Pin It

 

di Stefano Dentice

Il sottobosco musicale italiano, anche quello legato al circuito jazzistico, pullula di giovani talenti emergenti che meritano di essere valorizzati.

Uno fra questi è Carlo Rotelli, chitarrista, compositore e arrangiatore di Manduria, venticinquenne, che esordisce in ambito discografico con una realizzazione, rigorosamente autoprodotta, intitolata Unspoken.

Il CD consta di otto brani, di cui sette originali scaturiti dalla sua rigogliosa vena compositiva, mentre Autumn Leaves è un famosissimo standard, (ri)letto ad hoc, autografato da Jacques Prévert, Johnny Mercer e Joseph Kosma.

Al fianco del chitarrista figurano cinque musicisti talentuosi come lui: Cesare Mecca (tromba), Marco Marchini (sax tenore), Alessio Pagliero (pianoforte), Alessandro Rosin (contrabbasso) e Giovanni Facecchia (batteria). Partner di suoni e note con i quali lui interagisce brillantemente, in un disco concepito in pieno solco hard-bop targato anni Sessanta, dove si è sempre alla costante ricerca di un giusto equilibrio fra aspetto melodico, armonico e ritmico. Un album improntato su un sound caldo, avvolgente e su una propria identità stilistica. Il tutto impreziosito da un’accattivante verve comunicativa che aumenta ancor di più la piacevolezza d’ascolto.

L’incontro con il jazz è nato da una folgorazione oppure hai scoperto il mondo jazzistico attraversando prima altri generi musicali?

«Direi entrambe le cose. Ho iniziato a cimentarmi con la chitarra a diciassette anni perché volevo imparare a suonare il metal. Per una coincidenza, l’unico maestro che c’era nei dintorni era un chitarrista jazz e, piano piano, andando a lezioni private da lui, mi sono “addolcito”: sono passato dal rock al blues, fino ad approdare definitivamente al jazz, in particolare a quello degli anni Sessanta e Settanta. Però, come si dice, la mela non cade mai troppo lontano dall’albero. Quando ero piccolo, durante i lunghi viaggi in macchina, mio padre mi riempiva la testa di jazz: amava Michel Petrucciani, Chick Corea e tanti altri. All’epoca, ovviamente, non avevo gli strumenti per capire davvero quello che stavo ascoltando e, sicuramente, non pensavo che sarebbe diventato il centro della mia vita musicale. Ma credo che quel sound sia rimasto dentro di me durante la crescita e che, anche inconsapevolmente, lo abbia imparato a capire e ad assorbire in modo graduale. Quindi non è stata una folgorazione, ma nemmeno un incontro completamente casuale: quando sono arrivato consapevolmente al jazz, forse una parte di quel linguaggio mi era già familiare da molto tempo».

Dopo esserti laureato in chitarra jazz al conservatorio “Tito Schipa” di Lecce, oltre a studiare composizione e arrangiamento, nell’estate del 2024 hai vinto una borsa di studio per il Berklee College of Music di Boston, uno fra gli istituti musicali universitari più prestigiosi in ambito mondiale. Poi, nel 2025, ti sei trasferito proprio a Boston per studiare composizione jazz presso il Berklee. Ad oggi, a distanza di un anno, quali sono state le esperienze più significative che hai vissuto negli Stati Uniti?

«Berklee è indubbiamente una scuola di enorme prestigio e, dopo averla vissuta dall’interno, credo che questa reputazione sia ampiamente giustificata. La qualità dei professori, dello staff, delle strutture e, più in generale, delle possibilità messe a disposizione degli studenti è altissima. Avere la possibilità di studiare quotidianamente con musicisti, compositori e docenti di quel livello, all’interno di una realtà interamente costruita attorno alla musica, è un grandissimo privilegio. Credo che il vero valore aggiunto dell’esperienza americana sia soprattutto umano. Berklee conta complessivamente più di ottomila allievi, per cui trovarsi in un ambiente del genere significa essere costantemente circondati da persone innamorate della musica almeno quanto te, provenienti da ogni parte del mondo. Per me è questo l’aspetto più importante: lo scambio continuo, la condivisione, la possibilità di conoscere musicisti con percorsi, culture e idee completamente differenti dalle proprie. Paradossalmente, in un contesto del genere, lo studio inteso nel senso più tradizionale del termine finisce quasi per diventare solo una piccola parte dell’esperienza. Si impara tantissimo anche semplicemente vivendo quell’ambiente, suonando insieme, parlando di musica e confrontandosi quotidianamente con gli altri. Credo che sia proprio questo a rendere Berklee un posto così particolare. Dunque non è una sola esperienza che mi lascerà un bel ricordo di Boston, ma proprio questo stile di vita».

