di Massimo Reina
Esistono artisti che rappresentano il proprio tempo e artisti che tentano di correggerlo. Giacomo Di Gregorio, conosciuto come Chromat, appartiene probabilmente alla seconda categoria.
La sua ricerca non nasce infatti dall'osservazione passiva della realtà contemporanea, ma da una presa di posizione. Da un rifiuto. Da una ribellione estetica.
Il termine scelto per identificare il proprio progetto artistico è già una dichiarazione di intenti. "Ammuzzo", espressione della tradizione siciliana che indica qualcosa di casuale, confuso, disordinato, diventa la metafora di una società che ha smarrito il senso delle differenze, della profondità e della complessità.
In questo contesto il colore assume una funzione che va ben oltre l'aspetto decorativo.
Non è ornamento. Non è esercizio stilistico.
È linguaggio.
È opposizione.
È affermazione di esistenza.
La cifra più interessante della ricerca di Chromat è proprio questa apparente semplicità che nasconde una struttura concettuale più articolata di quanto possa apparire a una prima lettura.
Il pesce che domina la sua produzione non è soltanto un segno grafico riconoscibile. Non è un logo. Non è un personaggio.
È una metafora.
Come accadeva nelle antiche iconografie simboliche, un'immagine elementare viene caricata di significati successivi.

Il pesce di Chromat porta su di sé i segni della vulnerabilità. L'occhio chiuso a forma di X richiama la sconfitta, la perdita, la fragilità della condizione umana. L'aureola introduce invece una dimensione spirituale, quasi trascendente.
Eppure il vero nucleo dell'opera non è all'esterno.
È all'interno.
Nella pancia del pesce esplode infatti una materia cromatica intensa, quasi incontrollabile. Un'esplosione di energia che suggerisce come ogni individuo custodisca una ricchezza invisibile agli occhi.
È una visione profondamente umanista.
Per certi aspetti persino controcorrente.
In un'epoca che celebra l'apparenza, Chromat invita a guardare ciò che si trova sotto la superficie.
In un tempo dominato dalla velocità, recupera il valore del contenuto.
In una stagione culturale spesso dominata dal cinismo, sceglie ostinatamente la speranza.
Anche la tecnica contribuisce a rafforzare questa lettura.
Il fatto che l'artista scriva parole e pensieri sul primo strato della tela prima di coprirli definitivamente con il colore introduce un elemento concettuale di particolare interesse.
L'opera possiede una memoria invisibile. Uno spettatore non vedrà mai quelle frasi. Eppure esse esistono. Continuano ad abitare il quadro.
Sono parte integrante della sua identità.
È un procedimento che richiama, in chiave contemporanea e personale, il concetto di stratificazione della memoria: ciò che siamo non coincide con ciò che mostriamo.
Ogni essere umano è composto da livelli sovrapposti di esperienze, ferite, speranze e ricordi.
La pittura diventa così una metafora della condizione umana.
Da questo punto di vista la ricerca di Chromat si colloca in una posizione interessante all'interno della nuova arte urbana italiana.
Pur provenendo dall'universo dell'hip hop e del writing, non si limita a riproporne gli stilemi estetici.
Ne assorbe l'energia originaria, la capacità comunicativa, la dimensione popolare, trasformandole però in un linguaggio più personale e simbolico.
L'esperienza maturata tra Siracusa, i viaggi europei e soprattutto New York durante il cinquantesimo anniversario della cultura hip hop ha contribuito a consolidare questa identità.
Ma sarebbe riduttivo leggere Chromat soltanto come un artista urban.
La sua opera parla infatti di temi universali: fragilità, resilienza, speranza, identità.
Temi antichi quanto l'uomo.
Ciò che colpisce maggiormente è forse la volontà di restituire dignità alla positività senza cadere nella retorica.
Operazione tutt'altro che semplice.
Perché oggi essere cinici è facile. Essere sinceramente ottimisti richiede coraggio. Il colore, nelle opere di Chromat, non è quindi una scelta estetica.
È una scelta etica.
E proprio in questa trasformazione del colore da elemento visivo a dichiarazione di principio risiede la parte più interessante e promettente della sua ricerca artistica.

