L’esplosione al porto di Beirut, vissuta in prima persona, tra dolore e ricordi che si intrecciano, con una canzone
di Massimo Reina
Non so chi avesse acceso quella musica. Forse era partita da uno dei cellulari sparsi sul tavolo, o da una radio dimenticata su uno scaffale, nel corridoio, tra i cavi e le attrezzature. Era una di quelle musiche che si infilano per caso nelle tragedie, come colonna sonora improvvisata dell’assurdo. “Who wants to live forever” dei Queen, suonava appena, sotto le voci basse, sotto il caldo pesante che si appiccicava alla pelle, alle magliette fradice, ai pensieri. Quel caldo che ti incolla addosso la polvere e ti confonde il sudore con l’ansia, la sete con la paura.
Beirut dai mille colori
Quel pomeriggio del 4 agosto 2020 io ero lì per GSF, a Gemmayzé — elegante, bohémien, colmo di bar, gallerie e vecchie palazzine ottomane — dopo aver trascorso una giornata per le vie del vicino quartiere di Mar Mikhaël, tra gallerie, piccoli ristoranti e botteghe di giovani designer che sembrano dire: “Ok, il sistema è crollato, ma almeno fallo con stile”.
Lì dove il gin tonic lo servono con rosmarino e indignazione, la musica dal vivo passa dal jazz al rock libanese e le terrazze traboccano di conversazioni — politiche, filosofiche, a volte solo ubriache — che si perdono nell’aria carica d’umidità e nostalgia. Eppure, niente è finto. Anche la bellezza ha le crepe, anche l’euforia ha un retrogusto di polvere e di lutto. Ma proprio lì, in quel contrasto tra disperazione e festa, tra blackout e lampadine colorate appese come speranze, Beirut è più Beirut che mai.
Con me c’era Lorenzo, collega dell’HuffPost UK e fratello d’inchiostro e polvere, compagno di mille avventure, una per ogni ruga d’espressione che gli si arricciava attorno agli occhi quando rideva — e rideva spesso, anche nei posti dove non si dovrebbe. Poi Yuri, il nostro cameraman: una scheggia d’Est, sangue misto russo-ucraino e occhi profondi da cineasta ferito, come se ogni inquadratura che rubava al mondo fosse un modo per suturare qualcosa dentro di sé.
Con noi anche Naser, il direttore di Syria News, uno che parlava con la voce bassa e lo sguardo alto, capace di leggere i silenzi di una stanza come se fossero articoli censurati. E Sadir, il fixer: un uomo-mappa. In Libano sapeva tutto. Dialetti, percorsi secondari, equilibri tribali, scorciatoie, polvere, santi e trafficanti. Sadir non parlava mai a vuoto, ma quando parlava, ci si fermava.
Giravamo per le redazioni locali — CNN, Reuters, AP, BBC Arabic — come fantasmi col tesserino. Cercavamo un contatto, un pass, una fessura in quel muro burocratico e militare che separava il Libano dalla Siria. Bastava una voce amica, un funzionario corrotto, un collega disposto a rischiare una firma. Cercavamo un varco, più che un permesso. Uno spiraglio nella realtà per poter raccontare l'inferno al di là del confine.
E intanto Beirut ci scorreva addosso: strafìda, caotica, viva. La città cantava, e noi cercavamo di non perdere il ritmo. Le strade lì non camminano, danzano. Anche in tempi duri — e a Beirut i tempi duri sono quasi sempre — c'è vita. Una vitalità sfrontata, strafottente. I muri scrostati parlano più di mille manifesti: ci trovi murales di rivolte, versi in arabo, ritratti di artisti, santi e martiri della modernità. La crisi economica ha piegato le ginocchia della gente, ma non lo spirito: i marciapiedi si fanno salotto, i locali ancora accesi brillano come fari tra le ombre.
