di Stefano Dentice
Cantastorie, pubblicato dall’etichetta indipendente Encore Music, è il disco di due giovani talenti emergenti del jazz italiano: il trombettista, flicornista e compositore Riccardo Catria e il pianista e compositore Daniele Del Gobbo.
Orientato verso il contemporary jazz, questo è un album in cui figurano otto brani, di cui tre originali scaturiti dalla fervida immaginazione compositiva del trombettista e del pianista, mentre i cinque che completano la tracklist sono degli appassionati omaggi ad alcuni straordinari compositori del calibro di Eden Ahbez, Kenny Wheeler, Antônio Carlos Jobim, Jimmy Rowles e Gaetano Donizetti. In questo disco emergono intarsi timbrici di ottima fattura, in cui la creatività improvvisativa e l’anima soulful rappresentano i segni particolari della carta d’identità artistica di Catria e Del Gobbo.

Cantastorie, registrato in duo insieme al tuo partner di note Daniele Del Gobbo al pianoforte, rappresenta una sorta di dipinto sonoro in cui la palette è ampia. Infatti, si spazia dal free, nel segno di una libertà improvvisativa più viscerale, a momenti decisamente più contemplativi. Attraverso questo disco, tu e Del Gobbo avete voluto mettere in risalto la vostra poliedrica personalità artistica?
«Siamo entrambi musicisti onnivori, curiosi per natura, quindi il fatto di attraversare linguaggi diversi è nato in modo del tutto spontaneo. Anche la scelta dei brani non rispondeva a un criterio programmatico preciso, perché abbiamo semplicemente selezionato musiche che sentiamo vicine alla nostra sensibilità e che amiamo suonare insieme. All’interno di “Cantastorie” convivono infatti composizioni molto differenti per epoca, stile e provenienza autoriale. Il nostro obiettivo, però, non era quello di costruire un disco basato su un’uniformità stilistica, quanto piuttosto creare una coesione attraverso il nostro modo di fare musica. Il vero filo conduttore dell’album è quindi il suono del duo, il dialogo continuo tra noi e la nostra interpretazione personale delle composizioni. È proprio lì che emerge la nostra identità artistica, nella volontà di far convivere anime diverse all’interno di un unico racconto sonoro».
Nel CD sono presenti otto brani: tre vostre composizioni originali e una serie di omaggi ad autori leggendari quali Eden Ahbez (Nature Boy), Kenny Wheeler (Opening), Antônio Carlos Jobim (Luiza) e Jimmy Rowles (The Peacocks). Ma ciò che desta davvero curiosità è la peculiare (ri)lettura di Una Furtiva Lagrima del grande compositore Gaetano Donizetti. Seppur ovviamente in modo non filologico, reinterpretare Donizetti rappresenta il desiderio di evidenziare comunque il continuum fra la musica colta e il jazz?
«Sia Daniele che io nutriamo una profonda passione per la musica classica e per l’opera italiana. Nei nostri concerti capita spesso di inserire brani provenienti da quel repertorio, perché fanno parte in modo naturale del nostro linguaggio espressivo e della nostra sensibilità musicale. Nel rileggere “Una Furtiva Lagrima” non volevamo tanto sottolineare un legame tra musica colta e jazz, ma dar vita a un dialogo tra il mondo musicale del nostro passato e lo sguardo di due giovani musicisti contemporanei. Abbiamo cercato di interpretare questo brano attraverso una chiave personale, mantenendo però un grande rispetto nei confronti dell’originale. Non a caso, all’interno del pezzo non c’è alcuna improvvisazione. Era importante preservarne l’intensità melodica ed emotiva senza alterarne l’essenza. La scelta di inserire un brano tratto dall’opera italiana è anche un modo per riaffermare la nostra identità culturale: un patrimonio nazionale che ancora oggi tutto il mondo ci riconosce e, in molti casi, ci invidia».
La dimensione del duo, in questo caso tromba e pianoforte, dal punto di vista stilistico e artistico, rientra nella tua comfort zone o è stato un “rischio” che hai voluto correre per metterti in discussione?
«Non avevo ancora mai affrontato, né tantomeno registrato, un intero album con una formazione così intima e cameristica. Probabilmente stavo ancora cercando il compagno di viaggio giusto, quindi l’incontro con Daniele Del Gobbo ha reso questa scelta naturale. Anche il repertorio e il suono che avevo in mente si prestavano particolarmente a questo tipo di formazione: essenziale, diretta, senza filtri. Mi interessava riscoprire la bellezza del suono naturale, con tutte le sue sfumature e persino le sue imperfezioni, in contrasto con una tendenza sempre più diffusa verso una precisione assoluta che, a mio parere, rischia di togliere anima alla musica. Proprio per questo abbiamo scelto di registrare il disco in modo molto tradizionale, senza editing né artifici, cercando di restituire il più possibile la verità e l’immediatezza del momento musicale».
Fra te e Daniele Del Gobbo, la sintesi sotto l’aspetto dell’interplay e del suono è stata raggiunta fin da subito o c’è stato un lungo processo di maturazione?
«Credo che ogni musicista abbia un proprio suono e una propria “voce”, qualcosa di profondamente personale e riconoscibile. Quando però il tuo suono si incontra e si fonde con quello di un’altra persona, si crea una sorta di alchimia spontanea che dà vita a un “terzo suono”, unico e irripetibile. Ed è proprio questo uno degli aspetti più affascinanti del fare musica insieme. Con Daniele è stato tutto molto naturale. Ci siamo conosciuti circa due anni fa nell’ambiente musicale perugino e, fin da subito, si è creato un forte feeling, sia umano che musicale. Nel corso dell’ultimo anno abbiamo avuto modo di suonare spesso insieme in duo, portando la nostra musica in giro per l’Italia, quindi questa continuità ci ha permesso di sviluppare un interplay sempre più profondo e spontaneo. Proprio grazie a questa intensa attività condivisa e all’intesa maturata nel tempo, alla fine dell’estate abbiamo sentito l’esigenza di fissare questo percorso in un disco, dando così vita a Cantastorie».
Focalizzando l’attenzione sul titolo dell’album, Cantastorie, è concepito proprio con l’intenzione di un racconto fatto di note e suoni?
«L’intento di “Cantastorie” è stato duplice: da un lato raccontare noi stessi attraverso la musica, dall’altro restituire a essa il suo ruolo più autentico, ovvero quello di narrare. Il titolo richiama proprio questa dimensione: ogni brano contiene una storia, anche se non esplicita, una sorta di racconto nascosto che emerge attraverso le forme, i colori e le dinamiche sonore. Ed è proprio questo, secondo me, il bello della musica, il fatto che possa arrivare a tutti senza dover essere necessariamente capita o, peggio ancora, spiegata. Ognuno può viverla a modo suo, completando il racconto in maniera personale e libera».
Da qui a dicembre presenterete il disco dal vivo anche fuori dall’Italia?
«Ci sono diverse novità in arrivo per questa estate, tra concerti e nuovi appuntamenti legati a “Cantastorie”. Tra questi, forse, ci sarà anche una tappa all’estero. Però, per il momento, non posso anticipare troppo».


