di Giovanni Macrì
Lo Stretto di Messina è da secoli l’arena naturale nella quale si consuma l’eterna sfida tra gli uomini del mare e il pesce spada, il grande “schermidore del mare”. Uno scontro antico, intriso di mistero, superstizione, rituali propiziatori e tradizioni tramandate oralmente, fino ai giorni nostri, che affonda le proprie radici nella classicità mediterranea evocata da Omero, Polibio e Strabone.
Oggi, si pratica dal mese di maggio fino ai primi giorni di settembre e che ancora conserva un ruolo significativo sia dal punto di vista economico sia da quello turistico per diverse famiglie delle coste messinesi e calabresi. Il pesce spada è sempre stato una preda ambita, non solo per il valore alimentare delle sue carni, ma anche per le sue dimensioni imponenti: può superare i 4,5 metri di lunghezza e raggiungere oltre 400 chilogrammi di peso. A tali caratteristiche si uniscono una forza straordinaria, una resistenza eccezionale e un’astuzia tale da renderlo un avversario temibile anche per i pescatori più esperti.
La feluca: simbolo dello Stretto
La tradizionale “feluca” utilizzata nello Stretto di Messina per l’arpionaggio del pesce spada rappresenta, ancora oggi, uno dei simboli più iconici della marineria siciliana e calabrese.
Nel corso dei secoli le imbarcazioni, le tecniche di navigazione e gli strumenti di pesca si sono evoluti, ma la strategia fondamentale è rimasta immutata: avvistare il pesce, inseguirlo o attenderlo, colpirlo con l’arpione e affrontare un lungo combattimento fino alla resa finale.

Oggi, grazie alle moderne feluche motorizzate, l’esito del duello è quasi sempre favorevole all’uomo; in passato, invece, la lotta poteva trasformarsi in tragedia e non era raro che fosse il pescatore a perdere la vita. La pesca del pesce spada con l’arpione è ancora praticata nello Stretto durante il periodo riproduttivo, compreso tra maggio e agosto, quando gli esemplari si avvicinano alle coste. Si tratta di una vera e propria caccia rituale, nella quale il coraggio dell’equipaggio conta ancora più della tecnologia. Per affrontare un animale tanto potente e veloce, il pescatore deve conoscerne abitudini, movimenti e comportamento con una familiarità quasi intima.
Il confronto tra uomo e pesce è simile a quello tra due schermidori: prima si individuano, poi si studiano a distanza come pugili sul ring, infine si affrontano con astuzia, intelligenza e sangue freddo.
Tra le credenze più affascinanti legate al pesce spada vi è quella secondo cui il maschio non abbandonerebbe mai la compagna ferita, restando accanto a lei fino alla morte.
Questa suggestiva immagine venne resa celebre dal grande Domenico Modugno nel 1954 con la canzone “Lu pisce spada”, presentata nella nascente televisione italiana.
Nel brano, infatti, la femmina viene colpita al cuore dall’arpione e il maschio tenta disperatamente di liberarla, continuando a seguirla fino alla cattura finale: “Si tu mori, vogghiu murìri ‘nzemi a ttia”
Il racconto, profondamente radicato nella cultura marinara dello Stretto, descrive il pesce spada come un cavaliere romantico disposto a sacrificarsi per amore.
Secondo l’antica tradizione dei pescatori, infatti, quando si avvistava una “parigghia”, una coppia formata da maschio e femmina, si colpiva sempre per prima la femmina, poiché il maschio sarebbe rimasto nei dintorni nel tentativo di salvarla, facilitandone così la cattura.
Le origini
Le prime testimonianze storiche sulla pesca del pesce spada nello Stretto risalgono al II secolo a.C. Le antiche imbarcazioni erano piccole e leggere e venivano guidate da terra attraverso segnali provenienti dalle alture della costa calabrese, più elevata rispetto alla sponda siciliana. Gli avvistatori comunicavano i movimenti dei pesci tramite grida, bandiere o segnali convenzionali.
Tra la fine del Quattrocento e gli inizi del Cinquecento nacque l’idea di utilizzare una barca stazionaria come osservatorio galleggiante: fu l’origine della feluca. Questa imbarcazione, lunga dai cinque ai sette metri e priva di chiglia, doveva garantire massima stabilità. Era dotata di una torretta centrale, detta “'ntinna” (antenna), alta fino a venti metri, dalla quale la vedetta poteva osservare il mare e segnalare la posizione del pesce ai “luntri” associati.
Il “luntru”
Il “luntru” era una veloce imbarcazione a remi utilizzata per l’inseguimento del pesce spada. L’equipaggio era composto da sei o otto uomini: quattro rematori, un avvistatore e il “lanzaturi”, cioè il fiocinatore. Al centro della barca si ergeva la “farera”, un piccolo albero sul quale il “vardiano” (guardiano) svolgeva il ruolo di vedetta.

