di Fiore Sansalone
È morto a 94 anni Emilio Fede. La figlia Sveva, che non lo ha mai lasciato solo negli ultimi giorni, lo ha salutato con parole che dicono molto di lui: «Papà ci ha lasciato, ha lottato come un leone».
Fede era così: combattivo, a volte eccessivo, sempre sopra le righe. Ha iniziato come inviato dall’Africa negli anni Sessanta, raccontando da vicino conflitti e trasformazioni di un continente in pieno cambiamento. Tornò con il soprannome di “Sciupone l’Africano”, metà presa in giro, metà riconoscimento di una vita vissuta sul campo. Poi il Tg1, la direzione per due anni, la certezza di avere davanti milioni di italiani all’ora di cena.
Ma la sua vera creatura è stata il Tg4. Vent’anni di conduzioni, editoriali, monologhi: più che un telegiornale, uno spettacolo quotidiano. Era impossibile non notarlo. Chi lo amava lo trovava diretto e senza filtri, chi lo criticava parlava di giornalismo piegato alla politica. Lui, in fondo, non ha mai fatto mistero della sua vicinanza a Berlusconi, che lo considerava quasi un amico di famiglia. Una volta, in diretta, interruppe un inviato per dire: «Scusate, ma la notizia sono io». Quella frase dice tutto: Fede non era solo un giornalista, era un personaggio.
Gli ultimi anni sono stati più amari, segnati da vicende giudiziarie e da una fragilità che non si è mai abituato a mostrare. Ma fino alla fine ha voluto essere ricordato per la sua forza. «Un leone», lo ha definito la figlia, ed è l’immagine che resta.
Con lui se ne va un pezzo di televisione italiana, quella che sapeva mischiare informazione e spettacolo senza vergognarsene. Un giornalismo che divideva, certo, ma che lasciava traccia.
E forse oggi, al di là dei giudizi, resta solo la sensazione che un certo modo di fare televisione se ne sia andato con lui. Chi lo stimava e chi lo detestava, tutti — almeno una volta — hanno ascoltato un suo editoriale. Ed è questo, in fondo, che significa aver lasciato un segno.

