di Vito Sorrenti
È preferibile morire che vivere da morti, eppure sono in molti che vanno ad occhi aperti e non lasciano capire se sono stati vivi talvolta. Hanno volti rivolti altrove e vivono da ignavi su derive senza storia. E non si sa cosa pensare: se sia un fatto naturale o una scelta la loro.
Probabilmente è una scelta. Una scelta comoda, silenziosa, socialmente utile per non esporsi, per non prendere posizione, per non compromettersi. Sono esseri che si muovono accanto a noi, nelle nostre comunità, e sono incassatori perfetti: incassano tutto e non restituiscono nulla.
Poi ci sono gli esseri fasulli che si dichiarano estranei alla politica perché “è sporca”. Che si tengono lontani dai conflitti, perché “non li riguardano”. Che si voltano dall'altra parte e chiudono gli occhi e la bocca davanti alle ingiustizie perché “non possono farci niente” o perché non capiscono che “le nostre vite cominciano a finire il giorno in cui stiamo zitti di fronte alle cose che contano”, come affermava Martin Luther King Jr..
Poi ci sono i lestofanti che corrono velocemente solo per salvare se stessi, per raggiungere il successo, per arricchirsi e soddisfare la loro voracità di maiali a discapito di coloro che considerano dei fessi perché hanno a cuore il bene comune. Il loro fine non è remare insieme perché siamo tutti sulla stessa barca, ma costruirsi la fortezza sulla cima più alta o sulla collina di rimpetto al mare; non sono interessati a distribuire ma ad accumulare, non sono portati ad aiutare ma a sfruttare per appagare i loro stomaci di ferro, con i quali digeriscono tutto. Digeriscono la corruzione come se fosse fisiologica. Digeriscono la menzogna come se fosse inevitabile. Digeriscono la sofferenza altrui perché non li tange.
Poi ci sono gli indifferenti che vivono come morti nei confronti degli altri, e non vedono lo sconforto dei vinti, la tristezza dei dolenti, la sofferenza degli afflitti. E non vedono la tempesta che aleggia sulle teste di tutti. E non odono il tumulto del cuore che batte i suoi mesti rintocchi e i rantoli di morte ch’esalano dagli edifici distrutti, fino a quando i colpi funesti non bussano alle loro porte.
Allora si affacciano dalle loro finestre, escono dai loro salotti, scoprono gli altri e denunciano i torti e rivendicano i loro diritti. Allora il loro silenzio e la loro indifferenza si trasmuta in una forma di lotta contro gli abusi, i soprusi e le violenze subite. Allora gridano aiuto e implorano giustizia.
Sono tutte forme di vita che raramente comprendono, o forse no, che vivere da ignavi, alla deriva della storia, non fa di loro degli esseri puri, bensì degli esseri utili ai manipolatori, agli alfieri degli affari e ai sacerdoti del potere. E forse iniziano a capire che vivere significa accettare di essere parte di un destino collettivo e che il bene personale è intrecciato al bene comune e che morire è un destino e vivere da ignavi, da sgomitatori sociali, da indifferenti o da morti è una scelta. La scelta degli egoisti e di chi non vuole assumersi le proprie responsabilità.

