di Vito Sorrenti
“Il sonno del senno / di color che sanno / produce tiranni.”
Ma qui non si tratta di un sonno naturale: qui siamo oltre. Qui si tratta di un sonno indotto da un’evoluzione perversa che, con la sua tecnologia, ci anestetizza e ci rende insensibili a tutto, a tal punto da non provare ribrezzo neppure davanti ai mostri dalle molteplici teste che, con i loro artigli e i loro rostri, frantumano scuole, ospedali e palazzi, seminando orrore, sgomento e lutto negli occhi dei vinti, dei dolenti, degli afflitti che hanno visto andare in pezzi il loro pezzo di cielo.
In altre parole, viviamo in una società distratta da stimoli diversi e sempre più immersa nell’abisso della realtà virtuale, in balia di esseri senza volto e senza cuore, che nulla hanno a che vedere con il pensiero umanista e con il solco tracciato dai giusti. Una società che si è assuefatta a ogni sorta di orribile misfatto, a tal punto da tollerare senza alcun disgusto i maestri del gelido cinismo, gli esperti dell'aguzzo egoismo e i ministri del razzismo disumano.
Una società che ama i cani e i gattini, ma non i bambini assediati dalla fame; che getta in pattumiera i resti di lauti pasti, ma non è disposta a nutrire i derelitti che bussano alla sua porta; che si genuflette sull’altare del culto per esibire sotto gli occhi di Cristo la sua anima secca, secca e contorta come un arbusto piantato in un vaso senz’acqua.
Una società sedotta da un’élite che non si nutre di foglie, ma di carne pregiata e che, dal suo desco imbandito in paradisi segreti, getta ossa spolpate e lische scarnite ai diseredati e agli esclusi. Un’élite che nulla dice e nulla ascolta, che detta, traccia e indirizza uomini e ruspe, deturpando con le sue accette il volto della madre di tutti e sospingendo virgulti sulle lande deserte e sui lividi flutti.
Un’élite che costruisce ordigni nefasti e strumenti di morte e poi si volta dall'altra parte per non vedere i volti esterrefatti e le grida laceranti delle vite divelte, sconvolte e sepolte dalle macerie dei conflitti; che non vede e non vuole vedere l’amarezza di chi ha bevuto fino alla feccia l’esperienza carnale del dolore, il fiele dell’ira e il gelo del lutto; di chi è morto alla luce, alla grazia, all’affetto, e brancola nella notte in balia di nocchieri sinistri.
Una società che assiste ai concerti dei funebri maestri, mentre i coppieri del lutto versano angoscia nei cuori trafitti e i devoti di Marte spargono sale sulle ferite aperte. Una società che assiste distratta ai riti funesti dei sacerdoti della morte che immolano cerbiatti sull’ara della vendetta.
Una società dove ai sani d’intelletto non resta che sperare che si ridesti il residuo di umanità ancora presente nelle menti illuminate dal pensiero umanista e che la pietà, la bontà e la misericordia tornino a squarciare con la loro luce le tenebre della ferocia e della malvagità.

