di Stefano Dentice
Tracce, primo spettacolo itinerante nel paesaggio destinato a un pubblico dai sette anni in su, nello spettro autistico, neurodivergente o con disabilità cognitive, rappresenta una ricerca artistica nuova in Italia.
Il debutto nazionale sarà venerdì 5 giugno e sabato 6 giugno come apertura del Vimercate dei Ragazzi, il festival di teatro per le nuove generazioni, al Parco Sottocasa, in doppia replica, alle 10:00 e alle 15:00 il venerdì e poi alle 10:00 e alle 17:00 il sabato.
La produzione è a cura di Campsirago Residenza, ArteVOX Teatro, Pandemonium Teatro e l’inglese Bamboozle Theatre Company. La regia, invece, è affidata a Michele Losi. I suoni saranno registrati dal vivo ed editati al momento dal sound designer Luca Maria Baldini, che vestirà anche i panni di una salamandra.
Baldini, oltre a essere un ardimentoso e creativo “mago” del suono, è un compositore molto attivo nell’ambito delle colonne sonore per teatro, cinema e performance. Artista dalla spiccata sensibilità umana, con una visione dell’arte dallo spirito aggregante, entra nelle pieghe di “Tracce”.
In Tracce, spettacolo concepito per un pubblico con autismo e disabilità cognitive, registrerai ed editerai i suoni dal vivo, al momento. Questo, per te, rappresenta una sorta di sfida professionale e un arricchimento del tuo bagaglio di conoscenze da sound designer?
«Assolutamente sì. Più che una sfida tecnica la considero una sfida di ascolto. In “Tracce” il suono non è semplicemente un accompagnamento narrativo, ma uno spazio abitabile, qualcosa che può accogliere, proteggere, orientare. Lavorare dal vivo significa essere molto attenti alla relazione tra il suono, il corpo e la sensibilità di chi ascolta. Il fatto che l’esperienza avvenga in cuffia è molto importante, perchè crea una dimensione immersiva ma anche intima, controllabile. Ogni persona può regolare il volume e quindi vivere il percorso secondo il proprio comfort e la propria percezione sensoriale. Questo aspetto mi interessa molto, in quanto il suono diventa uno strumento di autonomia oltre che di immaginazione. C’è poi una parte del percorso che trovo particolarmente significativa: i bambini partecipano direttamente alla costruzione della colonna sonora registrando rumori, materiali naturali e piccoli strumenti lasciati nella postazione. In quel momento il confine tra spettatore e autore si dissolve, quindi il paesaggio sonoro diventa collettivo, condiviso, vivo».
La produzione di questo evento è curata anche da Campsirago Residenza, con cui tu collabori. Quando è com’è nata questa esperienza lavorativa?
«La collaborazione con Campsirago nasce da una forte affinità umana e artistica e prosegue dal 2019. Ho sempre percepito il loro lavoro come un luogo di ricerca autentica, dove il teatro, il paesaggio, il corpo e la relazione con il pubblico vengono messi continuamente in discussione e reinventati. Nel tempo si è creata una fiducia reciproca che mi ha permesso di entrare nei progetti non soltanto come compositore o sound designer, ma come parte di un processo creativo condiviso. Quello che apprezzo molto di Campsirago è l’attenzione verso esperienze artistiche che non siano solamente “da osservare”, ma da attraversare, da vivere fisicamente ed emotivamente. “Tracce” rappresenta perfettamente questa visione».
Oltre a essere un brillante sound designer, sei un prolifico compositore nell’ambito delle colonne sonore per teatro, cinema e performance. Quali sono le principali fonti di ispirazione attraverso cui prende forma la tua musica?
«Le mie ispirazioni arrivano spesso da territori molto diversi tra loro: il cinema, la filosofia contemporanea, i paesaggi naturali, l’ascolto dei luoghi e delle persone. Mi interessa molto il confine tra suono musicale e suono reale, tra composizione e ambiente. Quasi sempre, però, il mio processo creativo nasce da un’immagine, da qualcosa di visivo che lentamente si trasforma in suono. Può essere un paesaggio, una luce, un’inquadratura, un corpo nello spazio o anche una memoria visiva molto astratta. La composizione, per me, è spesso una traduzione sonora di immagini e atmosfere. Spesso parto da registrazioni ambientali, rumori, voci, materiali acustici imperfetti che poi trasformo elettronicamente. Mi interessa creare musiche che abbiano una dimensione narrativa ma anche sensoriale, quasi fisica. Negli anni ho sentito sempre di più l’esigenza di costruire esperienze sonore immersive, dove la musica non imponga un’emozione ma apra uno spazio in cui ciascuno possa proiettare il proprio immaginario e la propria sensibilità».
Tornando a Tracce, attraverso i tuoi suoni, l’obiettivo più importante è quello di coinvolgere il pubblico in una sorta di viaggio immersivo che punta dritto al nutrimento della sua sfera emozionale?
«Sì, credo che l’obiettivo sia proprio quello di accompagnare il pubblico dentro un’esperienza di ascolto che sia accogliente e non invasiva. In “Tracce” il suono serve a creare fiducia, curiosità, possibilità di esplorazione. Non volevo costruire una colonna sonora spettacolare o sovraccarica, ma un ecosistema sonoro delicato, capace di lasciare spazio alla percezione individuale. L’immersione, in questo caso, non è qualcosa di aggressivo: è una forma di vicinanza. Mi piace pensare che il pubblico possa sentirsi dentro una storia ma anche dentro sé stesso, con la libertà di attraversare emozioni differenti senza sentirsi forzato».
Il comun denominatore di questo spettacolo è incardinato sulla cultura dell’inclusione. Tu, soprattutto sul piano umano, come ti poni rispetto a questa mission?
«Penso che inclusione significhi prima di tutto ascolto reale. Non si tratta semplicemente di adattare un linguaggio artistico, ma di mettere in discussione le modalità con cui siamo abituati a pensare l’esperienza culturale. Dal punto di vista umano, cerco di avvicinarmi a questi progetti con rispetto e attenzione, evitando approcci paternalistici o semplificazioni. Credo che il suono abbia una forza molto particolare, perché può creare relazione senza bisogno di spiegazioni o mediazioni troppo razionali. In “Tracce” volevo costruire un ambiente in cui ogni persona potesse sentirsi libera di abitare l’esperienza a modo proprio, senza l’ansia di dover reagire, fra virgolette, correttamente».
Visto e considerato che si tratta di temi molto complessi, che tipo di accoglienza emotiva ti aspetti da parte del pubblico?
«Mi auguro un’accoglienza aperta e curiosa. Credo che lavori come “Tracce” possano generare emozioni molto diverse: stupore, calma, gioco, attenzione, magari anche momenti di piccoli spaesamenti. Ed è giusto così. Più che aspettarmi una reazione precisa, spero che il pubblico percepisca la possibilità di vivere un’esperienza autentica, costruita con grande cura verso le sensibilità individuali. Penso che oggi ci sia un bisogno molto forte di esperienze artistiche che non chiedano soltanto di “guardare”, ma che permettano di sentirsi coinvolti in modo profondo, personale e non giudicante».