Il 1° agosto 2026, ecco il tuo esordio discografico, rigorosamente autoprodotto, intitolato Unspoken. Un disco in sestetto, da leader, dove condividi suoni e note con cinque brillanti talenti: Cesare Mecca alla tromba, Marco Marchini al sax tenore, Alessio Pagliero al pianoforte, Alessandro Rosin al contrabbasso e Giovanni Facecchia alla batteria. Come descriveresti genesi e mood di questo tuo primo lavoro discografico?

«Unspoken è un lavoro estremamente personale e intimo. È un concept album che nasce dal mio vissuto, piuttosto movimentato e fatto di cambi di rotta, che in qualche modo racconta della mia vita senza mai parlarne esplicitamente. Negli anni ho vissuto esperienze molto forti che hanno segnato la mia esistenza in maniera indelebile. Alcune mi hanno costretto a fermarmi, altre a cambiare completamente direzione, altre ancora a rimettere in discussione il modo in cui guardavo proprio alla vita, alle persone e inevitabilmente anche alla musica. Però, non volevo che Unspoken diventasse il racconto cronologico o didascalico di quelle esperienze. Mi interessava quello che avevano lasciato dentro di me. Non avevo bisogno di descrivere concettualmente quello che era successo: avevo bisogno di trasformarlo in musica. Penso che il jazz, e più in generale la musica strumentale, sia un qualcosa di straordinario proprio per questo. Senza utilizzare una sola parola puoi descrivere quello che vuoi e, allo stesso tempo, lasciare l’ascoltatore libero di capire quello che vuole. Ci sono emozioni che, nel momento in cui provi a definirle con precisione attraverso le parole, finiscono quasi per diventare più piccole. La musica strumentale non ti obbliga ad attribuire un determinato significato, può contenere contemporaneamente nostalgia, dolore, gratitudine, rabbia, amore. Ed è forse proprio questa ambiguità che cercavo. Il mood del disco è volutamente cupo, serio e introspettivo. La sua genesi, più che una scelta, per me è stata quasi una necessità: avevo bisogno di parlare senza dire niente, di liberarmi di determinate emozioni e al contempo cristallizzarle in un’opera. Spero che quello che per me è stato un processo estremamente personale riesca, proprio per questo, a emozionare anche coloro che ascolteranno il mio lavoro».

Nel CD figurano sette brani originali frutto della tua creatività compositiva, da te arrangiati, e un famosissimo standard della tradizione jazzistica anche in questo caso da te (ri)letto: Autumn Leaves. Secondo quale criterio tecnico e comunicativo hai deciso di riproporre in una tua versione il celebre brano autografato da Jacques Prévert, Johnny Mercer e Joseph Kosma?

«Ci sono due motivi principali, quasi opposti tra loro. Il primo può sembrare apparentemente banale: Autumn Leaves, pur essendo un capolavoro compositivo, viene talvolta un po’ snobbato da quella parte della comunità jazzistica più legata al virtuosismo e alla dimensione della jam session, alla quale personalmente non sento di appartenere. È un brano talmente iconico e conosciuto che riuscire a proporne una versione realmente personale, senza modificarlo gratuitamente e mantenendo un filo logico, rappresenta secondo me una sfida compositiva tutt’altro che scontata. Ho deciso quindi di trasformarlo metricamente, portandolo in 3/4, e di intervenire profondamente sull’armonia attraverso una mia (ri)armonizzazione. Ed è proprio questa, per me, la vera sfida: prendere del materiale che tutti conoscono e trovare qualcosa di personale da dire attraverso di esso. Trovo dal punto di vista compositivo e artistico molto più interessante questo tipo di ricerca che dimostrare semplicemente di riuscire a suonare Giant Steps (composizione originale di John Coltrane, ndr) a velocità vertiginose. Il secondo motivo, invece, è quasi l’esatto contrario: non è tecnico, ma profondamente legato al significato del disco. Per gioco, ma anche per necessità di mettere ordine nelle idee, a un certo punto ho provato a riunire i titoli di tutti i brani di Unspoken all’interno di una sorta di poesia. Seguendo il filo narrativo che si era creato, mi sono reso conto che le ultime due parole dovevano necessariamente essere “Autumn Leaves”. A quel punto la presenza del brano nel disco ha assunto per me un significato ulteriore. Quelle “foglie d’autunno” diventavano l’immagine conclusiva di tutto il percorso: un omaggio alla nostalgia, al tempo che passa, alla caducità delle cose e a quel senso di morte autunnale che non rappresenta soltanto una fine, ma inevitabilmente anche un cambiamento. Quindi, paradossalmente, ho scelto Autumn Leaves sia perché volevo smontarlo e ricostruirlo musicalmente, sia perché a un certo punto ho capito che, dal punto di vista narrativo, il disco non avrebbe potuto concludersi con nient’altro».

