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Il Premio Strega nasce per celebrare i libri. Eppure, ancora una volta, a occupare la scena non è soltanto la letteratura, ma ciò che le gira intorno: frasi riferite, smentite, ricostruzioni, indignazioni, prese di distanza.

Il caso è esploso durante il tour dei finalisti dell’edizione 2026, quando a Michele Mari, tra gli autori in gara, sarebbero state attribuite parole pesanti su Michela Murgia. Frasi considerate offensive, soprattutto perché rivolte a una scrittrice scomparsa, e subito finite al centro di una polemica feroce. Al centro della discussione anche Teresa Ciabatti, presente in quel contesto, che ha poi precisato come non ci fosse stata una “lite furiosa”, ma un confronto acceso, nato da posizioni molto distanti.

La polemica nasce soprattutto da questo: non da una critica alle idee di Michela Murgia, figura amata, discussa e divisiva, bensì da parole attribuite a Mari che avrebbero spostato il giudizio dal piano culturale a quello estetico e personale. Secondo le ricostruzioni giornalistiche, Murgia sarebbe stata definita “intransigente” e “violenta” perché “brutta”. Una frase che, se confermata, non colpisce il pensiero di una scrittrice, ma il suo corpo. Ed è proprio questo passaggio ad aver reso il caso così pesante.

La Fondazione Bellonci, che organizza il Premio Strega, ha preso le distanze da ogni espressione denigratoria, giudicandola incompatibile con lo spirito del premio. Allo stesso tempo, però, ha chiarito che Michele Mari resterà in gara, perché il regolamento non prevede l’esclusione di un finalista per una vicenda di questo tipo.

Ed è qui che la questione si fa più seria.

Una frase sbagliata resta una frase sbagliata. Il rispetto verso le persone, vive o scomparse, non dovrebbe dipendere dalle simpatie, dalle appartenenze culturali o dagli schieramenti del momento. E nessuno può pensare di liquidare parole offensive come semplice libertà di conversazione.

Ma c’è una differenza enorme tra contestare una frase e mettere sotto processo un libro. Perché il Premio Strega, almeno in teoria, dovrebbe giudicare la qualità di un’opera letteraria. Non trasformarsi in un tribunale morale dove l’autore viene valutato più per ciò che avrebbe detto fuori pagina che per ciò che ha scritto dentro il libro.

Il rischio, sempre più evidente, è che la letteratura finisca soffocata dal rumore. Non si discute più dei romanzi, della lingua, della struttura, della forza di una storia. Si discute della posizione dell’autore, della frase infelice, dell’allineamento ideologico, della colpa da espiare pubblicamente.

Così il libro scompare. Restano le tifoserie.

Eppure la cultura dovrebbe essere esattamente il contrario: spazio di confronto, anche duro; luogo in cui le parole si pesano, certo, ma senza trasformare ogni errore in una sentenza definitiva. Gli scrittori non sono santi, non sono modelli di purezza, non sono statue da venerare o abbattere a seconda del vento. Sono persone. Possono dire cose intelligenti, possono dire sciocchezze, possono sbagliare. E quando sbagliano, è giusto dirlo.

Ma cancellare il confine tra responsabilità personale e giudizio sull’opera significa impoverire tutto.

Il Premio Strega ha fatto bene a prendere le distanze dalle frasi attribuite a Mari. Ma ha fatto bene anche a non trasformare la polemica in una ghigliottina culturale. Perché un premio letterario non può diventare un concorso di irreprensibilità morale. Se così fosse, non vincerebbe più il miglior libro, ma l’autore meno esposto, meno divisivo, meno attaccabile.

E la letteratura, che dovrebbe disturbare, interrogare, mettere in crisi, finirebbe addomesticata. Pulita. Sorvegliata. Inoffensiva.

Il caso Mari-Murgia-Ciabatti resterà probabilmente come una delle polemiche più discusse di questa edizione dello Strega. Ma forse la domanda vera è un’altra: vogliamo ancora premiare i libri o preferiamo processare gli scrittori?

Perché se a contare non è più ciò che una pagina riesce a dire, ma soltanto ciò che intorno a quella pagina si scatena, allora il problema non è Michele Mari. Il problema siamo noi.

 

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La Redazione
Author: La Redazione
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