Beirut, ore 18:08
Eravamo seduti, appoggiati su sedie di plastica stanche come noi, in uno di quegli uffici che puzzano di caffè bollito e fax dimenticati. Parlottavamo con altri colleghi, ospiti nella redazione di BBC Arabic/BBC World: scambi di sigarette, mani strette con stanchezza, appunti vergati a penna su fogli riciclati. Si parlava di instabilità — parola ormai svuotata — di milizie che cambiavano nome più spesso di quanto noi cambiassimo camicia, di colleghi bloccati in checkpoint senza bandiera, di linee di frontiera che si spostavano ogni notte come sabbia trascinata dal vento.
E poi, il lampo. Un primo suono sordo, non uno scoppio, ma una frattura dell’aria. Come se il mondo si fosse incrinato di colpo. Uno strappo. Una pausa innaturale, come il momento prima che il bicchiere si rompa sul pavimento. Un vuoto d’ossigeno, qualcosa che ti toglie il respiro senza ancora colpirti. Un secondo, forse due. Poi il flash, bianco, istantaneo. Come se Dio avesse acceso una luce sbagliata.
Il vetro che vibra. Le pareti che sembrano deglutire. Il silenzio che non è silenzio, ma una compressione, un'ansia collettiva che si contrae in una sola lunga nota muta. E dopo, l’onda. Quella vera. Quella che non senti arrivare, ma che vedi. Vedi l’aria che si curva, che spinge. Vedi la polvere prima che la senti. Vedi la fiamma, il bagliore arancio. E poi arriva il botto, la pressione, il calore, il tonfo sordo dentro lo sterno, come se qualcuno ti avesse sparato un pugno dentro il petto. Le orecchie si tappano. Gli occhi non riescono a mettere a fuoco.

E tutto, per un attimo, sembra sospeso. Come una pellicola graffiata che salta nella proiezione della realtà e dalla finestra vedi un muro che avanza, un muro fatto di niente e che però ti solleva, ti scaraventa, ti toglie il fiato, ti spacca il timpano e ti lascia un fischio dentro che ancora adesso mi sveglia di notte.
Pensai: un terremoto. Ma i terremoti non fanno scoppiare le finestre in quel modo. Non piegano il cielo. Non spingono tutto verso di te con quella violenza primitiva, assoluta. Era un’onda d’urto, una forza che aveva divorato gli edifici davanti a noi come un gigante ubriaco che spazza via le cose senza accorgersene. Lo vidi, vidi i palazzi sbriciolarsi a catena, i vetri esplodere, i muri sfondarsi. L’energia dell’esplosione attraversò l’aria e ci travolse, come un’eco antica, qualcosa che sembrava biblica.
Urla, paura, cose che vanno in frantumi. Ci ritrovammo stesi, confusi, storditi. La stanza non aveva più pareti. Le scrivanie erano rovesciate. I cavi penzolavano. Non capivo dov’ero, cosa stesse succedendo. Le orecchie fischiavano. Il respiro non bastava. Non sentivo Lorenzo. Non vedevo Sadir. Ma ero di nuovo in piedi. E poi, qualcuno mi prese per il braccio. Forse Barzani. Forse un altro. Mi trascinarono giù per le scale , mentre un’altra voce dall’accento russo urlava il mio nome “Begí, Mássimo, begí! Na úlitsu, nádo výyti!” (“Corri, Massimo, corri!” - Ndr). Non scesi, fui trascinato come si trascina un corpo che ancora respira, che non capisce, che si muove per istinto, o per paura. O per viltà.

L’altra Beirut
Fuori, Beirut era irriconoscibile. Le strade non avevano più forma. Solo macerie, sangue, vetri. Un odore di ammoniaca, di fumo, di carne bruciata. Nessuno capiva fosse successo, ma tutti guardavano verso il porto. Un cratere dove prima c’era il porto. E sopra, un fungo rosso che sembrava uscito da un altro secolo. Hiroshima, ma con la voce dei muezzin in sottofondo. Beirut non era più Beirut.