Dopo aver registrato e riascoltato Unspoken, sei pienamente soddisfatto o se potessi tornare indietro cambieresti qualcosa?

«Ho parlato con tantissimi artisti che, già a un anno dalla registrazione di un proprio disco, cominciano a esserne insoddisfatti: «Adesso suono meglio”, “qui avrei potuto mettere un’altra nota”, “questo assolo oggi lo farei diversamente”. Io, a distanza di un anno dall’incisione del CD, non sono soltanto soddisfatto di Unspoken, sono ancora innamorato di questa mia creazione. Non è un album perfetto, ma racconta quello che volevo raccontare, nel modo in cui volevo farlo, con il suono che cercavo e con la resa sonora generale che avevo immaginato. Anzi, più passa il tempo e più mi piace. Poco importa se in un solo posso aver sbagliato qualche nota o se oggi suonerei una determinata frase in maniera diversa. Un disco, almeno per come lo intendo io, non deve documentare quanto bene sapessi suonare in quel determinato momento, deve documentare chi ero e cosa avevo bisogno di dire in quel momento. Anche le imperfezioni, viste in questo modo, appartengono a quella fotografia, quindi non sento alcuna necessità di cancellarle. La composizione non è la ricerca della nota perfetta, la musica non è una dimostrazione di abilità e, soprattutto, l’arte non è questo. Se un’opera riesce a restituire sinceramente ciò che volevi esprimere nel momento in cui l’hai creata, per me ha già raggiunto il suo scopo».

Da qui al termine del 2026 pensi che ci possa essere la possibilità di presentare questa tua nuova creatura discografica dal vivo?

«Probabilmente no, almeno non entro la fine del 2026, e per diversi motivi. Io sarò nuovamente a Boston per continuare a studiare e soprattutto a scrivere, mentre i componenti di questa fantastica formazione sono ormai sparsi un po’ per l’Italia e, in alcuni casi, per il mondo. Riuscire a riunirci tutti non è quindi semplicissimo in un orizzonte di tempo così breve. Questo però non significa affatto che il progetto si debba fermare qui. Anzi, sto già guardando al passo successivo: entro la fine del 2027 ho intenzione di registrare il mio secondo progetto in sestetto, che immagino quasi come una sorta di sequel di Unspoken. Non necessariamente una continuazione narrativa, ma un nuovo capitolo dello stesso percorso artistico».  

  

Immagine di copertina: Carlo Rotelli (foto di Emanuele Franco)   

 

