Oltre mille tonnellate dell’oro italiano sono custodite negli Stati Uniti. Altri Paesi europei hanno già rivisto le proprie scelte. Noi no
Ogni tanto ci ricordano che l’Italia è una grande potenza occidentale, un partner strategico, un Paese sovrano seduto al tavolo dei grandi.
Poi si apre l’inventario dell’oro.
E qualcosa stona.
L’Italia possiede circa 2.452 tonnellate di riserve auree: 1.100 sono custodite a Roma, 1.061,5 negli Stati Uniti, 149,3 in Svizzera e 141,2 nel Regno Unito.
Tradotto: più della metà del nostro oro si trova all’estero e, da sola, la Federal Reserve Bank di New York ne custodisce quasi quanto l’Italia.
Non perché l’oro sia americano. Non lo è. E neppure perché Washington abbia rifiutato di restituircelo.
Il punto è un altro: siamo noi a ritenere opportuno lasciarlo lì.
Ma nel frattempo il mondo è cambiato.
Guerre, sanzioni, congelamento di riserve e tensioni geopolitiche hanno riportato l’oro al centro delle strategie nazionali.
E altri Paesi europei si sono mossi.
Nel 2026 la banca centrale olandese ha riallocato parte delle proprie riserve dal Nord America verso Londra, citando tra le ragioni la diversificazione del rischio e la maggiore disponibilità dell’oro in caso di crisi.
La Germania aveva già riportato a Francoforte, tra il 2013 e il 2017, 300 tonnellate da New York e 374 da Parigi.
Anche la Francia, nel 2025, ha riportato di fatto in Europa una quota equivalente alle 129 tonnellate precedentemente detenute a New York, attraverso un’operazione motivata soprattutto da ragioni tecniche.
Tre casi diversi, ma una cosa è chiara:
la geografia dell’oro si può cambiare.
In Italia, invece, della questione si parla da anni.
Nel 2017 Giovanni Paglia chiese alla Camera perché non si potesse valutare un rimpatrio sul modello tedesco. Nel 2019 il Senato approvò una mozione, con 141 voti favorevoli, chiedendo informazioni anche sulle modalità e sulle tempistiche di un eventuale rientro dell’oro custodito all’estero.
Era il 2019.
Siamo nel 2026.
Le 1.061,5 tonnellate negli Stati Uniti sono ancora lì.
Ed è questo il punto.
Si può anche ritenere che New York sia ancora il luogo migliore dove custodire una parte così consistente delle nostre riserve.
Ma allora sarebbe interessante spiegarlo.
Perché chiedersi se abbia ancora senso lasciare oltre mille tonnellate dell’oro italiano negli Stati Uniti non significa fare complottismo.
Significa parlare di sovranità, sicurezza e interesse nazionale.
Ed è qui che nasce quella sensazione da “colonia 2.0”.
Non serve immaginare un governatore straniero che telefona a Roma impartendo ordini.
La colonia moderna è molto più elegante: possiede Parlamento, governo, Costituzione, bandiera e solenni dichiarazioni sulla sovranità.
Poi, quando si toccano i nervi veri del potere, scopre sempre ottime ragioni per lasciare tutto esattamente com’è.
Nessuno deve necessariamente ordinarci di lasciare l’oro a New York.
Basta che siamo noi a considerare impensabile riportarlo a casa.
E allora la domanda è semplice: nel mondo del 2026, quella scelta è stata davvero riesaminata?
Possiamo anche decidere di lasciare tutto com’è.
Ma almeno chiamiamola con il suo nome:
è una scelta politica e strategica. Non una necessità intoccabile.
Perché forse la differenza tra un Paese sovrano e una colonia 2.0 sta proprio qui.
Il primo decide dove custodire il proprio tesoro.
La seconda passa il tempo a spiegare perché casa del padrone è ancora il posto migliore.

