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di Antonietta Malito

In un angolo apparentemente marginale del Codice Madrid II, una nota di poche parole — «Si manterranno meglio scortecciati e abruciati in superficie che in alcun altro modo» — getta nuova luce sulla vastità e la lungimiranza del pensiero di Leonardo da Vinci. È un’intuizione straordinaria che anticipa di oltre due secoli una tecnica giapponese oggi al centro dell’architettura sostenibile.

A riportare l’attenzione su questo passo è stato un gruppo di studiosi formato da Annalisa Di Maria, Andrea da Montefeltro e Lucica Bianchi, che hanno studiato a fondo il codice conservato a Madrid, tra i meno noti ma ricchissimo di contenuti tecnici e progettuali. La frase, nascosta nel foglio 87r, potrebbe sembrare oscura a una lettura superficiale. Ma dietro quelle parole c’è una pratica precisa: la carbonizzazione superficiale del legno, un trattamento che ne modifica le proprietà, rendendolo più resistente a intemperie, fuoco, muffe e insetti.

In altre parole, Leonardo suggeriva di bruciare leggermente il legno per conservarlo meglio. Un gesto controintuitivo, eppure scientificamente fondato. 

Chiunque abbia passeggiato tra le case nere di legno delle antiche cittadine giapponesi, come Kurashiki o Takayama, ha incontrato gli effetti dello Shou Sugi Ban (o Yakisugi), un’antica tecnica nipponica che prevede la bruciatura controllata del legno per renderlo impermeabile, ignifugo e resistente al tempo.

Questa tecnica, in Giappone, viene documentata solo dal XVIII secolo. Ecco dunque la sorpresa: Leonardo, nel cuore del Rinascimento europeo, descrive lo stesso identico principio almeno due secoli prima. Nessun contatto documentato tra le due culture all’epoca, nessuna possibilità concreta che lo scienziato fiorentino potesse conoscere pratiche edilizie orientali.

La spiegazione più probabile? Un classico esempio di invenzione convergente: culture lontanissime che trovano la stessa risposta a un problema comune. Eppure, il dubbio, affascinante quanto improbabile, resta. Le rotte commerciali del Cinquecento, inaugurate da navigatori portoghesi e spagnoli, potrebbero aver fatto viaggiare anche idee, e non solo merci?

Leonardo non era un inventore solitario chiuso nella sua bottega ma un lettore insaziabile, un comparatore instancabile di fonti. I suoi codici mostrano un confronto continuo con i grandi della classicità quali Plinio il Vecchio, Vitruvio, Palladio. Ma, come spesso accadeva con lui, il passo oltre lo faceva da solo perché dove gli antichi si fermavano, lui sperimentava.

Nessuno prima di lui, né tra i romani né tra i medievali, aveva pensato di usare il fuoco come strumento di conservazione del legno. L’annotazione nel Codice Madrid II è quindi frutto di osservazione pratica, di esperimenti probabilmente condotti durante i suoi lavori per le macchine da guerra, le strutture lignee o forse gli ingranaggi dei suoi famosi automi.

Leonardo aveva un rapporto profondissimo con il legno, ne studiava la specie, la stagionatura, l’uso architettonico e persino l’acustica. Per lui, ogni tipo di legno aveva una vocazione: il rovere per la forza, il tiglio per la leggerezza, l’acero per la musica.

Oggi, l’idea di bruciare il legno per conservarlo non solo è stata riscoperta, ma è diventata parte della nuova frontiera della bioarchitettura. Architetti contemporanei in tutto il mondo scelgono rivestimenti in legno trattato con tecniche ispirate allo Shou Sugi Ban. L’effetto visivo è affascinante, ma è la sostenibilità a fare la differenza. Si tratta, infatti, di un processo naturale, senza l’uso di prodotti chimici, che prolunga la vita dei materiali.

È come se Leonardo fosse ancora lì, a ricordarci che il futuro si costruisce sulle intuizioni del passato. Con la sua solita modernità spiazzante, ci mostra come tradizione e innovazione non siano opposti, ma complici.

La riscoperta di questa annotazione è solo l’ultimo tassello di un mosaico infinito. A più di 500 anni dalla sua morte, Leonardo da Vinci continua a parlarci, a insegnarci, a sorprenderci, non solo con i suoi dipinti immortali, ma con quelle frasi scritte in margine, nei suoi codici, magari con una mano un po’ sporca d’inchiostro o di segatura. Frasi che, se lette con attenzione, possono ancora cambiare il nostro modo di costruire il mondo. 

 

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Info Autore
Antonietta Malito
Author: Antonietta Malito
Biografia:
Antonietta Malito, giornalista e scrittrice, si è laureata in Scienze Economiche e Sociali presso l’Università della Calabria, dove ha conseguito anche un Master in Management Pubblico. Coltiva, sin da bambina, una profonda passione per la scrittura, che l'ha portata a costruire un percorso professionale ricco e variegato nel mondo del giornalismo e della cultura. Direttore responsabile di Diario Pontino - Magazine di Latina, collabora stabilmente con La Voce del Savuto, di cui è stata direttore, e con La Voce agli italiani. È coordinatrice nazionale del Centro Studi "Atlantide" per le Arti e la Letteratura. Ha scritto per le testate giornalistiche: Edizione della Sera, La Provincia Cosentina, Calabria Ora, Calabria.Live (dove ha curato la rubrica domenicale “Nextelling”), il periodico Grimaldi 2000, la rivista internazionale MedAtlantic, il magazine di moda Life & People, il giornale online Italiani.it (la rete globale degli italiani nel mondo), e per i portali internazionali Malta.it, Parigi.it, Madrid.it, Toronto.it. Ha diretto la rivista culturale Tracce di un tempo. Opere pubblicate: Grimaldi, viaggio nel 2008; Grimaldi, I tesori del borgo smeraldo (vol. I); Trasparente, pensieri e poesie (Atlantide Edizioni); Fino all’alba (Bertoni Editore). Opere in coautoria: Savuto, sprazzi di folclore; Riti e tradizioni della Settimana Santa nel Savuto; Lungo le vie del tempo (Atlantide Edizioni). Ha ricevuto numerosi riconoscimenti per il suo impegno culturale e giornalistico, tra cui il Premio Sabatum 2006 per il Giornalismo e il Premio Autori Italiani. Oltre alla scrittura, coltiva con passione anche la fotografia, l’arte, la natura e l’amore per gli animali.
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