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Operazione Strade Sicure: Puma dell’esercito a presidio delle aree sensibili di Roma

 

di  Monica Vendrame

Alla stazione Termini sono stati dispiegati blindati dell’esercito.

Due mezzi Puma sono posizionati tra piazza dei Cinquecento e via Giolitti nell’ambito dell’operazione Strade Sicure, mentre un terzo è stato collocato nella zona del Colosseo. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni è andata personalmente a ringraziare i militari in servizio, parlando di un impegno “a difesa della sicurezza dei cittadini”.

È una scena che riassume bene il modo italiano di affrontare il tema della sicurezza. Si piazza un blindato davanti alla stazione, si mettono due militari in posa, si lascia che telecamere e smartphone facciano il resto, e per qualche ora si vende al pubblico l’idea che lo Stato abbia ripreso il controllo. Peccato che, quasi sempre, abbia ripreso soltanto il controllo dell’inquadratura.

La sicurezza non si governa con la scenografia.

È il vizio nazionale della politica-spettacolo: confondere la visibilità con l’efficacia, la presenza con il risultato, il simbolo con la soluzione. Il cittadino deve vedere qualcosa. Non importa se quel qualcosa serva davvero. L’importante è che produca una fotografia rassicurante, un titolo comodo, una dichiarazione pronta per il telegiornale della sera.

Il punto è semplice: un blindato fermo davanti a una stazione non ripulisce un quartiere, non smonta una rete di spaccio, non interrompe una filiera criminale, non restituisce legalità a un’area degradata. Nella migliore delle ipotesi sposta il problema di cinquanta metri. Nella peggiore lo maschera, che in politica spesso basta e avanza.

Su questo la provocazione di Vannacci intercetta un nervo reale, anche se poi sbanda dove spesso sbanda il dibattito italiano: nella scorciatoia muscolare. La critica ai blindati da esposizione è fondata. Usare l’esercito come fondale scenico è un impiego povero, inefficiente, costoso. Militari addestrati per contesti operativi complessi vengono ridotti a presidio statico, a segnale visivo, a elemento di arredo securitario. Non è strategia: è comunicazione travestita da strategia.

Ma l’errore opposto sarebbe ancora più grave. Pensare di trasformare l’esercito in una polizia d’assalto urbana significa non capire, o fingere di non capire, dove finisce uno Stato di diritto e dove comincia la sua deformazione. L’ordine pubblico non si gestisce importando in città logiche da teatro militare. Le stazioni non sono Falluja, le periferie non sono un fronte di guerra, i cittadini non possono diventare comparse dentro una dottrina di controinsurrezione adattata alla buona.

Il confine non è un dettaglio tecnico: è la sostanza della democrazia liberale. Polizia e carabinieri hanno poteri, funzioni, limiti e controlli definiti. L’esercito ha un’altra missione. Chi propone di sovrapporre i due piani, o non sa di cosa parla o sta inseguendo una fantasia autoritaria venduta come pragmatismo.

La verità, molto meno eccitante ma molto più seria, è che la sicurezza urbana si fa con lavoro investigativo, presenza costante, coordinamento, reparti specializzati, raccolta di informazioni, controllo quotidiano del territorio. Si fa con personale formato, con strumenti adeguati, con comandi chiari. Si fa soprattutto senza la solita tossina italiana: l’ossessione per l’annuncio.

Perché il punto più ipocrita della discussione è proprio questo. Molti governi sanno benissimo che certe operazioni servono più a rassicurare l’elettorato che a colpire la criminalità. Lo sanno quando schierano uomini e mezzi in luoghi ad alta visibilità. Lo sanno quando vendono come svolta ciò che, nei fatti, è solo presidio simbolico. Lo sanno quando preferiscono l’effetto ottico alla manutenzione seria dello Stato.

Eppure continuano. Perché la sicurezza reale è lenta, costosa, faticosa, poco televisiva. La sicurezza di facciata invece rende subito: si vede, si filma, si commenta, si incassa. Non risolve, ma rende. E in una politica drogata dal consenso immediato, questo basta.

Poi certo, c’è il dopo. E il dopo è il grande rimosso italiano. Puoi anche fare l’operazione perfetta, arrestare decine di persone, ripulire un’area per una notte. Ma se il sistema nel suo complesso non regge — organici insufficienti, tempi lunghi, uffici saturi, controlli discontinui, territori abbandonati appena cala il clamore — tutto torna come prima. Con una differenza: avrai speso soldi pubblici per comprare una parentesi.

Per questo il tema non è essere “più duri” a parole. Il tema è essere più seri nei fatti. La sicurezza non si governa con la scenografia.

Finché non si farà questa scelta, continueremo a vedere lo stesso copione: sicurezza esibita davanti, insicurezza spostata dietro l’angolo. E uno Stato che, invece di risolvere il problema, si limita a metterlo in scena.

 

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Info Autore
Monica Vendrame
Author: Monica Vendrame
Biografia:
Vive a Pegli, affacciata sul mare di Genova. Direttrice editoriale del quotidiano online La Voce agli Italiani, redattrice de "La Voce del Savuto", unisce rigore giornalistico e sensibilità umana, occupandosi di attualità, cultura e temi sociali. Vicepresidente dell’Associazione culturale Atlantide, promuove eventi e progetti dedicati all’arte e alla parola. Scrittrice e poetessa, sta lavorando al suo primo volume di liriche. Ama la fotografia, la lettura, l’arte in ogni forma e ha uno sguardo attento alle sfumature della vita.
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