di Stefano Dentice
Pubblicato dall’etichetta indipendente Barly Records (by Encore Music), Debris è la nuova creatura discografica firmata Antonio Fusco Trio, ardimentosa formazione composta da Manuel Magrini al pianoforte, Ferdinando Romano al contrabbasso e diretta da un puro talento della batteria jazz, nonché sopraffino compositore: Antonio Fusco.
“Debris”, in solco contemporary jazz, consta di sei brani originali figli della rigogliosa vena compositiva del batterista, che fra intarsi melodici, armonici e ritmici arditi, di ottima fattura, dà vita a un album stilisticamente caleidoscopico e dal forte spirito aggregante. Un lavoro in cui si alternano descrizioni contrastanti dello stato d’animo, ma sempre con il nobile intento di trasformare il tutto in una visione ottimistica, attraverso un’energia volta a produrre vibrazioni positive.
Già sin dal primo ascolto di Debris, si nota una certa sofisticatezza in termini di soluzioni melodiche, armoniche e ritmiche, ma mai un approccio troppo cerebrale che potrebbe distogliere l’attenzione dell’ascoltatore. In che modo sei riuscito a raggiungere questo giusto equilibrio e questa brillante sintesi?
«Il mio approccio alla scrittura nasce proprio dall’esigenza di allontanarmi da uno stereotipo piuttosto diffuso, ovvero quello del batterista-compositore che mette al centro la complessità ritmica, spesso a scapito della dimensione musicale più profonda. Per me il punto di partenza resta sempre un altro: creare un contatto diretto con l’ascoltatore, entrare nella sua sfera emotiva. In questo senso, melodia e armonia rappresentano l’asse portante di ogni composizione. Anche in un trio guidato da un batterista, formazione che spesso porta con sé alcuni pregiudizi, come l’idea di una musica troppo densa, astratta o prevalentemente ritmica, ho voluto costruire un linguaggio che fosse invece chiaro, cantabile, riconoscibile. È vero che molti batteristi tendono a scrivere in maniera modale, privilegiando strutture aperte e un forte impianto ritmico. Io ho cercato un equilibrio diverso, lavorando su uno stile compositivo che mantenesse una sua raffinatezza ma senza mai diventare autoreferenziale. In questo senso, figure come Jack DeJohnette e Tony Williams sono state per me un riferimento importante, proprio per la loro visione musicale completa, che va oltre lo strumento. Il mio processo compositivo è molto diretto e istintivo: parto spesso dal pianoforte, pur con un livello tecnico essenziale. Se un brano richiede troppo tempo per prendere forma, per me è un segnale chiaro che qualcosa non sta funzionando musicalmente. In quel caso preferisco fermarmi, perché significa che sto perdendo quella spontaneità a mio avviso fondamentale. È proprio lì che si rischia di cadere in una scrittura troppo costruita, lontana da quell’equilibrio naturale tra complessità e immediatezza che cerco costantemente».
Nel CD sono presenti sei brani originali, tutti frutto del tuo estro. Quali sono gli elementi stilistici che hanno acceso la tua creatività compositiva?
«La musica di “Debris” nasce inizialmente per una formazione diversa, perchè era pensata per quartetto, con l’idea di registrare il disco a Pechino insieme ai musicisti con cui avevo sviluppato questo repertorio. Successivamente il progetto ha preso un’altra direzione, ma quell’impronta originaria è rimasta in modo piuttosto evidente nella scrittura. Dal punto di vista stilistico, le influenze sono diverse ma ben integrate tra loro. C’è sicuramente una componente legata al linguaggio del free jazz, penso ad esempio a Strange Day che mi ha dato una grande libertà in termini di forma e sviluppo. Allo stesso tempo, in brani come Mistery si percepisce un richiamo all’energia e alla visione dei Lifetime di Tony Williams, mentre The New Era si muove in una dimensione più aperta, con riferimenti al rock psichedelico e a sonorità vicine ai Pink Floyd. Tuttavia, l’elemento più profondo e strutturale resta l’influenza di Bill Evans. Il suo approccio ha inciso in modo determinante sia sul piano armonico che su quello dell’interazione tra i musicisti. È una presenza meno esplicita ma costante, una sorta di matrice che orienta il suono complessivo del trio e il modo in cui la musica si sviluppa e respira».
