di Massimo Reina
Trentasei anni senza Gaetano Scirea.
Trentasei anni in cui il calcio ha perso non solo un campione, ma l’unica prova vivente che si potesse vincere senza urlare, difendere senza spaccare le gambe, diventare leggenda senza mai trasformarsi in una caricatura.
Scirea era l’anomalia. In un’epoca in cui già proliferavano i duri, i marpioni, i difensori col gomito facile e la faccia cattiva, lui era l’uomo che ti anticipava col sorriso, che usciva palla al piede dalla difesa come se fosse la cosa più naturale del mondo, che preferiva far giocare il compagno piuttosto che mettersi in mostra. Zero espulsioni in tutta la carriera. Non perché non sapesse difendere, ma perché sapeva farlo meglio di chiunque altro.
Era l’anti-tutto. Anti-divo: non cercava copertine, spot o microfoni, ma se parlava lo ascoltavi. Anti-violento: non menava, non simulava, non bestemmiava l’arbitro, ma ti fermava lo stesso. Anti-protagonista: non si atteggiava a salvatore della patria, ma teneva insieme la squadra con la naturalezza di chi non ha bisogno di dirti che è il capitano.
Eppure era il capitano. Della Juventus, dell’Italia campione del mondo, e in fondo di un’idea diversa di calcio: quello che oggi sembra fantascienza. Non il calcio dei social, dei selfie nello spogliatoio, dei like contati come gol. Non il calcio dei procuratori che trattano i calciatori come pacchi da Amazon Prime, né dei presidenti che fanno più interviste dei loro allenatori. Lui era l’ultimo calcio possibile: fatto di sostanza, stile e rispetto.
La sua morte, nel 1989, fu una beffa crudele. Non un addio lento, non un ritiro celebrato, non una vecchiaia dorata a fare l’opinionista in tv. No: una macchina che esplode in Polonia, e la Juve e l’Italia che da quel giorno non furono più le stesse. Perché i campioni li sostituisci, ma gli uomini no. Ogni 3 settembre diventa così una ricorrenza dolceamara. Dolorosa, perché ricorda la perdita. Ma anche orgogliosa, perché ci ricorda che sì, una volta c’è stato un Gaetano Scirea. Uno che dimostrava che si può essere vincenti senza essere arroganti, forti senza essere prepotenti, grandi senza essere ridicoli.
E forse è proprio per questo che manca tanto. Perché oggi, guardando certi giocatori che si buttano in area alla prima folata di vento, che litigano coi compagni via Instagram, che pensano più all’acconciatura che alla marcatura, capiamo che Scirea non è solo un ricordo. È un rimpianto. Trentasei anni dopo, resta la sua lezione: che il calcio senza stile è solo circo, che le vittorie senza dignità non valgono nulla, che i campioni senza umanità sono figurine vuote. E se esiste un Paradiso del pallone, Scirea ci gioca ancora. A testa alta, in silenzio, pulito. Come sempre.
Mentre noi, quaggiù, ci arrangiamo con i suoi surrogati.

