di Massimo Reina
Da qualche anno il tifoso juventino assiste allo stesso spettacolo.
Cambiano dirigenti, allenatori, responsabili dell'area sportiva, perfino le parole d'ordine. Ma il copione resta identico.
La Juventus perde soldi. La proprietà interviene. Vengono ripianate le perdite. Si tira un sospiro di sollievo. E il giorno dopo tutto ricomincia esattamente come prima.
È una storia che viene spesso raccontata come una dimostrazione di amore e di responsabilità da parte dell'azionista. E in parte lo è. Ma fermarsi qui significa raccontarne soltanto metà.
Perché c'è una differenza enorme tra salvare un'azienda e rilanciarla.
La Juventus degli ultimi anni è stata salvata più volte. Rilanciata mai.
I continui aumenti di capitale vengono presentati come una prova di forza. In realtà rappresentano soprattutto una necessità. Quando una società accumula perdite gigantesche, qualcuno deve coprirle. Non è un gesto romantico. È il minimo indispensabile per evitare conseguenze ancora peggiori.
Se una famiglia ha il tetto che perde e ogni anno si limita a raccogliere l'acqua con dei secchi, non sta risolvendo il problema. Sta semplicemente rimandandolo.
E la Juventus sembra vivere proprio così: con i secchi sotto il soffitto.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti.
I conti vengono rimessi in carreggiata quel tanto che basta per rispettare i parametri imposti dall'UEFA e dagli organismi di controllo. Ma sul piano sportivo il club continua a muoversi con il freno a mano tirato.
Mancano risorse per costruire una squadra nettamente più forte. Manca la possibilità di affrontare il mercato con la forza economica delle grandi rivali europee. Manca soprattutto la sensazione che esista una direzione chiara.
E qui nasce il circolo vizioso.
Per rispettare i conti si riducono gli investimenti.
Riducendo gli investimenti si indebolisce la squadra.
Indebolendo la squadra diminuiscono le probabilità di vincere.
Senza vittorie arrivano meno ricavi.
Con meno ricavi servono nuovi sacrifici.
E il giro ricomincia.
Il famoso cane che si morde la coda.
La mancata qualificazione alla Champions League non è una disgrazia isolata. È la conseguenza più evidente di un meccanismo che da anni gira a vuoto.
Per capire il problema basta immaginare un vecchio negozio di biscotti.
Per decenni è stato il migliore della città. I clienti facevano la fila. I maestri pasticceri erano eccellenti. I macchinari funzionavano alla perfezione.
Poi i migliori artigiani sono andati in pensione. Le attrezzature sono invecchiate. I concorrenti sono cresciuti.
Le vendite calano.
Arrivano i debiti.
A questo punto il proprietario ha due possibilità.
La prima consiste nel pagare ogni anno i debiti accumulati e fermarsi lì.
La seconda consiste nel pagare i debiti e contemporaneamente investire per rinnovare i macchinari, assumere professionisti più preparati e rilanciare la qualità del prodotto.
La Juventus sembra aver scelto la prima strada.
Si tappano le falle.
Si evita il peggio.
Ma non si ricostruisce davvero.
Per questo motivo gli aumenti di capitale, pur necessari, non possono essere considerati un progetto industriale.
Un progetto industriale è un'altra cosa.
Significa individuare le persone migliori per ogni ruolo.
Significa costruire una struttura sportiva di eccellenza.
Significa mettere a disposizione risorse che non servano soltanto a cancellare il passato ma anche a costruire il futuro.
Significa accettare che per tornare stabilmente ai vertici servano investimenti veri, non semplicemente interventi di manutenzione straordinaria.
Lo stesso discorso vale per la governance.
Nessuno mette in dubbio le capacità professionali dell'attuale presidente. Sarebbe ingeneroso e sbagliato.
Ma il calcio è un mestiere particolare.
Un ottimo manager non diventa automaticamente un ottimo dirigente sportivo, così come un eccellente salumiere non diventa automaticamente un grande sarto e un grande sarto non diventa automaticamente un maestro norcino.
Sono professioni diverse.
Richiedono competenze diverse.
Esperienze diverse.

