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di  Anronietta Malito

“Gli accordi spezzati”, romanzo d’esordio di Roberto Maggi, è un’opera ibrida, stratificata, in cui la narrazione si intreccia con la musica, la poesia e l’immagine, dando vita a un percorso emotivo più che a una trama nel senso tradizionale del termine.

Maggi arriva al romanzo dopo un lungo attraversamento di linguaggi: la poesia, innanzitutto, che resta una postura dello sguardo prima ancora che un genere; la musica, presenza costante e generativa; la fotografia e il cinema, che informano una scrittura fortemente visiva, capace di “pensare per immagini”. Laureato in scienze biologiche, attento alle tematiche ambientali e profondamente legato alla natura, l’autore porta nella pagina uno sguardo complesso sull’essere umano, sospeso tra disincanto e tensione etica, tra ferita e possibilità di riscatto.

Questa intervista è un dialogo che, come il libro stesso, invita a rallentare, a sostare nelle crepe, e ad accettare che anche dagli accordi spezzati possa nascere una forma inattesa di bellezza.

 

 

Maggi, “Gli accordi spezzati” nasce come romanzo, ma racchiude poesia, musica, fotografia. In quale momento ha capito che questa storia non poteva essere raccontata con una forma narrativa “tradizionale”, ma aveva bisogno di diventare qualcos’altro?

«Il romanzo ha avuto una gestazione piuttosto complessa, che ha comportato una lavorazione a step successivi. Come avrò modo di specificare meglio più avanti, l’idea iniziale era quella di realizzare una sorta di canovaccio cinematografico, ma poi la narrazione ha preso strade impreviste e si è “scomposta” in un racconto a più voci, pur rispettando il motivo centrale che ne aveva ispirato la stesura. Quello è stato il momento in cui si è andata delineando la struttura definitiva, per quanto continuamente arricchita da nuovi elementi. Rispetto agli aspetti legati alla musica, alla poesia e all’immagine, in realtà questi sono stati presenti fin dall’inizio, perché sono in qualche modo connaturati al mio modo di intendere la scrittura. Diremmo che sono delle peculiarità costanti del mio stile, per quanto l’aspetto “visivo” in questo caso ha avuto maggior risalto, considerato l’approccio iniziale. È indubbio che il risultato abbia poco di tradizionale: ma non per un processo che all’inizio fosse insospettabile, ma semplicemente perché così amo scrivere, senza una precisa connotazione di genere. Le attuali correnti mainstream decisamente non mi appartengono».

 

Gli “accordi spezzati” sono ferite, tentativi, errori necessari o forme di resistenza emotiva?

«Direi un po’ tutte queste deduzioni messe assieme. Nel testo prendono corpo molti temi, ma certamente non è secondario il dolore che attraversa le anime in subbuglio dei personaggi, i tormenti delle loro vite fratturate, un po’ ricalcando, come spesso accade nelle mie traversate dell’essere, il sommo esempio dostoevskiano. Ma al contempo si delineano delle vie di uscita, o per meglio dire di guarigione, di accettazione, di svincolamento dai nodi della sofferenza; tentativi di redenzione dagli errori o dalle scelte avventate che, come nella vita di ognuno di noi, gioco forza si sono fatte. E qui si manifesta quella che giustamente viene interpretata come resistenza emotiva: nonostante le intemperie, sta sempre alla nostra volontà intravedere percorsi alternativi, scialuppe di salvataggio che approdino a nuove terre o, quanto meno, che donino prospettive di consolazione e di speranza. Non senza una salutare dose di ironia».

 

Quanto c’è di autobiografico nei suoi personaggi e quanto, invece, nasce dall’ascolto profondo degli altri?

«Contrariamente a quanto è accaduto con la precedente opera in prosa (il libro di racconti “Suites di fine anno”), dove i riferimenti personali erano molto più sovrapponibili, e contrariamente a quanto avviene con le composizioni in poesia, dove le pulsioni della propria anima tendono necessariamente a farsi parola, per quanto riguarda “Gli accordi spezzati” non c’è una componente autobiografica marcatamente stretta. Ciò nonostante è inevitabile che nei personaggi che popolano questo affresco esistenziale si riflettano i miei personali modi di vedere e di interpretare la realtà e il mondo che ci circonda. Soprattutto in alcune sezioni del romanzo le riflessioni espresse, a maggior ragione quelle più squisitamente filosofiche, sono indubbiamente estrapolate dal mio sentire. Persino nel tratteggio dei caratteri femminili si può intuire la presenza di mie peculiari osservazioni, per quanto mi sia sforzato di estraniarmi dai dettami della psicologia maschile. E da quanto ho avuto modo di verificare dal confronto più o meno diretto con le lettrici, credo di esservi riuscito in modo soddisfacente».

 

 

Nel romanzo, è la musica che genera la narrazione o viceversa?

