Doppiette di Koné e Lautaro nel big match della quinta giornata. I giallorossi dominano il primo tempo, i nerazzurri reagiscono nella ripresa. Daniel Maldini regala tre punti al Cagliari, Kulenovic risponde a Bernardeschi al Dall'Ara
ROMA – Quattro gol, due doppiette e una partita divisa quasi perfettamente in due. Roma e Inter si prendono un tempo ciascuna e alla fine si dividono anche la posta: 2-2 all'Olimpico, nel big match della quinta giornata di Serie A. Un pareggio che porta entrambe a quota 13 punti e lascia aperti gli equilibri nelle zone alte della classifica.
La nascita della democrazia cristiana italiana non fu il risultato improvviso della fondazione del Partito Popolare Italiano (PPI) nel gennaio 1919. Essa affondava le proprie radici nella lunga crisi dell'ordine politico e sociale ottocentesco, nella questione operaia, nella contrapposizione fra Chiesa e Stato liberale e, soprattutto, nel progressivo tentativo dei cattolici di elaborare una risposta autonoma alla modernità politica. In questo processo un ruolo decisivo fu svolto dalla dottrina sociale di Leone XIII, dalla Rerum Novarum del 1891, dall'esperienza del movimento cattolico organizzato e dalle figure, tra loro vicine ma anche profondamente differenti, di Romolo Murri e Luigi Sturzo.
È morto a 83 anni il simbolo della Grande Inter e della Nazionale. Figlio dell'indimenticabile Valentino, seppe trasformare un cognome pesantissimo in una storia tutta sua. Se ne va un campione di un calcio che viveva nelle radioline, nelle figurine e nei sogni dei bambini
Ci sono calciatori dei quali restano i gol. Altri dei quali si ricordano le vittorie, le maglie, le coppe sollevate al cielo.
E poi ci sono uomini che, quando se ne vanno, portano via con loro un pezzo di tempo.
Sandro Mazzola era uno di questi.
È morto a 83 anni e con lui se ne va molto più di un grande campione dell'Inter e della Nazionale. Se ne va un volto dell'Italia del dopoguerra, un pezzo di quel calcio che entrava nelle case attraverso una radiolina appoggiata sul tavolo, mentre milioni di persone provavano a immaginare un dribbling ascoltando la voce concitata di un cronista.
Se ne va Sandro. Sandrino.
Un bambino che aveva appena sei anni quando la vita gli presentò il conto più crudele.
Il 4 maggio 1949 suo padre Valentino Mazzola, capitano del Grande Torino, morì insieme ai compagni nella tragedia di Superga. Da quel momento quel cognome divenne memoria, leggenda e inevitabilmente anche un peso sulle spalle di un bambino.
Crescere con un padre così significava sentirsi chiedere continuamente se sarebbe stato alla sua altezza.
Sandro diede la risposta nel modo che conosceva meglio.
Giocando a calcio.
Non cercò di diventare Valentino. Diventò Mazzola.
E bastò.
Una vita nerazzurra
L'Inter lo accolse quando era ancora un ragazzo e sarebbe diventata la sua casa. Debuttò in prima squadra nel 1961 e non avrebbe indossato un'altra maglia di club per tutta la carriera.
Poi arrivò Helenio Herrera.
Arrivò la Grande Inter.
E arrivarono quelle notti nelle quali Milano sembrava diventare la capitale del calcio mondiale.
Mazzola poteva segnare, inventare, accelerare. Aveva tecnica e intelligenza, ma soprattutto possedeva quella caratteristica che appartiene soltanto ai grandi: quando il pallone arrivava tra i suoi piedi, poteva accadere qualcosa.
Il 27 maggio 1964, al Prater di Vienna, l'Inter affrontò in finale di Coppa dei Campioni il Real Madrid di Alfredo Di Stéfano e Ferenc Puskás.
Mazzola segnò due volte.
