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Il diritto al culto si discute nelle sedi previste dalla legge. Minacciare di paralizzare cantieri, alberghi e ristoranti per ottenere un’autorizzazione è tutta un’altra faccenda

 

di  Monica Vendrame

C’è una frase che, più di ogni dibattito sulla moschea di Mestre, dovrebbe far riflettere.

«Se scioperiamo noi bengalesi, a Venezia, Mestre e Marghera si ferma la Fincantieri e tutto il turismo tra cucine, ristoranti ed alberghi».

A pronunciarla è stato Prince Howlader, presidente dell’associazione “Giovani per l’umanità”, dopo lo stop del Comune di Venezia al progetto per un grande centro di culto islamico nell’area dell’ex segheria di via Giustizia, a Mestre.

Tradotto: se non arriva la moschea, siamo pronti a usare il nostro peso nel mondo del lavoro per bloccare una parte della città.

Ed è qui che la questione cambia.

Nessuno mette in discussione il diritto di un musulmano a professare la propria religione. Se si ritiene che un provvedimento amministrativo sia illegittimo, esistono ricorsi, tribunali, manifestazioni e confronto politico.

Quello che non può diventare normale è il principio: “o accogliete la nostra richiesta oppure vi dimostriamo che senza di noi si ferma tutto”.

Il Comune ha per ora negato il via libera al progetto. La comunità musulmana contesta questa scelta e ricorda che sull’area erano in corso interlocuzioni con l’amministrazione già da anni.

Confronto legittimo. L’ultimatum sul lavoro, invece, è un’altra cosa.

Perché Fincantieri non appartiene alla comunità bengalese. Gli alberghi non appartengono alla comunità bengalese. I ristoranti non appartengono alla comunità bengalese.

Venezia non appartiene a una comunità etnica o religiosa.

Essere numerosi e importanti in alcuni settori produttivi non consegna a nessuno un diritto di veto sulle decisioni delle istituzioni.

Anzi, proprio la frase «se scioperiamo noi si ferma tutto» apre una questione ben più grande della moschea: se interi comparti dipendono in maniera così rilevante da una sola comunità, allora esiste anche un problema di equilibrio sociale e lavorativo.

L’integrazione significa entrare in una società condividendone diritti, doveri e regole.

Non significa diventare abbastanza indispensabili da poter dire alle istituzioni: fate quello che chiediamo oppure blocchiamo la città.

Persino la Cgil di Mestre ha invitato a evitare scioperi capaci di dividere i lavoratori, pur difendendo la libertà religiosa.

Ed è questa la distinzione fondamentale.

Si può essere favorevoli alla moschea. Si può essere contrari. Si può criticare il Comune e contestarne le decisioni.

Ma una democrazia non dovrebbe accettare che una richiesta amministrativa venga trasformata in una prova di forza fondata sul peso economico di una comunità.

Perché oggi è una moschea. Domani quale sarà la richiesta?

Quando si imbocca la strada del “si fa così, altrimenti vi fermiamo”, il problema non è più il luogo di culto.

È sapere chi comanda davvero.

 

 

Inter e Roma mostrano subito i muscoli, Napoli, Juventus e Milan passano in trasferta. Vittorie anche per Atalanta e Lazio. Il primo turno manda un messaggio: chi punta in alto non vuole perdere terreno

 

di Fiore Sansalone

La prima giornata non assegna scudetti e non emette sentenze. Ma qualche indicazione, inevitabilmente, la lascia. E quella arrivata dal primo turno della Serie A 2026-2027 è piuttosto chiara: le grandi sono già partite con il piede sull'acceleratore.

Inter, Napoli, Juventus, Milan, Roma, Atalanta e Lazio hanno conquistato i tre punti. Nessuna falsa partenza, dunque, per le squadre chiamate a occupare le zone nobili della classifica.

A fare più rumore sono soprattutto Inter e Roma.

I nerazzurri, campioni d'Italia in carica, hanno aperto il torneo battendo 4-1 il Monza a San Siro. Dopo il momentaneo pareggio degli ospiti, l'Inter ha cambiato marcia nella ripresa, andando a segno con Zielinski, Pio Esposito e Bisseck dopo l'iniziale rete di Calhanoglu. Un esordio convincente per la squadra chiamata a difendere il titolo.

