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Più che una bocciatura tecnica, il referendum è stato un giudizio politico sulla credibilità del cambiamento

 

di  Monica Vendrame

Non ha perso una riforma.
Ha perso una fiducia.

Non è stata una bocciatura tecnica.
E non è stata nemmeno, semplicemente, una vittoria del “No”.

Il risultato del referendum sulla giustizia racconta qualcosa di più profondo e, per certi versi, più scomodo: in Italia oggi non basta proporre una riforma per convincere, nemmeno su un tema che tutti dichiarano urgente. Serve fiducia. E quella, evidentemente, non c’era.

Ridurre tutto a uno scontro tra garantisti e giustizialisti, tra politica e magistratura, è una scorciatoia che rassicura ma non spiega. Perché gli elettori non si sono trovati davanti a un quesito astratto, bensì a una scelta concreta: cambiare un equilibrio delicatissimo — quello tra poteri dello Stato — affidandosi a chi quel cambiamento lo proponeva.

E qui il referendum ha smesso di essere giuridico ed è diventato politico.

Il voto come giudizio, non come soluzione

Chi ha votato “No” non ha necessariamente difeso lo status quo.
Molti, più semplicemente, non si sono fidati della direzione indicata.È una distinzione cruciale.

Perché se fosse stato un voto conservatore, il messaggio sarebbe chiaro: “non toccate nulla”.
Invece il segnale che emerge è diverso: “non così, non ora, non con queste garanzie”.

Il referendum, di fatto, si è trasformato in un giudizio sul metodo prima ancora che sul merito. E quando accade questo, il contenuto passa in secondo piano, anche se riguarda questioni fondamentali come la separazione delle carriere o la governance della magistratura.

Una riforma senza racconto

C’è poi un elemento che pesa più di quanto si voglia ammettere: la riforma non è mai diventata davvero comprensibile.

Troppo tecnica per essere intuitiva, troppo politicizzata per essere neutra, troppo poco spiegata per essere condivisa.

Il risultato è stato un cortocircuito comunicativo:
chi era favorevole parlava a chi già era convinto,
chi era contrario mobilitava paure più che argomenti,
e nel mezzo restava un elettorato incerto, chiamato a decidere su qualcosa che percepiva come lontano ma rischioso.

In queste condizioni, il “No” diventa la scelta più semplice. Non per ideologia, ma per prudenza.

Il peso della sfiducia

Alla fine, il dato politico più rilevante è questo: il referendum non ha misurato il consenso su una riforma, ma il livello di fiducia nel cambiamento proposto.

E il risultato dice che quella fiducia non era sufficiente.

Non significa che gli italiani non vogliano riformare la giustizia.
Significa che non sono disposti a farlo senza sentirsi pienamente garantiti.

È una differenza sottile, ma decisiva.

Oltre la sconfitta

Parlare di “occasione perduta” è comprensibile, ma parziale.
Perché ogni occasione perduta ne presuppone una chiara e condivisa — e qui, quella chiarezza non c’era.

Più che una porta chiusa, questo voto somiglia a una richiesta rimasta inevasa:
una riforma che sia non solo necessaria, ma anche credibile, leggibile e condivisa.

Finché questa richiesta non verrà raccolta, il rischio è che ogni tentativo futuro incontri lo stesso destino: non una bocciatura ideologica, ma una diffidenza silenziosa — e politicamente pesantissima.

 

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Info Autore
Monica Vendrame
Author: Monica Vendrame
Biografia:
Vive a Pegli, affacciata sul mare di Genova. Direttrice editoriale del quotidiano online La Voce agli Italiani, redattrice de "La Voce del Savuto", unisce rigore giornalistico e sensibilità umana, occupandosi di attualità, cultura e temi sociali. Vicepresidente dell’Associazione culturale Atlantide, promuove eventi e progetti dedicati all’arte e alla parola. Scrittrice e poetessa, sta lavorando al suo primo volume di liriche. Ama la fotografia, la lettura, l’arte in ogni forma e ha uno sguardo attento alle sfumature della vita.
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