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di  Monica Vendrame

C’è qualcosa di profondamente stonato nel dibattito europeo degli ultimi anni. Non nei problemi — quelli esistono, sono visibili nelle città, nelle periferie, nelle cronache quotidiane — ma nel modo in cui troppo spesso si finge che non esistano.

La scena si ripete sempre uguale: qualcuno prova a sollevare una questione scomoda, qualcuno dice che forse l’integrazione non è un processo automatico e che forse una società ha il diritto di difendere le proprie regole. E immediatamente scatta il tribunale morale del dibattito pubblico.

Accuse.
Etichette.
Scomuniche.

Una scena emblematica si è vista durante un’intervista al generale Roberto Vannacci su Euronews.

Il giornalista gli chiede di spiegare perché parli di culture non compatibili con quella europea. È una domanda legittima: su cosa si baserebbe l’idea che alcune visioni del mondo possano entrare in conflitto con i valori dominanti delle società europee?

La risposta di Vannacci è semplice, quasi brutale nella sua linearità: cita sondaggi condotti in Francia in cui una parte dei giovani di origine immigrata avrebbe espresso opinioni favorevoli all’introduzione della Sharia come sistema giuridico.

Il punto, secondo lui, non è demonizzare qualcuno. Il punto è chiedersi cosa accade quando due modelli di società entrano in collisione.

Perché l’Europa non è soltanto un territorio. È un sistema di principi: stato di diritto, primato della legge civile, libertà individuale, uguaglianza davanti allo Stato.

Non sono dettagli.
Sono le fondamenta.

Il grande equivoco del multiculturalismo

Per anni in Europa si è diffusa una convinzione quasi automatica: più diversità avrebbe significato automaticamente più armonia sociale.

Una formula elegante.
Ma le società non funzionano come un mosaico culturale spontaneo.

Funzionano quando esiste un nucleo condiviso di regole e valori.

Se quel nucleo diventa troppo debole, non nasce una società più ricca. Nasce una società più fragile, attraversata da tensioni e incomprensioni.

Ed è qui che il dibattito diventa nervoso.

Perché sempre più cittadini europei stanno ponendo una domanda semplice: cosa succede quando l’integrazione non avviene?

Il ritorno di una parola scomoda: remigrazione

È in questo contesto che negli ultimi anni è riemersa una parola che fino a poco tempo fa era quasi assente dal dibattito pubblico: remigrazione.

Il termine è controverso e spesso usato in modo polemico, ma nel dibattito politico viene generalmente presentato come l’idea che la permanenza in un paese non sia un diritto automatico se qualcuno rifiuta sistematicamente le leggi e i principi fondamentali dello Stato.

L’immigrazione può funzionare solo se accompagnata da un’integrazione reale nella società che accoglie.

Non basta vivere nello stesso territorio.
Non basta partecipare all’economia.

Serve un minimo comune culturale: il riconoscimento delle istituzioni, delle leggi civili e dei valori fondamentali che tengono insieme una società.

Quando questo processo fallisce si apre il dibattito su strumenti più radicali, tra cui appunto la remigrazione.

È una proposta che divide profondamente l’opinione pubblica.

Ma il fatto stesso che questa parola sia tornata nel lessico politico europeo racconta qualcosa di importante: il dibattito sta cambiando.

Il silenzio che ha alimentato il problema

Per molto tempo una parte della politica e dei media ha cercato di affrontare il tema dell’immigrazione evitando qualsiasi conflitto culturale nel discorso pubblico.

L’intenzione poteva essere quella di mantenere il clima civile.
Il risultato, però, è stato spesso l’opposto.

Quando le persone percepiscono problemi reali ma sentono dire che quei problemi non esistono, la fiducia nelle istituzioni inizia a erodersi.

E quando la fiducia crolla, il dibattito diventa più duro, più polarizzato, più radicale.

Non perché le società diventino improvvisamente ostili.
Ma perché si sentono ignorate.

Una civiltà che deve ricordarsi chi è

L’Europa non deve diventare una fortezza chiusa.

Ma non può nemmeno trasformarsi in una civiltà incerta, timorosa di affermare i propri principi.

Una società aperta ha bisogno di regole chiare.
Ha bisogno di valori condivisi.
Ha bisogno della forza politica e culturale di difenderli.

Non con arroganza.
Non con odio.

Ma con fermezza.

Perché una civiltà sicura dei propri valori non ha bisogno di aggredire nessuno.

Ma non ha nemmeno bisogno di chiedere il permesso per difendere se stessa.

 
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Info Autore
Monica Vendrame
Author: Monica Vendrame
Biografia:
Vive a Pegli, affacciata sul mare di Genova. Direttrice editoriale del quotidiano online La Voce agli Italiani, redattrice de "La Voce del Savuto", unisce rigore giornalistico e sensibilità umana, occupandosi di attualità, cultura e temi sociali. Vicepresidente dell’Associazione culturale Atlantide, promuove eventi e progetti dedicati all’arte e alla parola. Scrittrice e poetessa, sta lavorando al suo primo volume di liriche. Ama la fotografia, la lettura, l’arte in ogni forma e ha uno sguardo attento alle sfumature della vita.
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