Ancora più fragoroso il debutto della Roma, che all'Olimpico ha travolto la Fiorentina 4-0. Grande protagonista Malen, autore di una tripletta, mentre Pisilli ha completato il poker giallorosso. Per la formazione di Gasperini un esordio che difficilmente avrebbe potuto essere più convincente.

Diversa, ma altrettanto importante, la vittoria del Napoli. Gli azzurri hanno espugnato Marassi battendo il Genoa 2-0, trovando entrambe le reti nella parte finale dell'incontro. Decisivo l'ingresso di De Bruyne, autore del primo gol e protagonista anche nell'azione che ha portato Vergara al raddoppio. Per il Napoli di Allegri tre punti che valgono soprattutto per la capacità di aspettare il momento giusto e risolvere una partita rimasta a lungo bloccata.

Parte vincendo anche la Juventus, passata 1-0 a Frosinone. A decidere è stato Bremer. Non una goleada, ma una di quelle vittorie che all'inizio del campionato possono pesare: trasferta, porta inviolata e tre punti immediatamente messi in cassaforte.

Stesso discorso per il Milan, che ha superato il Torino 2-1. I rossoneri hanno trovato i gol con il giovane Cissé e Rabiot, regalando a Ruben Amorim una vittoria al debutto sulla panchina milanista.

Tre punti anche per l'Atalanta, vittoriosa 2-1 contro il Sassuolo, mentre la Lazio ha espugnato Bologna 1-0, grazie al gol di Frattesi.

Il quadro della prima giornata racconta quindi un campionato che, almeno nelle intenzioni iniziali, potrebbe non concedere molto spazio agli errori.

È naturalmente troppo presto per stabilire gerarchie. Novanta minuti non possono dire chi lotterà davvero per lo scudetto né chi riuscirà a mantenere il passo per un'intera stagione. Ma c'è un particolare interessante: nessuna delle principali protagoniste ha lasciato punti per strada.

Qualcuna ha vinto dominando, qualcuna soffrendo. Qualcuna ha già mostrato brillantezza, altre devono ancora trovare la migliore condizione.

Ma alla fine, per tutte, il risultato è stato lo stesso: tre punti.

E quando le grandi partono tutte insieme, il messaggio al campionato è semplice: quest'anno, per restare davanti, potrebbe essere vietato sbagliare. 

 

 

La pasta italiana merita grano italiano, non ambiguità in etichetta

 

Se il consumatore sceglie l'Italia, deve trovare Italia anche nel piatto. Gli spot del Ministero dell’Agricoltura sulla pasta 100% italiana rappresentano un’importante operazione di trasparenza a tutela dei consumatori e del reddito degli agricoltori. Aiutano i cittadini a leggere meglio le etichette e a distinguere la pasta ottenuta con grano italiano da quella realizzata con materia prima importata.

Per la Calabria, significativa regione cerealicola del Mezzogiorno, il tema è particolarmente rilevante. I nostri agricoltori producono grano di qualità, ma troppo spesso sono penalizzati da speculazioni e da una concorrenza che non sempre garantisce la stessa trasparenza sull’origine del prodotto. È necessario smascherare un equivoco che dura da anni: molti consumatori associano automaticamente la pasta italiana al grano italiano, mentre spesso sugli scaffali si trovano prodotti realizzati, in tutto o in parte, con grani esteri. Per questo chiediamo che l’origine del grano sia evidenziata in modo sempre più chiaro e immediatamente visibile.

La valorizzazione del grano nazionale è una scelta che fa bene all’agricoltura, all’ambiente e all’economia dei territori. Serve però un ulteriore passo avanti: più controlli nei porti e alle frontiere, strumenti moderni per verificare l’origine delle materie prime e un contrasto deciso a chi specula sul mercato del grano.

Ringraziamo il Ministro Lollobrigida per l’iniziativa intrapresa e chiediamo di proseguire su questa strada, sostenendo il 100% italiano e garantendo ai consumatori il diritto di scegliere con piena consapevolezza. La Calabria non può accettare che il valore del proprio grano venga sacrificato a logiche speculative. Chi semina qualità deve essere premiato, chi alimenta confusione deve essere smascherato. Coldiretti Calabria insieme ad altre regioni produttrici continuerà a battersi contro i trafficanti del grano per difendere la salute delle famiglie e il lavoro degli agricoltori calabresi.

Ufficio Stampa Coldiretti Calabria 

 

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