Reportage di Massimo Reina, inviato in Libano per GSF
A quaranta chilometri da Nabatieh il mare è calmo, i bar sono aperti e la gente continua a vivere. Poi arrivano i boati. I telefoni si accendono. Qualcuno dice Ali al-Taher, qualcun altro Mansouri. Nel Sud del Libano la tregua esiste ancora sulla carta. Sul terreno, molto meno
Nota della redazione
Questo reportage è stato scritto alla fine di agosto 2026, durante la missione di Massimo Reina in Libano. Viene pubblicato nel mese di ottobre, a distanza di alcune settimane, per ragioni legate alla missione e alle esigenze di sicurezza. I fatti e le testimonianze riportati si riferiscono pertanto al periodo in cui il racconto è stato realizzato.
TIRO, Libano meridionale — Il primo colpo arriva alle 7.12.
Guardo l'orologio quasi per abitudine.
Non vedo niente. Solo il mare davanti, una tazzina di caffè sul tavolo e Khalil — chiamiamolo così — che continua a scorrere il telefono con il pollice.
Il boato è sordo, lungo. Non quello secco di un'arma leggera. Qualcosa di pesante.
Aspettiamo.
È sempre il secondo che ti aiuta a capire.
Arriva una ventina di secondi dopo.
Khalil smette di guardare il telefono.
«Nabatieh.»
«Sicuro?»
Fa una smorfia.
«Ali al-Taher, penso.»
Poi il suo cellulare comincia a vibrare. Uno. Due.
Tre messaggi.
Dall'altro lato della strada un uomo sta sollevando la serranda del negozio. Un taxi suona il clacson. Due ragazzi passano su uno scooter. Il mare di Tiro è piatto, quasi immobile.
Nessuno corre.
È questo che continua a impressionarmi delle città vicine alla guerra: **la vita non si ferma quando dovrebbe**.
Forse perché non può.
Khalil apre un vocale.
Una voce parla velocissima in arabo. Dietro si sente vento, poi qualcosa che sembra un'esplosione lontana.
Lui riascolta.
«Kfar Rumman.»
Un altro messaggio.
«No. Aspetta.»
Chiama. Da questo momento il caffè è finito.
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A Tiro la guerra non la vedi sempre.
La senti.
Arriva da est, da sud-est, qualche volta da molto più lontano di quanto immagini.
Nei giorni scorsi le esplosioni degli attacchi contro l'altura di Ali al-Taher, sopra Nabatieh, sono state avvertite fino a Sidone. La zona è sotto pressione da settimane: artiglieria, raid aerei, droni, esplosioni. Nella notte tra il 22 e il 23 agosto gli attacchi sono stati descritti sul posto come tra i più violenti degli ultimi giorni.
Ma qui nessuno ha bisogno che glielo dica un comunicato. Lo capisci dalla maniera in cui la gente ascolta.
Non guardano immediatamente il cielo.
Prima aspettano.
Un secondo.
Due.
Poi decidono se quello che hanno sentito merita attenzione. Chi vive qui ha sviluppato un orecchio che noi perdiamo appena torniamo a casa.
Un'esplosione lontana.
Un drone basso.
Artiglieria.
Fuoco automatico.
Il rumore cambia e cambia anche il corpo. Adesso sopra di noi c'è un drone.
Non riesco a vederlo.
Lo sento soltanto.
Un ronzio leggero, intermittente. Fastidioso perché dopo un po' il cervello prova a cancellarlo. E quando finalmente smetti di sentirlo, ti sorprendi a cercarlo di nuovo.
Khalil mi vede guardare in alto.
Ride.
«Lascia perdere.»
«Dov'è?»
«Se lo sapessi io, lo saprebbero anche loro.»
Non so chi siano “loro”.
Non glielo chiedo.
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Poco dopo le otto incontriamo altri due colleghi libanesi. Uno ha ancora gli occhi gonfi di sonno. L'altro appoggia il casco sulla sedia e ordina un caffè senza togliersi il giubbotto PRESS.
Sul tavolo finiscono quattro telefoni. È la nostra centrale operativa.
Mansouri.
Majdal Zoun.
Markaba.
Zawtar Sharqieh.
Ainata.
I nomi entrano ed escono dalle conversazioni più rapidamente delle persone.
Oggi l'esercito israeliano sta effettuando nuove demolizioni in diversi punti del Sud. A Majdal Zoun e Mansouri, nel distretto di Tiro. A Markaba, nel Marjayoun. A Zawtar Sharqieh, nel distretto di Nabatieh. Ad Ainata, nel Bint Jbeil. Altre case sono state demolite a Doubeih, alla periferia occidentale di Mais al-Jabal. E contemporaneamente continua il fuoco di artiglieria.
Uno dei colleghi apre una fotografia. Una casa. O quello che ne resta.
Zooma.
«Questa era qui.»
Indica un punto sulla mappa. Lo fa senza teatralità.
È un gesto da lavoro.
Qui. Lì.
Tre chilometri. Sette. Quindici. Poi arriva un altro boato.
Questa volta nessuno parla per qualche secondo.
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La differenza tra bombardare una casa e demolirla deliberatamente sembra piccola soltanto da lontano.
Sul terreno è enorme.
Il missile è un istante. La demolizione richiede tempo.
Qualcuno deve arrivare. Entrare. Preparare l'esplosivo. Controllare l'area.
Far saltare l'edificio.
