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di Massimo Reina

In un Paese dove la poesia serve – si fa per dire – solo a riempire i buchi dei programmi scolastici e le bacheche dei cuori solitari su Instagram, a Padova è successa una cosa che definire rivoluzionaria è poco: un gruppo di matti – perché di questi tempi, chi crede nella cultura senza sponsor multinazionali è un sovversivo con diagnosi – ha fondato un’associazione che usa i versi per ricostruire l’uomo. Avete letto bene: ricostruire l’uomo.

Non fare marketing poetico. Non vendere frasi motivazionali scritte in corsivo su tazze Ikea. Ricostruire l’uomo.

L’hanno chiamata “I Fiumi di Jane”, e già qui si sente un brivido di sospetto da parte della burocrazia culturale nazionale:

Come sarebbe a dire Jane? Non potevate chiamarvi ‘Comitato per la Valorizzazione della Poesia come Risorsa Multidisciplinare nel Territorio Metropolitana Nord-Est’? Così non prenderete mai fondi europei!”. E invece no: loro si ostinano a parlare di speranza. Quella vera. Quella che non si compra su Amazon in 24 ore.

 Parola d’ordine: poesia

La loro “inaugurazione ufficiale” – che detta così sembra un convegno di esperti di parcheggi sotterranei – ha radunato più di 100 persone in una radio libera, RadioGamma5, che campa di volontari e passione, non di apericena sponsorizzati e spot di assicurazioni sulla vita (o sulla morte culturale).

Sul palco il rapper Frabolo (quello che non ti parla di collane d’oro e SUV, ma di Opera – non la Traviata, ma l’Opera alchemica: dal piombo all’oro interiore). Poi poeti veri, non da discount: Mariya Terzieva, Michele Ponchia, interpretati da attori che non leggono la poesia come se stessero leggendo le bollette: Diego Garbini e Emanuela Cristofaro. In sala perfino una poetessa che non si è ancora venduta agli algoritmi: Monica Babolin.

Una follia necessaria

Il presidente Paolo Russo, con la faccia di uno che ci crede davvero, ha detto una frase pericolosissima, oggi più che mai “Dobbiamo lavorare sulla coscienza dell’uomo e sulla speranza.” Se lo sente un ministro degli Interni, gli manda subito la Digos: incitazione alla sovversione spirituale.

Perché “I Fiumi di Jane” vogliono fare quello che nessuno ha più il coraggio di fare: portare la poesia nei parchi, non negli scantinati universitari, mettere i poeti tra la gente, non tra i cavilli delle rassegne esclusive, parlare ai bambini, agli anziani, ai genitori, agli smarriti, persino entrare in cliniche e scuole, dove il linguaggio umano è stato sostituito da “protocolli”, “modelli” e “linee guida”. Insomma, vogliono riportare l’umanità tra gli umani.

Robaccia sovversiva.

L’arte come atto di resistenza

Gli altri si riempiono la bocca di paroloni come inclusione, comunità, cura… e poi vendono l’ultimo modello di smartphone che serve a isolarci meglio. I Fiumi di Jane invece fanno una cosa intollerabile: non monetizzano quello che fanno. La poesia non è un gadget, né la “pillola del giorno dopo” per la noia esistenziale. È politica dell’anima.È l’antidoto alla schiavitù degli algoritmi, alla mercificazione delle emozioni, al capitalismo della superficialità. E per questo andrebbe proibita per decreto.

Questa associazione è nata dalle frequenze, non dai finanziamenti.

Da persone che, invece di chiedere “Chi ci paga?”, hanno detto: “Chi ci crede?”. E qualcuno ci crede. In tanti, in realtà: perché la fame di autenticità in Italia non la soddisfa nessuna app, né una pizzeria gourmet. Il 29 novembre, con la performance di Frabolo e dei suoi 16 brani che fanno più male di un talk show e più bene di una seduta di terapia, l’associazione ha lanciato il suo messaggio: “L’anima umana è ancora un’opera da difendere. E da fare.”

In un tempo in cui ci convinceranno che la poesia è roba da sfigati, “I Fiumi di Jane” ricordano al mondo una verità semplice e inaccettabile per molti: finché esiste chi pronuncia parole con la dignità di chi sente, l’uomo è ancora salvabile.

E a Padova, forse, la salvezza ha già messo il primo timbro.

In un Paese dove la poesia serve – si fa per dire – solo a riempire i buchi dei programmi scolastici e le bacheche dei cuori solitari su Instagram, a Padova è successa una cosa che definire rivoluzionaria è poco: un gruppo di matti – perché di questi tempi, chi crede nella cultura senza sponsor multinazionali è un sovversivo con diagnosi – ha fondato un’associazione che usa i versi per ricostruire l’uomo. Avete letto bene: ricostruire l’uomo.

Non fare marketing poetico. Non vendere frasi motivazionali scritte in corsivo su tazze Ikea. Ricostruire l’uomo.

