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di Giovanni Macrì

  Non è soltanto un’epidemia!

Nell’est della “Repubblica Democratica del Congo” l’Ebola, infatti, sta avanzando dentro uno scenario già devastato da guerra, sfollamenti, fame estrema e collasso dei servizi sanitari. Una combinazione esplosiva che l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha definito una “catastrofica collisione tra malattia e conflitto”.

 

di Filippo Vagli

Il 17 maggio 2026 sancisce l'inizio di un'era di egemonia totale per la Sir Sicoma Monini Perugia. All'Inalpi Arena di Torino, i "Block Devils" hanno completato un'opera d'arte sportiva, schiantando i polacchi dell'Aluron CMC Warta Zawiercie con un perentorio 3-0. Non è stato solo un bis europeo, ma una prova di forza che assume i contorni della leggenda: la società di Gino Sirci è ora contemporaneamente campione d’Italia, d’Europa e del mondo.

 

Il conducente, un 31enne italiano di origine marocchina, è stato fermato dopo la fuga. Secondo le prime ricostruzioni avrebbe invaso il marciapiede, colpito i passanti e poi tentato di allontanarsi con un coltello. Una donna ha subito lesioni gravissime

 

MODENA — Un sabato pomeriggio di passeggio si è trasformato in pochi secondi in una scena di paura nel cuore di Modena.

 

di Vito Sorrenti

Osservando i tragici eventi che si dipanano sotto i nostri occhi quotidianamente, viene spontaneo porsi una domanda: dove ci sta portando l’evoluzione? Ho sempre pensato che il cammino dell’uomo fosse un percorso ascendente: più conoscenza, più diritti, più civiltà. Ho creduto che il progresso tecnico coincidesse con un progresso morale, che l’affinamento degli strumenti portasse con sé l’affinamento della coscienza. Ma, purtroppo, devo ricredermi.

L’uomo ha certamente affinato le proprie capacità: ha reso più precise le tecnologie, più rapide le comunicazioni, più sofisticati i sistemi economici. Parallelamente, però, ha perfezionato anche la capacità di escludere, di sfruttare, di ferire. La tecnoscienza non ha cancellato la ferocia: l’ha resa più efficiente.

Oggi convivono due tavole apparecchiate: quella dell’abbondanza, dove pochi consumano risorse pregiate, e quella dello scarto, dove molti ricevono solo ciò che resta. La distanza tra privilegiati ed esclusi non è più un incidente della storia: è diventata un meccanismo strutturale. E mentre una parte del mondo si muove con passo sicuro, un’altra avanza a fatica, aggiogata a lavori che consumano il corpo e svuotano l’anima.

La violenza non si manifesta soltanto nei conflitti armati o nelle tragedie che riempiono i notiziari. È presente nei fossati che scaviamo tra noi e gli altri, nelle barriere che innalziamo per difendere ciò che crediamo nostro, nei recinti invisibili che costruiamo attorno alle nostre paure. È una violenza che lacera lentamente: non sempre lascia sangue, ma lascia ferite profonde.

Eppure, quando la brutalità esplode in tutta la sua evidenza — case distrutte, vite spezzate, innocenti travolti — ci scopriamo ancora capaci di stupore, come se non fosse la conseguenza logica di un sistema che abbiamo contribuito a edificare. La storia recente ci mostra che l’uomo non ha smesso di colpire i più fragili: bambini, anziani, creature indifese, comunità senza voce. La tecnologia ha solo reso più rapida la trasformazione della vita in cenere.

Di fronte a questo scenario, la domanda non è più se l’uomo si sia evoluto, ma in quale direzione. Se l’evoluzione è solo un aumento di potenza, allora sì: siamo più evoluti. Ma se l’evoluzione dovrebbe coincidere con un aumento di umanità, allora siamo in regressione.

Resta un’unica possibilità: riaccendere una luce che non sia retorica né spiritualismo di comodo, ma responsabilità concreta. Una luce che scenda nelle pieghe più oscure del nostro tempo e ricostruisca ciò che la ferocia ha demolito: la capacità di riconoscere l’altro come parte di noi.

Non è un compito semplice. Non è un compito rapido. Ma è l’unico che può restituire senso alla parola evoluzione

 

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