Pin It

 

Il Governo vieta il velo integrale negli istituti scolastici. Bene. Ma se il principio è la riconoscibilità della persona e il rispetto delle regole comuni, perché limitarlo alle aule? Il nodo vero è nella legge italiana. E quello, per ora, resta intatto

 

Il Governo Meloni ha deciso: burqa e niqab non entreranno più nelle scuole italiane.

Il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto legge che vieta di partecipare alle attività scolastiche con il volto coperto, salvo specifiche ragioni sanitarie o di sicurezza. Sono previste sanzioni da 200 a 1.000 euro.

Una misura chiara. Ma anche una misura che lascia aperta una domanda enorme: perché soltanto a scuola?

Se il problema è la riconoscibilità della persona, non si capisce perché quel principio debba valere tra i banchi e perdere improvvisamente importanza appena si esce dal cancello. Qui sta il limite dell’intervento voluto da Giorgia Meloni.

Il decreto introduce anche un altro punto importante: un limite del 30% nelle classi per gli studenti stranieri che non abbiano ancora un adeguato percorso di integrazione linguistica e scolastica in Italia. Nella scuola primaria il limite riguarda, nelle classi prime, gli alunni con cittadinanza non italiana che non siano nati in Italia o non abbiano frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia; nelle secondarie riguarda chi non abbia frequentato con esito positivo almeno tre anni nel sistema nazionale di istruzione.

L’obiettivo dichiarato dal Governo è evitare concentrazioni eccessive e favorire l’apprendimento dell’italiano, distribuendo più equilibratamente gli studenti tra le scuole e prevedendo interventi specifici dove il limite non possa essere rispettato.

Ed è un passaggio che rafforza la logica complessiva del provvedimento: integrare significa anche creare le condizioni perché esistano davvero una lingua e delle regole comuni.

L’Italia dispone da oltre cinquant’anni di una norma precisa. L’articolo 5 della legge n. 152 del 1975 vieta nei luoghi pubblici o aperti al pubblico l’uso, senza “giustificato motivo”, di mezzi che rendano difficoltoso il riconoscimento della persona.

Il punto è proprio lì: “giustificato motivo”.

Nel 2008 il Consiglio di Stato stabilì che anche una motivazione religiosa o culturale può rientrare in quella previsione, purché chi indossa il velo integrale accetti di farsi identificare quando richiesto dalle autorità. È questo il precedente che impedisce di considerare automaticamente niqab o burqa una violazione della norma.

Allora la domanda diventa ancora più semplice: se Giorgia Meloni ritiene che il volto debba essere scoperto, perché non intervenire proprio qui?

Perché non modificare la legge del 1975 chiarendo che la motivazione religiosa, da sola, non può costituire una deroga generale al principio della riconoscibilità?

Il divieto nelle scuole interviene soltanto su un pezzo del problema.

La libertà religiosa è un diritto fondamentale. Non è un lasciapassare per sottrarsi alle regole comuni.

Va riconosciuto che il decreto non si limita al velo. Sul terreno dell’integrazione interviene anche sulla conoscenza dell’italiano, con corsi personalizzati per gli studenti e, nei casi previsti, corsi gratuiti per i genitori quando le barriere linguistiche ostacolano l’integrazione scolastica.

Una scelta concreta, perché senza una lingua comune l’integrazione resta una parola vuota.

Il decreto di Meloni può essere un primo passo. Il problema è che il primo passo è anche quello più facile.

Quello difficile viene dopo: mettere mano alle regole generali e stabilire con chiarezza dove finisce la libertà religiosa e dove comincia l’obbligo, per chiunque viva in Italia, di rispettare le stesse norme.

Il burqa può restare fuori dalla scuola. La questione, però, resta tutta fuori dal cancello.

 

Pin It
Info Autore
IL PUNGIGLIONE
Author: IL PUNGIGLIONE
Biografia:
Il Pungiglione è una rubrica satirica che osserva fatti, politica, società e costume con ironia, sarcasmo e qualche inevitabile puntura. Uno spazio libero e irriverente, dove le notizie vengono raccontate da un’altra prospettiva: quella che fa sorridere, ma anche riflettere. Perché, a volte, una buona risata può pungere più di mille parole.
I Miei Articoli

Notizie

Visitatori

Today 1356

Yesterday 618

Week 2666

Month 9865

All 161879

Currently are 46 guests and no members online

Kubik-Rubik Joomla! Extensions