«Considerato che la narrazione si incentra sulle vicissitudini di un protagonista che è stato (e poi torna ad essere) musicista, con tutti gli sviluppi e derivati paralleli, inevitabilmente la musica è motore generante della storia, se non motivo centrale dell’intera trama. Ma in realtà è molto di più di questo: è continua presenza emotiva, contraltare della parola, specchio degli accadimenti. In sostanza una colonna sonora che si combina con le sfumature interiori di chi vive quelle vicende, nonché testimonianza degli episodi che si dipanano lungo la rotta. Non sarebbe una cattiva idea se, nello sfogliare delle pagine, vi si abbinasse l’ascolto dei tanti inserti musicali riportati, così da trarne una corrispondenza sintonica, sia con il testo che con la propria percezione sensoriale. Inviterei dunque i lettori a farlo per trarne un’esperienza completa, similmente a come avviene durante la visione di una proiezione».

 

Ogni album si chiude con una sorta di coda lirica. È un gesto di congedo o un invito al silenzio?

«Credo che si possa parlare piuttosto di una chiusa emozionale, una sorta di “sugello” in grado di elevare all’apice l’atmosfera intrinseca del segmento narrato, o almeno così mi auguro. Per certi versi si è trattato di una sorta di scommessa: inserire una composizione poetica che traesse spunto dal testo e dalla musica di brani più o meno noti, se non addirittura famosi, non è certo consuetudine per un’opera di narrativa. E mette in gioco le proprie abilità liriche al cospetto di quelle già contenute nelle poetiche originali. In questo senso credo che possa risultare motivo ulteriore di attrazione per chi legge; una sorta di compenetrazione con le sensazioni che vi aleggiano, così da risolversi in uno spunto ulteriore di riflessione, di meditazione. E che quindi, tornando alla considerazione della domanda, si può anche ammantare di silenzio».

 

Ha esordito come poeta. Oggi, dopo il romanzo, si sente più vicino alla poesia o pensa che sia diventata una postura dello sguardo, indipendente dal genere?

«Come ho già accennato in precedenza, la mia scrittura ha delle modalità tali che non può esulare dalla poesia, anche quando si tratta di opere in prosa. E proprio in virtù di ciò non può esservi una netta linea di demarcazione tra le due sfere. Quindi rimango per forza di cose vicino alla poesia, per la semplice ragione che non me ne sono mai allontanato o, per meglio dire, che essa non ha abbandonato me. Ed è fuor di dubbio che, ora come allora, sia una postura dello sguardo: l’origine dei miei componimenti parte sempre dall’osservazione, da intendersi proprio come immagine, sia fisica che immaginaria. Da tale scrutamento del mondo materiale o immateriale, deriva la corrispondenza con il contraltare interiore, filtrata dalla propria lente di sensibilità. In definitiva è un processo che non demarca grandi differenze tra narrativa e poesia, almeno dal punto di vista dell’atteggiamento. Cambia sì la tipologia dello stile (banalmente, direi), ma questa è l’unica variabile che separa i due generi, sebbene non in modo netto. Potremmo anzi affermare, utilizzando un moderno accostamento musicale, che il mio stile rappresenti una sorta di crossover tra i generi».

 

Qual è, fra i suoi versi, quello in cui si rispecchia di più e perché?

«Temo di non riuscire a rispondere in modo adeguato. E questo perché, avendo iniziato a scrivere in poesia fin da giovanissimo, la mia poetica si è evoluta inevitabilmente nel corso del tempo, e ogni periodo ha le sue caratteristiche, modalità, intenzioni, frutto delle esigenze del momento. E anche volendo considerarle acque del passato, non apparterrebbero comunque a quel medesimo Roberto? Potrei cercare di rappresentare ciò che più mi rispecchia adesso, ma non sarebbe anche questo un tentativo illusorio? Tutto cambia e ciò che ci convince ora potrebbe essere sconfessato domani. Posso solo sottolineare come abbia assunto maggior rilievo, negli ultimi anni, una visione più spiccatamente volta al disincanto, non privo di una connotazione (auto)ironica, una linea di ricerca che provi a spogliarsi di solennità e di una certa irritante autoreferenzialità, trappola in cui troppo spesso rischiano di cadere i poeti. Senza per questo rinunciare al canto di ciò che l’essenza naturale dei versi, ossia l’espressione profonda di sé».

 

I suoi personaggi cercano radici, tracce, verità sommerse. Lei, come uomo, sente di essere più orientato verso ciò che è stato o verso ciò che deve ancora accadere?

