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di  Massimo Reina

C'è qualcosa di profondamente inquietante nelle città fantasma.

Le immagini delle case abbandonate, delle finestre vuote, delle strade percorse soltanto dal vento hanno sempre esercitato una strana attrazione sull'uomo. Pensiamo a Chernobyl, ai paesi dell'Appennino svuotati dai terremoti, alle città minerarie americane divorate dalla crisi economica.

Ma Zanuta non è diventata una città fantasma per un terremoto.

Non per una guerra tra eserciti. Non per una catastrofe naturale.

Secondo Amnesty International, le Nazioni Unite e numerose organizzazioni israeliane e palestinesi per i diritti umani, Zanuta è stata svuotata perché i suoi abitanti sono stati progressivamente privati delle condizioni minime per continuare a viverci.

E questa differenza cambia tutto.

Khirbet Zanuta era un piccolo villaggio beduino dell'Area C della Cisgiordania, Governorato di Hebron. Circa 250 persone. Famiglie che vivevano lì da generazioni. Pastori. Allevatori. Gente che non occupava i talk show occidentali e che non compariva nelle analisi geopolitiche degli esperti televisivi.

Esistevano e basta.

Come esistono milioni di persone nel mondo.

Con i loro greggi.

Le loro case.

I loro figli.

Le loro tombe.

Le loro memorie.

Poi nel 2021, a circa un chilometro dal villaggio, compare un nuovo avamposto di coloni israeliani: la cosiddetta Fattoria Meitarim.

Da quel momento, secondo la documentazione raccolta da Amnesty International, inizia una pressione crescente sulla comunità locale.

Minacce.

Intimidazioni.

Aggressioni.

Limitazioni dell'accesso ai pascoli.

Impossibilità di utilizzare liberamente le terre da cui dipendeva la sopravvivenza economica degli abitanti.

A questo si aggiunge un elemento spesso ignorato nel racconto occidentale della Cisgiordania: il sistema dei permessi edilizi.

Per anni Zanuta, come molte altre comunità palestinesi dell'Area C, si è trovata intrappolata in un paradosso quasi perfetto.

Non poteva costruire legalmente.

Ma non poteva nemmeno smettere di esistere.

Le autorizzazioni venivano negate o rese praticamente impossibili da ottenere, mentre incombevano ordini di demolizione sulle abitazioni esistenti.

Una specie di condanna urbanistica preventiva.

Non puoi costruire.

Non puoi crescere.

Non puoi svilupparti.

Ma continuiamo a chiamarlo normale amministrazione.

Poi arriva il 7 ottobre 2023.

E ciò che era già difficile diventa insostenibile.

Secondo le testimonianze raccolte da Amnesty, gli attacchi e le intimidazioni aumentano ulteriormente.

Le famiglie cominciano a lasciare il villaggio.

Prima una.

Poi due.

Poi dieci.

Poi tutte.

Finché Zanuta smette di essere una comunità e diventa una coordinata geografica.

Un nome su una mappa.

Un ricordo.

La parte più surreale della vicenda arriva dopo.

Nel luglio 2024 e poi nel febbraio 2025, la Corte Suprema israeliana emette due decisioni che ordinano alle autorità di consentire il ritorno degli abitanti e di proteggerli dalla violenza dei coloni.

È un dettaglio fondamentale.

Perché dimostra che non stiamo parlando soltanto di accuse provenienti da organizzazioni internazionali.

La stessa magistratura israeliana riconosce formalmente l'esistenza del problema.

Eppure le sentenze restano lettera morta.

Gli abitanti non riescono a tornare.

Le aggressioni continuano.

Le infrastrutture vengono distrutte.

La vita quotidiana resta impossibile.

Che valore ha una sentenza se nessuno la applica?

È una domanda che dovrebbe interessare qualunque democrazia.

Immaginate per un attimo che una Corte Suprema europea ordinasse il ritorno degli abitanti di un villaggio e che, mesi dopo, quel villaggio fosse ancora irraggiungibile a causa delle intimidazioni di gruppi privati.

Apriti cielo. Commissioni parlamentari, editoriali indignati, risoluzioni internazionali, inchieste televisive.

A Zanuta invece è calato il silenzio.

Un silenzio quasi perfetto.

Oggi, secondo Amnesty International, le immagini satellitari, i video e le testimonianze raccolte mostrano un dato impressionante: Zanuta non esiste più come comunità abitata.

Le case sono state devastate.

Le infrastrutture distrutte.

Gli abitanti dispersi.

Il villaggio svuotato.

Cancellato.

E forse è proprio questa la parola che fa più paura.

Cancellato.

Perché le guerre distruggono gli edifici.

Le occupazioni possono cambiare i confini.

Ma cancellare una comunità significa eliminare qualcosa di più profondo: il legame tra un popolo e il luogo in cui ha costruito la propria esistenza.

Una cancellazione lenta.

Graduale.

Quasi burocratica. Fatta non di una singola esplosione, ma di mille pressioni quotidiane.

Una recinzione.

Un pascolo negato.

Un'aggressione.

Una demolizione. Un pozzo inutilizzabile. Un'altra famiglia che parte. Un'altra ancora.

Finché non resta nessuno.

E allora il villaggio sparisce.

Non dalle mappe.

Dalla realtà.

La domanda che resta sospesa è semplice.

Se domani un villaggio europeo venisse svuotato con le stesse modalità, la comunità internazionale continuerebbe a parlare di "episodi isolati"?

Oppure chiamerebbe le cose con il loro nome?

Perché Zanuta non è soltanto un villaggio palestinese.

È un test.

Un test sulla credibilità di chi dice di difendere il diritto internazionale, i diritti umani e la legalità.

E, almeno finora, quel test sembra essere stato fallito.

 

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Info Autore
Massimo Reina
Author: Massimo Reina
Biografia:
Giornalista, scrittore e Social Media Editor, è stata una delle firme storiche di Multiplayer.it, ma in vent’anni di attività ha anche diretto il settimanale Il Ponte e scritto per diversi siti, quotidiani e periodici di videogiochi, cinema, società, viaggi e politica. Tra questi Microsoft Italia Tecnologia, Game Arena, Spaziogames, PlayStation Magazine, Kijiji, Movieplayer.it, ANSA, Sportitalia, TuttoJuve e Il Fatto Quotidiano. Adesso che ha la barba più bianca, ascolta e racconta storie, qualche volta lo fa con le parole, altre volte con i video. Collabora con il quotidiano siriano Syria News e il sito BianconeraNews, scrive per alcune testate indipendenti come La Voce agli italiani, e fa parte, tra le altre cose, dell'International Federation of Journalist e di Giornalisti Senza Frontiere. Con quest’ultimo editor internazionale è spesso impegnato in scenari di guerra come inviato, ed ha curato negli ultimi 10 anni una serie di reportage sui conflitti in corso in Siria, Libia, Libano, Iraq e Gaza.
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