L’inseguimento richiedeva abilità eccezionali: i rematori vogavano spesso controcorrente utilizzando remi enormi rispetto alle dimensioni dello scafo, mentre il lanzaturi restava pronto a colpire la preda con la fiocina.
A bordo non mancavano uncini, corde, coltelli e il “bumbulu”, recipiente utilizzato per conservare l’acqua necessaria all’equipaggio durante le lunghe battute di pesca.
Rituali, superstizioni e tradizioni
La pesca del pesce spada è sempre stata accompagnata da rituali antichissimi. Nelle antiche palamitare sopravviveva l’usanza di collocare a prua un’asta sormontata da una sfera colorata decorata con le stelle dell’Orsa Maggiore, probabile retaggio della cultura fenicia. Si racconta, inoltre, che durante la pesca venissero recitate cantilene in lingua greca, poiché la superstizione sosteneva che utilizzare altre lingue avrebbe fatto fuggire il pesce.
Tra i rituali più curiosi vi era la “runzata”: si faceva urinare un bambino sulle reti o sulla prua della barca come auspicio di buona pesca.
Grande importanza rivestiva anche lo “schiticchio” o “scialata”, un abbondante banchetto offerto dai proprietari delle barche ai marinai durante l’inverno. Oltre a rappresentare un momento conviviale, esso costituiva un importante sostegno alimentare per le famiglie dei pescatori.
La “cardata da cruci”
Una delle tradizioni più antiche era la “cardata da cruci”.
Dopo la cattura, uno dei marinai, escluso il lanzaturi, tracciava con le unghie quattro piccole croci vicino alla guancia destra del pesce appena issato a bordo. Questo gesto aveva valore simbolico: rappresentava una benedizione, uno scongiuro contro il malocchio e, soprattutto, una forma di rispetto nei confronti del nobile avversario sconfitto.

Anche i colori delle imbarcazioni, verde, rosso, nero e azzurro, erano considerati elementi protettivi contro le influenze negative.
La moderna feluca
La vera svolta avvenne negli anni Cinquanta e Sessanta con l’introduzione del motore e della passerella. Nel 1952 il pescatore Antonio Mancuso, infatti, ideò la lunga passerella metallica destinata al fiocinatore, trasformando definitivamente la feluca nella moderna “feluca spadara”.
Le nuove imbarcazioni erano dotate di: una torretta metallica alta fino a 30-35 metri; motori da 80 a 350 cavalli; una passerella lunga fino a 40 metri e sistemi di comando installati direttamente sulla coffa dell’avvistatore.
Da lassù il timoniere controllava contemporaneamente navigazione, avvistamento e inseguimento.

La passerella, costruita a traliccio per non proiettare ombra sull’acqua, consentiva al fiocinatore di avvicinarsi al pesce senza essere percepito, arrivando quasi a trovarsi sopra la preda.
La moderna feluca unificò così le funzioni della vecchia barca da posta e del luntru, aumentando notevolmente l’efficienza della pesca. La feluca che attraversa lo Stretto, con la sua torre altissima e la lunga passerella protesa sul mare, resta ancora oggi una delle immagini più straordinarie della civiltà marinara mediterranea: un monumento vivente alla storia, alla tradizione e all’eterna sfida tra l’uomo e il mare.
Ancora oggi, tra Scilla, Bagnara Calabra, Palmi e Torre Faro, la caccia al pesce spada continua a rappresentare molto più di una semplice attività economica.
È un patrimonio culturale e identitario fatto di linguaggi antichi, regole non scritte, rituali, coraggio e memoria collettiva.
foto Web