Camminavo, o meglio, barcollavo. Tutto intorno, gente senza volto. Gente aperta, squarciata, smarrita. Un uomo passò vicino a me senza una scarpa, con in mano un casco da moto, come fosse l’unica cosa rimasta del suo passato. Un bambino correva. Poi si fermava. Poi piangeva. Poi taceva. Poi correva di nuovo. Una donna urlava nomi nel vuoto. Nessuno rispondeva. Una madre teneva in braccio una bambina con la schiena piena di vetri, gli occhi spalancati nel vuoto. I colleghi — alcuni li conoscevo di vista, altri li avevo appena salutati — erano spariti in mezzo alla polvere. Alcuni non parlavano più. Alcuni non c’erano più.
Quel giorno ho visto soldati piangere in ginocchio. Ho visto colleghi col volto bianco, spento, come se avessero visto qualcosa che non si può dire. E forse il diavolo era davvero lì, a Beirut, quel giorno, e reclamava le sue anime. E allora ho fatto l’unica cosa che potevo fare. Mi sono accasciato su una panchina rotta. Senza pensare. Senza chiedere. Come se fosse il mio modo per restare cosciente.

Il buio prima della luce
Ore dopo, in un ospedale sventrato, ho donato il sangue, mentre medici e infermieri curavano feriti per terra, con le mani sporche, con le lacrime trattenute tra i denti. Poi, fuori, sul marciapiede, mi sono seduto. Accanto a me, un ragazzo, forse vent'anni, parlava da solo in francese. Ripeteva di continuo: "c'était leur anniversaire aujourd'hui..." Era il compleanno di uno di loro. I resti erano sparsi ancora sulla strada che costeggiava il lungomare. Come tanti altri che avevo incrociato nel buio mentre ci spostavamo a piedi per documentare.
E allora mi è partita nella testa, come una fitta:“Who wants to live forever?”, Freddie Mercury in mezzo alle macerie. Come se qualcuno avesse messo su la colonna sonora dell’apocalisse. E mi è sembrata la domanda più idiota e più vera che potesse esistere: chi vuole vivere per sempre? Lì, in quel momento, nessuno voleva morire. Ma vivere per sempre non aveva più senso. Bastava restare. Almeno oggi. Almeno un altro minuto.
Mi sono ricordato dei miei cari, a cui in fretta e furia ero riuscito solo dopo un’ora dalla catastrofe a comunicare attraverso i social e alcuni amici italiani che stavo bene, che eravamo al sicuro. Di chi mi aspetta a casa e non mi dice mai “Stai attento”. Di chi finge di non essere preoccupato. Di chi mi scrive “Tutto bene?” anche quando le TV danno la linea diretta con l’inferno.
Io ero vivo, poi sono tornato a casa mia, anche se era lontana. Loro no, anche se vivevano a due passi. Quelli che avevo incrociato minuti prima per strada, quelli che avevo fotografato col mio smartphone per ricordo, quelli che camminavano a fianco a me, quelli che stavano nel bar dove mezz’ora prima avevo preso un caffè e pensavo a tutt’altro. La polvere li ha portati via. E ancora oggi quella polvere ce l’ho negli occhi. E nei sogni.
NOTA – L’esplosione di Beirut
Il 4 agosto 2020, alle 18:08, un’esplosione devastante colpì il porto di Beirut, provocando 218 morti, oltre 7.000 feriti e lasciando senza casa circa 300.000 persone. La causa: la detonazione di 2.750 tonnellate di nitrato d’ammonio, immagazzinate incautamente dal 2014. L’onda d’urto fu talmente potente da essere rilevata come un sisma di magnitudo 3,3. Lo Stato libanese dichiarò immediatamente l’emergenza, ma restano ancora oggi aperte ferite, domande e responsabilità.
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ATTENZIONE: Per ragioni di copyright, privacy e tutela dei contenuti sensibili legati alla tragedia dell’esplosione di Beirut del 4 agosto 2020, non è stato possibile pubblicare alcuni dettagli e alcune foto personali scattate quel giorno dal sottoscritto o dal gruppo Giornalisti Senza Frontiere, attivo allora in Libano.
La cover di questo articolo, pur essendo una ricostruzione grafica, riflette fedelmente una fotografia reale scattatami in quelle ore dal collega Ahmad Issawi di Daraj Media, utilizzata qui con riconoscimento e rispetto verso chi ha vissuto e documentato quei momenti dall’interno.