Nelle guerre moderne c’è sempre una promessa iniziale: sarà breve.
Anche questa volta.
Donald Trump ha assicurato che il conflitto con l’Iran non durerà a lungo, che si avvia verso una conclusione rapida. È una formula che ricorre spesso nella storia recente, ma che raramente trova conferma nei fatti. Le guerre, una volta iniziate, hanno quasi sempre una caratteristica: si sa dove cominciano, molto meno dove finiscono.
Il punto, semmai, è un altro. Quali sono davvero gli obiettivi di questa guerra?
All’inizio si è parlato di regime change, il rovesciamento del sistema teocratico iraniano. La solita formula dell’esportazione della democrazia. Poi la linea è cambiata: non più sostituire il regime, ma distruggere definitivamente la capacità nucleare di Teheran. Una spiegazione che però lascia aperta una contraddizione evidente. Se davvero quella capacità era già stata “annientata”, come era stato dichiarato mesi fa dopo i bombardamenti con le bombe penetranti, perché oggi si torna a colpire gli stessi obiettivi?
Nel frattempo la guerra prosegue e, come spesso accade, ognuno si proclama vincitore. Gli Stati Uniti sostengono di aver inflitto danni decisivi alle infrastrutture iraniane. Teheran risponde di aver resistito e di aver esteso il conflitto all’intera regione. È il paradosso di molti conflitti contemporanei: la propaganda precede i risultati reali.
In questo scenario emerge un altro elemento destinato a pesare sul futuro della crisi. La guida suprema iraniana è stata sostituita dal figlio di Khamenei. Un passaggio che rischia di produrre un esito opposto a quello spesso dichiarato nelle operazioni di “cambio di regime”: quando si abbatte un potere autoritario, non è affatto garantito che il successore sia più moderato.
La storia recente lo dimostra con una certa chiarezza.
C’è poi un aspetto che riguarda direttamente l’Europa e l’Italia. Come spesso accade, il dibattito politico si concentra su questioni morali: chi ha ragione, chi ha torto, da che parte stare. Ma la politica internazionale non è un catechismo. La domanda fondamentale dovrebbe essere molto più semplice: questa guerra conviene o no ai nostri interessi?
E la risposta, se si guarda alle conseguenze economiche e strategiche, sembra piuttosto chiara. Per l’Europa questa guerra è un problema.
Il Medio Oriente è una delle aree più sensibili per l’economia europea. Ogni destabilizzazione significa energia più cara, tensioni sui mercati e nuove pressioni migratorie. Eppure, nonostante questo coinvolgimento diretto, l’Unione Europea appare completamente marginale nelle decisioni che contano.
Sono passati giorni dall’inizio delle ostilità e Bruxelles non ha avuto alcun ruolo reale. Non nelle trattative, non nelle iniziative diplomatiche, non nella definizione degli equilibri del conflitto. È un’assenza che racconta molto dello stato attuale della politica europea.
Basta osservare un dettaglio significativo: quando si parla di possibili soluzioni o di contatti decisivi, gli interlocutori sono Washington e Mosca. Non Bruxelles.
Questo pone inevitabilmente una domanda anche sul rapporto tra Europa e Stati Uniti. L’alleanza atlantica resta un pilastro della sicurezza occidentale, ma un’alleanza presuppone consultazione e condivisione delle scelte strategiche. In questa crisi, invece, l’Europa non è stata coinvolta nelle decisioni iniziali, non è stata consultata, e si trova ora a gestire le conseguenze di una guerra decisa altrove.
Il tema torna inevitabilmente anche sul terreno economico. Negli ultimi anni l’Europa ha accettato scelte energetiche e commerciali che hanno avuto costi molto elevati per le sue economie. L’interruzione dei rapporti energetici con la Russia ha prodotto un aumento significativo dei prezzi e una perdita di competitività industriale, come hanno riconosciuto anche analisi autorevoli sulla produttività europea.
Ora il rischio è che un’altra crisi energetica si aggiunga a quelle già vissute.
Dietro molte delle guerre degli ultimi decenni c’è poi una questione più profonda: l’energia. Dall’Iraq alla Libia fino alle tensioni attuali, le aree coinvolte sono quasi sempre regioni strategiche per la produzione o il transito di petrolio e gas. Nel caso dell’Iran, lo Stretto di Hormuz rappresenta uno snodo fondamentale per il traffico energetico mondiale.
In questo contesto, parlare di esportazione della democrazia appare spesso come una semplificazione.
La realtà geopolitica è molto più complessa. Gli equilibri globali stanno cambiando, nuove potenze stanno emergendo e il mondo si muove verso una struttura sempre più multipolare. Cina, India e il blocco dei paesi emergenti rappresentano ormai una parte enorme della popolazione e dell’economia mondiale.
La questione, per l’Europa, diventa allora decisiva. Continuare a muoversi come un attore marginale oppure recuperare una capacità autonoma di difendere i propri interessi.
Questo non significa scegliere nuovi padroni o rompere alleanze storiche. Significa semplicemente tornare a comportarsi da soggetti politici, non da spettatori.
La politica internazionale non è una questione di simpatie o di moralismi. È una questione di interessi.
E se l’Europa non tornerà a difendere i propri, continuerà a vivere le guerre degli altri come se fossero inevitabili. In realtà non lo sono quasi mai: molto più spesso sono il prezzo della nostra irrilevanza.