L'Inter vinse 3-1 e conquistò la prima Coppa dei Campioni della propria storia. Secondo il ricordo pubblicato oggi dal club nerazzurro, dopo quella partita Puskás gli regalò la propria maglia dicendogli che era degno di suo padre Valentino.
Chissà cosa significarono quelle parole per quel ragazzo.
Forse, almeno per un istante, il confronto che lo aveva accompagnato dall'infanzia smise di essere un peso.
Sandro e l'Inter, una storia sola
Con quella maglia avrebbe conquistato quattro scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali. Nel 1965 fu capocannoniere della Serie A con 17 reti e nel 1971 arrivò secondo nella classifica del Pallone d'Oro dietro Johan Cruyff.
Ma raccontare Mazzola soltanto attraverso i numeri sarebbe fargli un torto.
Perché Sandro apparteneva a un'epoca nella quale il calciatore diventava quasi uno di famiglia.
I bambini collezionavano la sua figurina. Gli adulti discutevano delle sue partite al bar. Le domeniche avevano il rumore delle radioline e il lunedì mattina, nelle fabbriche e negli uffici, si ricominciava a parlare di quel gol visto o soltanto immaginato.
Mazzola era l'Inter.
Non soltanto perché ci giocava.
Lo era perché ne aveva attraversato la storia, prima da ragazzo, poi da campione e capitano e successivamente da dirigente.
Diciassette stagioni in prima squadra. 565 partite ufficiali, secondo i dati ricordati dall'Inter nel suo saluto.
Una fedeltà che oggi sembra appartenere a un altro calcio.
L'azzurro e quella staffetta entrata nella storia
Poi c'era la Nazionale.
Settanta presenze e 22 gol con l'Italia, il titolo europeo conquistato nel 1968 e la finale mondiale del 1970 in Messico.
E inevitabilmente c'era Gianni Rivera.
Mazzola o Rivera.
Inter o Milan.
Due campioni talmente grandi che l'Italia calcistica trascorse anni a chiedersi chi dovesse giocare.
Ai Mondiali messicani del 1970 quella rivalità generò la celebre "staffetta": Mazzola nel primo tempo, Rivera nel secondo. Una scelta tecnica diventata uno dei racconti più discussi nella storia della Nazionale.
Erano avversari, simboli delle due Milano calcistiche, ma soprattutto rappresentavano una generazione irripetibile di fuoriclasse italiani.
L'ultimo saluto
Oggi restano le immagini.
Il baffo. La maglia nerazzurra. San Siro. Le corse verso la porta. La Coppa dei Campioni. L'azzurro della Nazionale.
E resta soprattutto quella storia cominciata nel dolore di un bambino al quale la vita aveva portato via troppo presto suo padre.
Sandro avrebbe potuto restare per sempre "il figlio di Valentino".
Invece riuscì nell'impresa più difficile.
Diventò Sandro Mazzola.
Un nome che non ebbe più bisogno di spiegazioni.
Prima di morire aveva espresso un desiderio molto semplice: essere ricordato come «un bravo uomo», capace di giocarsela anche quando vincere sembra impossibile. È il ricordo che l'Inter ha scelto di riportare nel suo saluto ufficiale.
Forse è proprio lì, più che nelle coppe e nelle statistiche, che bisogna cercare l'ultima fotografia di Sandro Mazzola.
Un uomo che aveva conosciuto da bambino il dolore più grande, ma che non smise di correre.
Oggi il calcio italiano perde un campione. L'Inter perde un pezzo della propria anima. E chi ha vissuto quegli anni perde qualcosa di ancora più difficile da spiegare: un frammento della propria giovinezza.
Le domeniche passano. I campioni smettono di giocare. Gli stadi cambiano volto.
Ma alcune maglie sembrano non invecchiare mai.
E dentro quella nerazzurra, con il pallone tra i piedi e il numero sulle spalle, Sandro Mazzola continuerà a correre.
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