Pin It
Info Autore
STEFANO DENTICE
Author: STEFANO DENTICE
Biografia:
Giornalista musicale, sportivo e Press Agent Freelance, si dedica prettamente al jazz, a generi musicali affini e al calcio. Numerose le collaborazioni giornalistiche, radiofoniche e televisive passate e attuali dall’inizio della sua carriera a oggi con: Suono, Extra Music Magazine, Arte e Luoghi, Sound Contest – Musica e altri linguaggi, Roma in Jazz, Italia in Jazz, SpettacolArt, Note in Vista, ManduriaOggi, Il Giornale Off (inserto culturale online del quotidiano Il Giornale), Strumenti & Musica Magazine, Teatro Magazine, Calcio News Time, Juve News Radio, Juventus News 24, Radio Bianconera, JMania, Juvandme, RT Radio Terapia, Dischi e Musica (approfondimento musicale della testata giornalistica online May Day News, rubrica intitolata Bollettino Jazz in onda su GT Channel e SoundItalia Web TVRadio), La Voce agli italiani, DoppioJazz (Storie di Uomini & Dischi), A Proposito di Jazz, di e con Gerlando Gatto, Globus Magazine, Radio Moncalieri (al programma Arena Sportiva), Radio Empire (testata giornalistica online collegata alla radio), Frammenti Bianconeri, La Signora in Bianconero (canale YouTube - format Poker Bianconero). Figura come membro di giuria per l’Associazione Promozione Arte (Orpheus Award per le produzioni italiane fisarmonicistiche), al 5° Premio Artistico Letterario Internazionale “Magna Graecia-Arte e Poesia”, al 2° Premio Letterario Nazionale “Autori Italiani 2022” (Liriche in Italiano), al 6° Concorso Artistico Letterario Nazionale “Il Sabato del Villaggio” – “Emozioni e Melodie in Versi”, al Sesto Premio Artistico Letterario Internazionale “Magna Graecia – Arte e Poesia” e al 3° Concorso Artistico Letterario Nazionale – Autori Italiani 2024. Da ufficio stampa indipendente, svariate le sue collaborazioni passate e attuali con associazioni musicali, culturali e festival jazz, oltre a curare la comunicazione di concerti jazz e la promozione discografica di moltissimi musicisti e formazioni jazz, fra cui: DeArt Progetti, Pomigliano Jazz in Campania, Bari in Jazz, Nazioni a Tavola, Francavilla è Jazz (Capo Ufficio Stampa), Termoli Jazz (Capo Ufficio Stampa), Tintiland, Gaiajazz Musica & Impresa, Cesena Jazz Festival (2023), Principles Sound, Dario Chiazzolino, Chiara Raggi, GB Project, Alberto La Neve, Alberto La Neve e Fabiana Dota, Nico Morelli, Rosario Bonaccorso, Francesco Mascio e Alberto La Neve, Amanita, Laura Sciocchetti, Francesco Mascio, Vittorio Cuculo, The Bumps, Giuseppina Ciarla, Pagine Vere, Michela Lombardi & Piero Frassi Circles Trio, Sissy Castrogiovanni, Nino Buonocore, Lucia Filaci, Antonio Artese Trio, Gaetano Partipilo Quintet Feat. Angela Esmeralda, Enrico Solazzo, Ludovica Burtone, Eugenia Canale Quartet, Mafalda Minnozzi, Claudio Giambruno, Andrea Sabatino & Fabio Zeppetella – Jazz Experiences, Sud Experience – Festival delle Arti (2023), Martha J. & Chebat Quartet Featuring Giulio Corini and Maxx Furian, Letizia Onorati-Max Ionata-Paolo Di Sabatino – Across the World, Letizia Onorati meets Andrea Rea-Daniele Sorrentino-Lorenzo Tucci – Connections, Letizia Onorati meets Andrea Rea-Dario Rosciglione-Lorenzo Tucci – Connections, Daniele Falasca “Accordion Solo”, Daniele Falasca Trio, Sant’Elpidio Jazz Festival (2024), Francesco Venerucci Featuring Javier Girotto – Jacopo Ferrazza – Ettore Fioravanti, Joe Pisto – Fausto Beccalossi. Il 13 giugno 2019 gli è stata conferita la Nomina di Accademico per Meriti Artistici da parte del Presidente dell’Accademia Internazionale Il Convivio: il Prof. Angelo Manitta. Nel corso della sua attività giornalistica ha intervistato svariati musicisti di blasone nazionale e internazionale, come: Mike Melillo, Enrico Rava, Enrico Pieranunzi, Rosario Giuliani, Giovanni Guidi, Daniele Di Bonaventura, Gianluca Petrella, Michele Rabbia, Renzo Ruggieri, Antonello Messina, Marc Berthoumieux, Antonello Salis, Peter Soave, Giovanni Ceccarelli, Nico Morelli, Joe Barbieri, Enrico Capuano, Mafalda Minnozzi, Petra Magoni e molti altri ancora. Da ottobre 2020 a dicembre 2022, in qualità di Press Agent (per jazz e world music), ha lavorato per la Red&Blue Music Relations, una fra le più importanti agenzie musicali italiane di comunicazione e promozione. Per conto di questa agenzia si è occupato dei seguenti artisti e gruppi: LaRizzo, Franca Barone, Alessandro Bertozzi, AB Quartet, Urban Fabula, Daniela Spalletta, Mafalda Minnozzi, Silvia Donati & Nova 40, Paolo Fresu Feat. Petra Magoni (solo promozione radiofonica), B.F. Project, Joe Debono Quintet, Giovanni Guidi, Libertango 5tet, World Expansion alias Lomagistro-Partipilo-Giachino, Floriana Foti, Dan Costa Feat. Randy Brecker, Daniele Falasca, Solis String Quartet & Sarah Jane Morris, Luca Di Luzio (solo promozione radiofonica), Blue Moka. Da agosto 2024 è caporedattore del periodico nazionale La Voce agli italiani.
I Miei Articoli


Notizie

Visitatori

Today 749

Yesterday 823

Week 4833

Month 10398

All 139592

Currently are 61 guests and no members online

Kubik-Rubik Joomla! Extensions