«Ogni poeta che si rispetti (!), così come suppongo la maggior parte degli uomini, porta con sé il peso nostalgico di ciò che ha attraversato il suo sguardo e il suo vissuto, e il carico inalienabile di questo bagaglio emotivo-esperienziale, per quanto mi riguarda, non può essere scaricato né rimosso. E neanche vi anelerei, ammesso fosse possibile. Non sono alla ricerca di verità assolute, a cui non credo, piuttosto cerco di individuare un senso, di captare i segnali che mi indichino un cammino d’armonia con la realtà, nel rispetto della propria integrità. Quindi direi che mi sento come una corte di Giano, un essere bifronte, con una mirata rivolta da un lato e una dall’altro: verso ciò che è stato, con tutto il suo contenuto ricco di ricordi, e verso quel che sarà, che non riesco a pensare privo di trame sognanti, originate da un inarrestabile processo di fervida immaginazione. Mi torna in mente una poesia che scrissi a tal proposito, nella quale l’orizzonte futuro potesse essere sempre sostanziato da una “immaginazione senza fine”: perché è proprio grazie a essa che la vita val la pena di essere vissuta».

 

In che modo la biologia ha influenzato il suo modo di osservare l’essere umano e di raccontarlo?

«Non ritengo che il mio corso di studi abbia influito più di tanto sull’osservazione dell’essere umano, se non forse sulle generiche considerazioni che si possono fare a livello di specie, e sul tipo di livello di crescita etica raggiunto. E in tal senso, non mi sento di esprimere delle considerazioni troppo lusinghiere, anzi. Nonostante tutto questo processo millenario, l’uomo non ha ancora effettuato un salto evolutivo determinante. Ne è la riprova il decadimento ciclico cui va soggetto, il perpetrarsi delle guerre, delle violenze, delle disarmonie, degli accanimenti ai danni del proprio simile. Ma nei riguardi del singolo uomo, del suo universo di sensibilità interiore, probabilmente sento maggiore affinità e capacità interpretativa come poeta e come osservatore pensante, più che come biologo. Sebbene ci insegni la storia della filosofia, e ancor più la moderna psicologia, come tale universo sia spesso imperscrutabile, il che lo rende un forziere ancor più affascinante».

 

La natura attraversa tutta la sua opera, spesso come presenza silenziosa ma vigile. È un luogo di consolazione, di verità o di confronto impietoso?

«Sono sempre stato un amante della natura, verso la quale ho sentito fin da bambino attrazione e fascino. E non mi basta ammirarla, mi piace entrarvi in contatto direttamente, immergendomi in essa, ed è per questo che sono anche un appassionato di escursioni. Questo contatto mi consente di godere della sua bellezza, traendone un senso di pace e di pienezza. Che la natura sia anche affine al sentire del poeta non è certo un mistero, ma questo non vuol necessariamente dire che essa sia fonte di ispirazione. Solo per certi versi e in certi momenti. D’altronde ho sempre sentito la necessità di dare priorità all’espressione della parte più oscura dell’animo, alle emozioni contrastanti, ai momenti sconfortanti, di modo che la loro esternazione potesse in qualche modo esorcizzarne gli effetti nefasti. Del mio rapporto con la natura conservo invece attimi felici, a volte esaltanti, soprattutto quando vissuti in solitudine. E anche quando ho dovuto fronteggiare situazioni di difficoltà e di pericolo, nelle quali essa ha sì mostrato il suo lato più temibile e aspro, mai l’ho considerata arrogante o spietata.  Di conseguenza gli ambienti, i paesaggi, gli scenari maestosi, con tutte le loro corrispondenze sensoriali, sono sempre presenti nei miei scritti: e come potrebbe essere altrimenti?».

 

L’immagine di copertina è sua. Che rapporto ha con la fotografia? Fotografare è un modo per fermare il tempo o per accettare che tutto scivoli via?

«Fotografare è catturare il momento, certo, ma non si tratta di una finalità puramente temporale. Posso congelare l’attimo nel modo più estetico possibile, realizzando uno scatto perfetto, ma questo ha per me poco valore se non vi è trasmigrazione di intenti e di comunicazione. Vale a dire che fotografare senz’anima diviene un’azione vuota per quanto bello possa risultarne l’effetto. D’altronde come scrivere, suonare, dipingere, come qualsiasi altra arte che per essere tale ha bisogno del substrato del sentire. Poi, come tutte le passioni, ha anch’essa i suoi alti e bassi, e può assumere i panni anche di semplice divertimento, evasione, collezione simpatica di stampe ricordo. Ma come nella copertina di questo e di altri libri, io desidero che renda tutto il contesto che lo caratterizza, che esprima una comunione di emotività: e credo che l’apprezzamento che tali scatti hanno avuto lo testimonino».

 

 

Molti, leggendo il suo romanzo, hanno parlato di una scrittura “cinematografica”. Quanto il cinema ha influenzato il suo immaginario narrativo?