Al tuo fianco, in Debris, figurano due fulgidi talenti del jazz nazionale: Manuel Magrini al pianoforte e Ferdinando Romano. Quali sono le loro peculiarità artistiche che più ti colpiscono e che ti hanno colpito soprattutto in fase di registrazione?
«Mi considero estremamente fortunato ad avere al mio fianco Manuel Magrini e Ferdinando Romano, quindi sono sinceramente grato per aver avuto l’opportunità di incontrarli. In entrambi i casi, la Cina ha avuto un ruolo determinante nel far nascere queste collaborazioni, creando le condizioni per un incontro umano e musicale molto significativo. Ciò che più mi colpisce di entrambi è un elemento fondamentale per la mia idea di trio: una visione musicale aperta, non limitata da confini stilistici. Hanno una capacità rara di attraversare linguaggi diversi, dal mainstream al free jazz, fino alla musica classica, contemporanea e al rock, mantenendo sempre una forte identità. Non percepiscono i generi come barriere, ma come territori da esplorare. In fase di registrazione questa attitudine si è tradotta in una grande libertà espressiva e in un’interazione estremamente reattiva. Non c’è mai stata la necessità di forzare una direzione. La musica si è sviluppata in modo organico, proprio perché entrambi condividono questa predisposizione all’ascolto profondo e al rischio creativo. È un approccio che permette al trio di muoversi con naturalezza tra strutture definite e momenti più aperti, senza mai perdere coerenza».
Dopo l’ascolto del disco, magari in seguito a un periodo di sedimentazione, puoi ritenerti pienamente soddisfatto oppure, se potessi tornare indietro, cambieresti qualcosa?
«Non sono solito riascoltare la mia musica dopo la registrazione, se non per le fasi tecniche legate al mix e al mastering. Dopo quel momento, preferisco prendere una certa distanza dal disco. Da ottobre ad oggi avrò ascoltato “Debris” pochissime volte, ma posso dire di esserne pienamente soddisfatto. Ho la sensazione di aver raggiunto un livello di libertà espressiva e di consapevolezza compositiva più maturo rispetto al primo lavoro, Sete. È stato un passaggio naturale, frutto dell’esperienza accumulata sia in studio che dal vivo. Proprio “Sete” ha avuto riscontri molto positivi, sia a livello mediatico sia nei concerti. Ma con “Debris” percepisco un’evoluzione più definita nel linguaggio e nell’identità del trio. Non credo cambierei qualcosa, perché ogni disco è una fotografia precisa di un momento artistico e personale. Tornare indietro significherebbe alterare quell’equilibrio. Mentre per me è importante che ogni lavoro resti fedele al percorso che lo ha generato».
Se dovessi raccontare Debris unicamente sotto l’aspetto emozionale, tralasciando per un attimo le questioni più specificamente tecniche, come lo definiresti?
«Debris rappresenta la dimensione più intima del mio modo di percepire e vivere la realtà contemporanea. È un lavoro profondamente legato alla mia sensibilità nei confronti di ciò che accade intorno a noi: la violenza in tutte le sue forme, il razzismo, l’oppressione e, più in generale, la mancanza di rispetto dei diritti umani. Dal punto di vista emozionale, il disco è attraversato da una gamma di stati d’animo molto ampia. Brani come “Strange Day” e “Mistery” riflettono chiaramente queste tensioni interiori: si passa da momenti di forte urgenza espressiva, quasi di rabbia, a fasi più riflessive, fino a una ricerca di equilibrio. Anche nei passaggi più intensi, però, c’è sempre una direzione costruttiva, una volontà di trasformare queste energie in qualcosa di positivo. In questo senso, “Debris” è sia uno specchio della società in cui viviamo, sia un racconto personale. È il modo in cui queste dinamiche esterne si riflettono nella mia quotidianità e nel mio mondo interiore, trasformandosi in suono».
Da qui alla fine dell’anno lo presenterai dal vivo anche fuori dall’Italia?
«Sì, insieme a Slow Foot Music stiamo programmando diverse tappe internazionali, tra cui la Cina. È un Paese con cui ho un legame molto forte, sia dal punto di vista umano che musicale, che negli anni è diventato per me una sorta di seconda casa. Portare “Debris” in quel contesto ha un significato particolare, anche alla luce delle esperienze che ho già avuto lì: è un pubblico attento, curioso e molto aperto, con cui si crea sempre uno scambio autentico».


