostanza: “Israele ha diritto di difendersi”, “la situazione è complessa”, “la comunità internazionale è preoccupata”. Nel frattempo, i civili morivano. I bambini, letteralmente, morivano di fame.
Da qualche settimana, qualcosa è cambiato. Le stesse bocche che prima esitavano ora si aprono a parole più dure: “azioni sproporzionate”, “crimini”, “condanne”. Ma la domanda resta: perché solo ora? Perché ci è voluto tutto questo orrore visibile, ripreso, documentato — quasi pornografico nella sua brutalità — per far sì che qualcuno alzasse la voce?
Chi osserva con onestà non può più ignorarlo: non è più solo guerra, è accanimento. Affamare un intero popolo non è una strategia difensiva, è un crimine deliberato. Privarlo di acqua, medicine, elettricità, libertà di movimento. Condannarlo all’asfissia. E intanto, fuori da quella prigione a cielo aperto, le potenze occidentali – la nostra Europa in primis – tergiversano. Commentano. Riflettono. Ma non agiscono.
Eppure gli strumenti ci sarebbero: rapporti commerciali da sospendere, fondi da congelare, pressioni diplomatiche da esercitare. Sappiamo farlo quando ci conviene: l’abbiamo fatto con la Russia, lo facciamo con l’Iran. Ma con Israele no. Perché?
Forse perché c’è un tabù. Forse perché ci sentiamo moralmente in debito, o politicamente ricattabili. Forse perché abbiamo confuso la solidarietà con l’impunità. Ma non si tratta di scegliere da che parte stare nella Storia di un conflitto secolare. Si tratta di scegliere da che parte stare oggi, mentre davanti ai nostri occhi si muore di stenti.
E la stampa italiana, ahimè, non fa eccezione. Mentre altri Paesi – con tutte le cautele del caso – iniziano almeno a interrogarsi, da noi si continua a sorvolare. Nessuna analisi profonda, nessuna indignazione sincera, solo il solito gioco delle parti. E quando il coraggio non c’è, il silenzio si trasforma in complicità.
In tempi come questi, la verità diventa una forma di resistenza. E se le istituzioni tacciono, se la stampa ammaina la bandiera della critica, allora il dovere di parlare passa a noi. A chi scrive, a chi legge, a chi non si accontenta delle versioni comode. Perché non c’è neutralità che tenga di fronte alla fame, alla morte, al diritto negato. Non è ideologia. È umanità.