L’hanno chiamata “I Fiumi di Jane”, e già qui si sente un brivido di sospetto da parte della burocrazia culturale nazionale:

“Come sarebbe a dire Jane? Non potevate chiamarvi ‘Comitato per la Valorizzazione della Poesia come Risorsa Multidisciplinare nel Territorio Metropolitana Nord-Est’? Così non prenderete mai fondi europei!”. E invece no: loro si ostinano a parlare di speranza. Quella vera. Quella che non si compra su Amazon in 24 ore.

Parola d’ordine: poesia

La loro “inaugurazione ufficiale” – che detta così sembra un convegno di esperti di parcheggi sotterranei – ha radunato più di 100 persone in una radio libera, RadioGamma5, che campa di volontari e passione, non di apericena sponsorizzati e spot di assicurazioni sulla vita (o sulla morte culturale).

Sul palco il rapper Frabolo (quello che non ti parla di collane d’oro e SUV, ma di Opera – non la Traviata, ma l’Opera alchemica: dal piombo all’oro interiore). Poi poeti veri, non da discount: Mariya Terzieva, Michele Ponchia, interpretati da attori che non leggono la poesia come se stessero leggendo le bollette: Diego Garbini e Emanuela Cristofaro. In sala perfino una poetessa che non si è ancora venduta agli algoritmi: Monica Babolin.

Una follia necessaria

Il presidente Paolo Russo, con la faccia di uno che ci crede davvero, ha detto una frase pericolosissima, oggi più che mai “Dobbiamo lavorare sulla coscienza dell’uomo e sulla speranza.” Se lo sente un ministro degli Interni, gli manda subito la Digos: incitazione alla sovversione spirituale.

Perché “I Fiumi di Jane” vogliono fare quello che nessuno ha più il coraggio di fare: portare la poesia nei parchi, non negli scantinati universitari, mettere i poeti tra la gente, non tra i cavilli delle rassegne esclusive, parlare ai bambini, agli anziani, ai genitori, agli smarriti, persino entrare in cliniche e scuole, dove il linguaggio umano è stato sostituito da “protocolli”, “modelli” e “linee guida”. Insomma, vogliono riportare l’umanità tra gli umani.

Robaccia sovversiva.

L’arte come atto di resistenza

Gli altri si riempiono la bocca di paroloni come inclusione, comunità, cura… e poi vendono l’ultimo modello di smartphone che serve a isolarci meglio. I Fiumi di Jane invece fanno una cosa intollerabile: non monetizzano quello che fanno. La poesia non è un gadget, né la “pillola del giorno dopo” per la noia esistenziale. È politica dell’anima.È l’antidoto alla schiavitù degli algoritmi, alla mercificazione delle emozioni, al capitalismo della superficialità. E per questo andrebbe proibita per decreto.

Questa associazione è nata dalle frequenze, non dai finanziamenti.

Da persone che, invece di chiedere “Chi ci paga?”, hanno detto: “Chi ci crede?”. E qualcuno ci crede. In tanti, in realtà: perché la fame di autenticità in Italia non la soddisfa nessuna app, né una pizzeria gourmet. Il 29 novembre, con la performance di Frabolo e dei suoi 16 brani che fanno più male di un talk show e più bene di una seduta di terapia, l’associazione ha lanciato il suo messaggio: “L’anima umana è ancora un’opera da difendere. E da fare.”

In un tempo in cui ci convinceranno che la poesia è roba da sfigati, “I Fiumi di Jane” ricordano al mondo una verità semplice e inaccettabile per molti: finché esiste chi pronuncia parole con la dignità di chi sente, l’uomo è ancora salvabile.

E a Padova, forse, la salvezza ha già messo il primo timbro.

 

Per seguire le iniziative de I Fiumi di Jane e scoprire i prossimi eventi a livello nazionale:

Telegram: [t.me/gruppopoetiradiogamma5]

Facebook: [associazione I fiumi di Jane]

Contatto telefonico o whatsapp (Solo informazioni): [371 654 3231]

 

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Info Autore
Massimo Reina
Author: Massimo Reina
Biografia:
Giornalista, scrittore e Social Media Editor, è stata una delle firme storiche di Multiplayer.it, ma in vent’anni di attività ha anche diretto il settimanale Il Ponte e scritto per diversi siti, quotidiani e periodici di videogiochi, cinema, società, viaggi e politica. Tra questi Microsoft Italia Tecnologia, Game Arena, Spaziogames, PlayStation Magazine, Kijiji, Movieplayer.it, ANSA, Sportitalia, TuttoJuve e Il Fatto Quotidiano. Adesso che ha la barba più bianca, ascolta e racconta storie, qualche volta lo fa con le parole, altre volte con i video. Collabora con il quotidiano siriano Syria News e il sito BianconeraNews, scrive per alcune testate indipendenti come La Voce agli italiani, e fa parte, tra le altre cose, dell'International Federation of Journalist e di Giornalisti Senza Frontiere. Con quest’ultimo editor internazionale è spesso impegnato in scenari di guerra come inviato, ed ha curato negli ultimi 10 anni una serie di reportage sui conflitti in corso in Siria, Libia, Libano, Iraq e Gaza.
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