«Come detto in precedenza, il romanzo nasce sostanzialmente come un’idea per un film, di cui ho tentato di elaborarne la sceneggiatura. Ma non essendo questa una mia attitudine professionale ho poi deciso di trasformarlo in un’opera di narrativa, con tutti gli adattamenti linguistici e stilistici necessari. E questa caratteristica di concezione filmica o visiva deriva dal fatto, come sopra detto, che sono solito comporre per immagini, siano esse accompagnate dalla musica o meno. E pensare per immagini, oltre che una dote innata, è stato sicuramente potenziato da un percorso di apprendistato cinematografico che mi ha donato suggestioni indimenticabili, soprattutto quando riferite a cineasti “visionari” (cito Buñuel, Jodorowsky, Lynch, Wenders ecc. solo a titolo di esempio, sarebbe impossibile stilare un elenco). L’influenza è stata enorme, a maggior ragione considerando che si è trattato di un accostamento precoce».

 

“Gli accordi spezzati” permette al lettore di scegliere il proprio percorso. Quanto le interessa l’idea di un lettore attivo, quasi co-autore del testo?

«Mi interessa moltissimo, soprattutto perché è impensabile che quanto da me scritto non possa suscitare una reazione emotiva e magari una corrispondenza, se non proprio un binomio di partecipazione. Non pretendo che la libertà interpretativa di quanto espresso possa divenire un’altra realtà totalmente differente, che la storia possa diventare un’altra storia, ma che essa possa generare uno spettro di elaborazioni interiori tutte differenti tra loro, beh questo sì che mi preme e, se accade, allora direi che possa considerarsi un risultato eccezionale. Del resto ho sempre sostenuto che l’aspetto a cui tengo maggiormente è arrivare all’animo di chi legge, toccandone le corde. Se questo avvenisse anche con un solo lettore, sarebbe già un successo. Perché vorrebbe dire che tutto il lavoro non è stato invano. E di lavoro ce n’è stato davvero tanto, credetemi».

 

C’è una parte di sé che sente di non aver ancora raccontato e che vorrebbe raccontare?

«Per quanto penso di aver toccato diversi aspetti e tematiche, probabilmente mi piacerebbe cimentarmi in una sorta di approfondimento biografico dove maggiormente descrivere le sensazioni del me bambino, le diramazioni dense di aspettative di una testolina persa in mille fantasticherie. Con tutte le connessioni che ciò comporta con i relativi insiemi, famiglia, amicizie, amori (reali o immaginari), magari esplorandone le sottigliezze più nascoste e sfuggenti. E non è detto che non lo faccia. Anzi, diciamo che per sommi capi il progetto è già in previsione. Ovviamente facendovi confluire tutto ciò che mi sta a cuore: poesia, musica, natura, interiorità. Altrimenti rischierei di fare della semplice letteratura d’evasione, come, mi viene in mente, quei bei racconti di fantascienza che hanno costellato la mia adolescenza. E anche questi, chissà, con le dovute accortezze non è detto che non li faccia».

 

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Info Autore
Antonietta Malito
Author: Antonietta Malito
Biografia:
Antonietta Malito, giornalista e scrittrice, si è laureata in Scienze Economiche e Sociali presso l’Università della Calabria, dove ha conseguito anche un Master in Management Pubblico. Coltiva, sin da bambina, una profonda passione per la scrittura, che l'ha portata a costruire un percorso professionale ricco e variegato nel mondo del giornalismo e della cultura. Direttore responsabile di Diario Pontino - Magazine di Latina, collabora stabilmente con La Voce del Savuto, di cui è stata direttore, e con La Voce agli italiani. È coordinatrice nazionale del Centro Studi "Atlantide" per le Arti e la Letteratura. Ha scritto per le testate giornalistiche: Edizione della Sera, La Provincia Cosentina, Calabria Ora, Calabria.Live (dove ha curato la rubrica domenicale “Nextelling”), il periodico Grimaldi 2000, la rivista internazionale MedAtlantic, il magazine di moda Life & People, il giornale online Italiani.it (la rete globale degli italiani nel mondo), e per i portali internazionali Malta.it, Parigi.it, Madrid.it, Toronto.it. Ha diretto la rivista culturale Tracce di un tempo. Opere pubblicate: Grimaldi, viaggio nel 2008; Grimaldi, I tesori del borgo smeraldo (vol. I); Trasparente, pensieri e poesie (Atlantide Edizioni); Fino all’alba (Bertoni Editore). Opere in coautoria: Savuto, sprazzi di folclore; Riti e tradizioni della Settimana Santa nel Savuto; Lungo le vie del tempo (Atlantide Edizioni). Ha ricevuto numerosi riconoscimenti per il suo impegno culturale e giornalistico, tra cui il Premio Sabatum 2006 per il Giornalismo e il Premio Autori Italiani. Oltre alla scrittura, coltiva con passione anche la fotografia, l’arte, la natura e l’amore per gli animali.
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