Poi eventualmente passare a quello accanto.
A Mansouri il sindaco parla da giorni di una distruzione sistematica del paese. Lunedì erano stati segnalati mezzi israeliani all'interno dell'abitato e un Merkava aveva preso posizione in uno dei quartieri.
La parola che usano qui non è più soltanto bombardamento.
È cancellazione.
Case. Strade. Campi. Ulivi.
A volte persino il modo in cui un paese era disposto sulla collina.
Il collega accanto a me tira fuori una sigaretta.
«Quella gente dove torna?»
Non è una domanda rivolta a qualcuno.
Accende.
Fa due tiri.
«Dove torna?»
Questa volta nessuno risponde.
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Verso le dieci Tiro è completamente sveglia.
Il traffico aumenta.
Le panetterie sono piene.
Sul lungomare passa una donna con un bambino per mano.
Da una porta arriva odore di caffè e zaatar.
Un pescatore sta sistemando delle cassette vicino al porto.
E improvvisamente mi torna in mente una cosa che avevo dimenticato.
In guerra si mangia. Sembra stupido dirlo.
Si mangia, si beve, ci si lava, si impreca perché non c'è campo, si cerca una presa elettrica, si fanno battute idiote.
Il corpo continua a pretendere normalità anche quando intorno non c'è niente di normale.
Uno dei colleghi compra dei manakish.
Mangiamo in piedi vicino alla macchina.
Il drone è ancora sopra di noi.
O forse è un altro.
A un certo punto non sai più distinguerli.
«Domani Nabatieh», dice Khalil con la bocca piena.
«A che ora?»
«Presto.»
«Quanto presto?»
«Prima che comincino.»
Ride.
Nessun altro ride.
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Nabatieh dista meno di quaranta chilometri.
In tempo di pace non è niente.
Una strada.
Tre quarti d'ora.
Qui la distanza non si misura in chilometri.
Si misura in posti di blocco, strade interrotte, droni, notizie arrivate cinque minuti prima e telefonate di qualcuno che ti dice:
«non passare da lì.»
L'altura di Ali al-Taher è diventata uno dei punti centrali di questa fase della guerra. Gli attacchi israeliani lì continuano da settimane; nei giorni scorsi sono stati utilizzati raid aerei, artiglieria e ordigni sganciati dai droni. Fonti locali temono che la pressione possa precedere un'operazione più ampia, anche se finora non risulta un'avanzata israeliana sull'altura.
Guardo la mappa.
Tiro.
Nabatieh.
Bint Jbeil.
Marjayoun.
Le distanze sembrano ridicole.
Quasi tutto quello di cui stiamo parlando sta dentro lo schermo di un telefono.
Poi ricordi che dentro quei pochi centimetri ci sono villaggi, case, famiglie, ambulanze, soldati.
E gente che stamattina si è svegliata senza sapere se avrebbe trovato ancora la propria casa la sera.
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A metà pomeriggio arriva la notizia di un'altra esplosione.
Questa volta Zawtar Sharqieh.
Uno dei giornalisti prova a telefonare.
Niente.
Riprova.
Niente.
Il suo viso cambia appena.
È una cosa minima.
Un secondo prima stava scherzando. Adesso non più.
Terza chiamata.
Rispondono.
Parla per meno di trenta secondi.
Poi mette giù. «Stanno bene.»
Nessuno chiede chi.
Non serve.
Ci rimettiamo a parlare.
Un altro caffè.
Una batteria da caricare. Un video da mandare.
Poi, senza avvertimento, una detonazione più forte delle altre.
Istintivamente giro la testa.
Il collega davanti a me no.
Continua a scrivere. «Quella è lontana», dice.
«Quanto?»
Alza le spalle.
«Abbastanza.»
È una misura molto usata in guerra.
Abbastanza.
Abbastanza vicino per sentirla.
Abbastanza lontano per continuare a bere il caffè.
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La sera, Tiro cambia colore.
Le pietre diventano arancioni.
Il mare quasi nero.
I ristoranti accendono le insegne e per qualche minuto mi sembra assurdo che poche ore prima stavamo contando demolizioni, colpi di artiglieria, villaggi.
Poi il drone torna a farsi sentire.
O forse non se n'era mai andato.
Khalil è seduto sul cofano della macchina.
Sta controllando la strada per domani.
«Partiamo alle sei.»
«Nabatieh.»
Annuisce. Poi allarga la mappa con due dita.
Più sotto c'è Bint Jbeil.
Più a est Marjayoun.
Lo guardo.
«E dopo?»
Sorride.
«Dopo vediamo.»
Conosco quella risposta. Significa che non lo sa.
Che nessuno lo sa.
Che domani potrebbe essere una giornata tranquilla oppure una di quelle in cui in dieci minuti cambia tutto.
Il cielo sopra Tiro è ormai buio.
Per un po' non arriva nessuna esplosione.
Nessun caccia.
Nessun colpo.
Soltanto il rumore delle automobili e delle persone sedute ai tavoli.
Il silenzio della guerra è una cosa strana.
La prima volta ti rassicura.
Poi impari a diffidarne.
Prima di entrare controllo ancora il telefono.
Niente.
Metto casco e giubbotto vicino alla porta.
Domattina andiamo a Nabatieh.
Quaranta chilometri.
Meno di un'ora.
Sulla carta.
Nel Sud del Libano, invece, «da qui alla guerra la distanza si misura un boato alla volta.»

